L’importanza dell’insegnamento della filosofia

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Ebbene, il pensiero filosofico, in specie, quello greco, è all’origine della nostra civiltà occidentale, talché conoscere la filosofia altro non vuol dire che conoscere la nostra cultura. 

di Antonio Calicchio

“Strada con molte diramazioni che conduce dal nulla a nessun posto”Così Ambrose Bierce, in The Devil’s Dictionary, agli inizi del secolo scorso, con ironia, definiva la filosofia.

Lo stesso, e inquietante, quesito, benché motivato su basi differenti, ritorna, di frequente, negli ultimi anni, tanto nei discorsi di un ampio settore della pubblica opinione, quanto nelle discussioni di chi di scuola, di università e di educazione si occupa attivamente, sul piano governativo ed amministrativo. Nelle varie proposte di riforma della scuola che si sono succedute, a ritmo serrato, in tempi recenti, lo spazio dedicato alla filosofia – e, in linea generale, alle materie classiche ed umanistiche – è andato progressivamente riducendosi, sino a fare di questa disciplina, un tempo prioritaria, una sorta di “cenerentola” della scuola, bistrattata e dimenticata. Del resto, l’antipatia e l’insofferenza nei confronti della filosofia si mostrano sempre più diffuse, purtroppo, anche in coloro che, del servizio scolastico, costituiscono i diretti fruitori: gli studenti. Quale professore non ha sperimentato l’avvilente esperienza di tentare di spiegare – per lo più, con pochi risultati – l’utilità dello studio della filosofia ad un uditorio, di fatto, disattento e disinteressato?

Sostenere, viceversa, la tesi della importanza della studio della filosofia e della sua storia appare, di questi tempi, anacronistico e nostalgico; eppure, sembra l’unica posizione sostenibile. La filosofia non dovrebbe scomparire dalle nostre scuole, ma, al contrario, dovrebbe essere, da un lato, estesa a tutti gli indirizzi scolastici, dall’altro, affrontata in modalità e in forme nuove, capaci di risvegliare l’interesse degli studenti verso una disciplina che essi avvertono, ormai, come astrusa e distante e che, invece, ad un più attento esame, si rivela appassionante e formativa. Non si comprende la ragione per la quale, ad es., un ragioniere o un perito agrario debba conoscere la figura di Petrarca e di Boccaccio, ed ignorare quella di Spinoza e di Hegel.

Ricordo che, ai nostri tempi, genitori e docenti ripetevano, spesso, una frase sibillina: “Studiare la filosofia insegna a ragionare”; espressione che, in caso di momentaneo insuccesso, non risultava particolarmente confortante o illuminante. Eppure, un che di vero conteneva. In effetti, l’apprendimento del pensiero filosofico e del suo svolgimento storico potenzia le capacità logiche. D’altra parte, una prassi, quale quella della traduzione dei testi originali, specialmente dal latino e dal greco, mette alla prova un complesso di abilità (comprensione teorica, analisi, sintesi e applicazione) che sono presenti anche in discipline assai più “scientifiche” e di cui nessuno tenterebbe di porre in dubbio la validità, dalla geometria alle scienze esatte. Studiare la filosofia può, dunque, essere considerata un’utile esercitazione mentale, una “ginnastica neuronale” analoga ai giochi enigmistici che non può che giovare ai ragazzi.

Ed inoltre, ricavare, da un brano di autore, un senso compiuto ed abituarsi a coglierne le sfumature, può divenire, col tempo, una operazione appassionante che conserva intatto il sapore di una sfida intellettuale. Mettere alla prova non solo la propria pazienza, ma anche la propria sensibilità di ragionamento, non può che giovare a molti e, soprattutto, a dei giovani che saranno, presto, chiamati ad affrontate sfide e prove ben più dure.

D’altronde, la filosofia non si esaurisce in uno studio passivo e mnemonico; essa, invece, conduce verso la conoscenza della nostra civiltà e delle radici della nostra cultura. Per comprenderle a fondo – e, quindi, per comprendere pienamente l’eredità dei classici – è indispensabile leggere i testi in lingua originale. Come capire, altrimenti, Platone o Cicerone?

Eppure, come detto, si diffonde, sempre più, nei riguardi della filosofia, un atteggiamento di sufficienza, quando non, perfino, di insofferenza o di ostilità.

In particolare, due sono le argomentazioni dei suoi detrattori: lo studio della filosofia è inutile poiché concerne concetti astratti; lo studio della filosofia è, oltreché inutile, anche dannoso poiché distrae tempo e attenzione da discipline più attuali e più legate al mondo del lavoro in cui i giovani dovranno inserirsi.

La prima argomentazione è diffusa principalmente fra gli studenti che paiono domandarsi, con sempre maggiore insistenza, “a cosa serva” lo studio della filosofia e della sua storia. Ebbene, il pensiero filosofico, in specie, quello greco, è all’origine della nostra civiltà occidentale, talché conoscere la filosofia altro non vuol dire che conoscere la nostra cultura.

A coloro i quali sostengono che la filosofia non prepara al mondo del lavoro, è apparentemente difficile obiettare osservazioni appropriate. Tuttavia, è da sottolineare che sia nei test di ammissione all’università, sia nelle domande di un possibile datore di lavoro si rinvengono, ormai, ad es., riferimenti sulla “critica della ragion pura”, di Kant. Eppure, la scuola prepara non solamente al lavoro, ma anche alla vita, al lavoro e alla professione. L’apertura mentale ed il senso critico che scaturiscono dallo studio della filosofia e della civiltà filosofica rimarranno, per chi ha ricevuto una educazione di natura umanistica, un perenne possesso: ed infatti, lo studio della filosofia rappresenta una palestra sì di logica, ma pure di spirito critico di osservazione e di ragionamento. E se “filo-sofia”, però, volesse dire non “amore della saggezza”, bensì “saggezza dell’amore”, così come “teologia” vuol dire discorso su Dio e non parola di Dio o come “metrologia” vuol dire scienza delle misure e non misura della scienza? Perché per filosofia questa inversione nella successione delle parole?

Comunque, non si abroghi questo tipo di studi. Si lasci la possibilità, a chi lo desidera, di trascorrere, come nei tempi andati, qualche pomeriggio invernale in compagnia di Aristotele o di Seneca, e della loro lezione di pensiero, di stile, di lingua e di civiltà.