Ideologia e ’68 tra diritto, potere ed intellettuali

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di Antonio Calicchio

“Ideologia” è termine di uso corrente, e, anzi, abusato, con cui, nella comune accezione, si intende ogni dottrina relativa alla valutazione dei comportamenti sociali, tanto che ad essa si accompagna – espressamente o meno – l’aggettivo “politica”; e sul senso, la funzione, la necessità delle ideologie è in corso un dibattito, sfociato in quello che è stato definito il “processo alle ideologie”.

Tuttavia, sotto il profilo filosofico, con “ideologia” si intende non semplicemente l’interpretazione o il programma o il metodo riferiti al fatto politico stricto sensu, vale a dire alla lotta tra gruppi e partiti per la direzione della vita sociale; bensì anche la trasposizione, in formule concettuali, di una condizione storica dell’uomo, l’atteggiamento di coscienza che si assume davanti alla realtà della vita civile, e, quindi, la stessa filosofia o la religione che sono state considerate – specie da Marx – essere anche “ideologie”. Pertanto, esiste un significato “particolare” (di “ideali” politici, propri della nostra epoca) ed uno “universale” (ossia comprensivo, in un senso più ampio, di sistemi di “idee”) delle ideologie.

Si pensi alla “ideologia cibernetica”; essa non riguarda – come suggerisce Marcuse – l’insieme di forze politiche e di interessi economici, inglobato in uno stadio avanzato di evoluzione tecnica, per cui l’individuo viene spossessato della sua anima (come dimensione interiore di libertà di scelta, di giudizio, di iniziativa) e strumentalizzato al servizio della produzione industriale di massa o di morte (la guerra). Per contro, la “ideologia cibernetica” è la cifra espressiva di un nuovo comportamento che la mente umana è tenuta ad assumere a fronte della trasformazione di modi di vivere, prodotta dall’avvento della seconda rivoluzione industriale, e che si specifica e si manifesta nei diversi ambiti dell’attività umana. In questo senso, appare opportuno evidenziare che la “ideologia” è strettamente aderente alla condizione storica del nostro tempo, che non “rivela” verità eterne, ma “rileva” una situazione esistente di fatto. Giova, dunque, procedere ad una analisi “ideologica” della rivoluzione cibernetica, considerando una caratteristica del discorso ideologico, quella di essere non rigorosamente razionale, ma umanamente ragionevole.

In questa direzione, è da dire che occorre non confondere ideologia e diritto: i due fenomeni sono vicini, sono in rapporto che è di inevitabile confine l’uno con l’altro, ma non sono la stessa cosa. Ed allora, bisogna collocare nelle vicende dell’esistenza e della coesistenza, in modo proprio, questo fenomeno, con una sua specificità ed autonomia, che è il diritto. Il quale, non essendo una ideologia, è un fenomeno che appartiene essenzialmente all’espansione dell’esistenza dell’uomo, è un fenomeno originario all’uomo. Precisato che il diritto è un fenomeno non riducibile ad altri fenomeni, come l’ideologia, fra i suoi tratti costitutivi vi è che esso garantisce l’esercizio della “possibilità”, il diritto è la garanzia dell’esercizio della differenza, il diritto filosofico è quello ad esercitare la differenza; e la differenza è l’esercizio della soggettività, dell’essere “chi”, dell’essere autore. E, quindi, si comprende che esercizio del diritto ed esercizio della soggettività, nominano la stessa condizione umana, coincidono e sono una parte non minima, anzi, essenziale delle vicende esistenziali di ciascuno.

Quanto al rapporto fra diritto e potere, va sottolineato che essi, per utilizzare una metafora, sono due facce della stessa medaglia, al punto che al vertice o alla fonte è difficile distinguerli. Mettendosi dal punto di vista del diritto, al vertice si rinviene la norma delle norme, cioè la norma fondamentale, come affermava Kelsen; ponendosi dal punto di vista del potere, al vertice si trova il potere dei poteri, cioè il potere fondamentale o sovrano, come ha sostenuto la teoria politica dello Stato moderno. Così come la norma fondamentale è quella che sta a fondamento di tutte le altre e al di sopra della quale non ve ne è un’altra, allo stesso modo il potere sovrano è quello che sta a fondamento di tutti gli altri e al di sopra del quale non ne esiste altro superiore. Se si considera l’ordinamento come ordine gerarchico di norme, allora esso postula la norma fondamentale; se lo si considera come ordine gerarchico di poteri, allora postula il potere sovrano. E il contrasto tra normativismo e decisionismo – di cui si discute, negli ultimi anni, anche e soprattutto nel nostro Paese – riflette il contrasto tra queste due differenti modalità di guardare ad un ordinamento, che è composto di poteri che creano norme e di norme che creano poteri, in una catena il cui primo anello può essere rappresentato indifferentemente, secondo la diversa prospettiva da cui si guarda all’ordinamento, sia dalla norma delle norme, che dal potere dei poteri.

In questi ultimi anni, si è venuto affacciando un problema terminologico, ignoto ai nostri predecessori: teoria generale della politica o del politico? Tralascio l’ulteriore distinzione tra politics e policy, vale a dire tra “la” politica, come attività volta all’interesse generale, e “le” politiche, proposte e deliberate dai gruppi che svolgono una attività politica. E, fino a pochi anni fa, l’impiego di “politico”, come sostantivo, era sconosciuto. E’ stato, se non introdotto, divulgato dalla maggior conoscenza dell’opera di Carl Schmitt e dalla traduzione, del 1972, del saggio Der Begriff des Politischen. Con l’espressione “politica”, ci si riferiva al problema, machiavelliano, della distinzione tra politica e morale; quando si è iniziato a parlare di “politico”, si è voluto indicare il problema dell’autonomia del potere politico rispetto a quello economico, contrariamente a quanto sosteneva il marxismo. Mi limito a dire che avere a disposizione due termini può essere utile, in quanto “politica” ha avuto sempre due significati, designando tanto la “teoria” politica (come quella di Aristotele o di Bodin), quanto l’ “attività” politica (come quella di Cavour o di Bismarck). Può darsi che si andrà diffondendo l’uso di riservare il termine “politica” alla teoria, e di “politico” all’attività.

Su questo quadro, si presenta, impetuoso, il ’68: nulla è privato, tutto è politico, proclamano gli ideologi del maggio francese e ripetono i graffiti nelle nostre università cinquant’anni fa. La teoria della politicità integrale, che tutto assorbe e risolve in sé, non consente di difendere più l’autonomia delle scienze; la verità oggettiva è un inganno mistificante del capitalismo borghese. E così, emerge, per la prima volta e in misura decisiva su scala di massa, l’homo ideologicus, ovverosia la piena incarnazione e la totale realizzazione di ciò che, prima, era esistito soltanto in forme imparziali ed incomplete. L’ideologia investì il lavoro, il rapporto fra le generazioni, quello fra i sessi, la sfera della vita privata, talché si disse che il “privato è politico”. Un moto storico, che innalza l’immaginazione al potere e scorge, in ogni tipo di autorità, un volto perverso e demoniaco, non è capace di avvertire il problema del diritto. Il rivoluzionario sente nel diritto una volontà esterna, destinata, nella società futura, a sciogliersi in volontà generale e, dunque, ad esaurirsi come diritto. Dal ’68 non sorge alcuna nuova dottrina, né del diritto, né, tantomeno, di altre scienze. Attraverso uno sguardo di insieme, si può asserire che la lettura della norma si permea di politicità, che la norma non è l’orizzonte, ma è un’opera aperta, parziale, incompiuta, è uno spiraglio, è un punto di partenza, è un pretesto linguistico, da cui si svolge un percorso verso traguardi lontani e risultati insospettati dal legislatore. Non conta il testo normativo: bisogna “andare al di là”, scoprire “ciò che c’è dietro”, reimmergerlo nella storia, nella società, nei disegni ideologici e nella volontà politica dell’interprete. Questo indirizzo è vicino assai più ad uno stato d’animo che ad una ragionata scelta metodologica. Ma, già a metà degli anni settanta, i fenomeni indicati si presentano esauriti e conclusi: cadono gli slogans e le parole d’ordine della contestazione, entra in crisi il totalitarismo delle ideologie, si spegne l’utopia, falliscono i progetti storici, naufragano il “collettivo” e il “politico” per la riscoperta del destino individuale. E gli intellettuali? Si pensi a Sartre, unico Nobel che, non riconoscendo autorevolezza all’ambito premio, l’aveva respinto, ivi compresa la borsa, così, oggi, affannosamente presa da chi riesce ad ottenerlo.

Ed oggi, che fine hanno fatto gli intellettuali? Qual è il loro ruolo nel dibattito pubblico? Si tratta di domande complesse che vanno, però, sollevate, poiché, oggi, è radicalmente cambiato il modo in cui la cultura può incidere nella mentalità comune; sono mutate le forme in cui la cultura stessa può essere comunicata e diffusa, ed è diversa la percezione della sua funzione nell’ambito sociale. Ciononostante, nel nostro Paese, la cultura intellettuale è ben viva; lo dimostrano vari filoni di ricerca che interagiscono col dibattito internazionale. Pensiamo, ad es., al c.d. “Italian Thought”, al “nuovo realismo”, alla riflessione di Severino, alle ricerche che recuperano e declinano, in modi nuovi, concetti ed autori del passato (il tomismo analitico, la filosofia della relazione), alle etiche applicate. In un momento come il nostro, caratterizzato da enorme confusione civile e sociale, la classe politica non sembra avere bisogno di prospettive e di consigli critici, perché ciò che le serve sono principalmente buoni comunicatori, capaci di seguire i mutevoli gusti del pubblico. E servono poco pure le opinioni degli opinionisti, tanto più che solo 1/5 degli Italiani legge un giornale. Le opinioni, oggi, sono tutte sullo stesso piano, a prescindere dalle competenze che una persona possiede. Ciascuno può essere opinionista: è sufficiente che abbia accesso ad un social network per esprimersi ed essere gratificato da un “mi piace”. Ed insomma: serve ancora ragionare, argomentare in maniera competente, serve imparare dal passato? Serve analizzare i problemi, porsi dinanzi ai grandi dilemmi esistenziali con una concezione di fondo, proporre strategie di lungo periodo, confidare ancora nel buon senso e nell’intelligenza delle persone? La risposta è: sì, visto che l’opinione pubblica è formata da persone intelligenti. Semmai, vanno cambiate le forme in cui tale contributo viene fornito, attraverso un mutamento non solo dello stile comunicativo, ma anche dei contenuti. Basta con coloro che ritengono essere sufficiente l’immagine o la presenza in un talk show, per essere seguiti. Ed invece, si tratta di far in modo che la cultura venga posta veramente al servizio dello sviluppo del Paese e di mostrare realmente le modalità in cui ciò può accadere. Si tratta di integrare, nella coscienza civile, l’apporto di sviluppo e di ricerca di coloro che lavorano sulle questioni di fondo, senza isolarli e senza consentire loro di isolarsi in una turris eburnea. E condannare questo apporto e questo contributo alla irrilevanza, rappresenta uno spreco per l’intera società.