GAIA E CHTONIA: QUEL LEGAME CHE UNISCE I VIVI AI MORTI

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Cerveteri

GIORGIO AGAMBEN: “UNA CULTURA CTONIA PER ECCELLENZA È QUELLA ETRUSCA”

di Angelo Alfani

Quanto segue è tratto da un recente articolo del filosofo Giorgio Agamben: Gaia e Chtonia (Quodlibet). Mi è sembrato talmente prezioso, così illuminate da voler farne partecipi i lettori, ancor più in quanto, in stragrande maggioranza, abitanti, spesso immeritevoli, delle terre d’Etruria. Si tratta di un articolo che richiede attenzione e partecipazione nella lettura, con la certezza che la fatica sarà ampiamente ricompensata.

Fin dal mondo classico greco alla terra furono attribuiti due nomi corrispondenti a due realtà distinte, se non opposte: Gaia e Chton. Semplificando molto Gaia è la superficie, Chton il sotterraneo, la profondità. Gli umani abitano in superficie ma hanno ancor più a che fare con la terra dalla superficie in giù:il sotto-terra, il mondo infero.

Scrive G.Agamben:«La teogonia di Ferecide contiene la più antica testimonianza del rapporto fra Gaia e Chton. Un frammento conservatoci da Clemente Alessandrino, definisce la natura del loro legame precisando che Zeus si unisce in nozze con Chthonìa, e, quando, secondo il rito nuziale degli anakalypteria, la sposa si toglie il velo e appare nuda allo sposo, Zeus la ricopre con ‘un manto grande e bello’, in cui ‘ha ricamato con vari colori Ge e Ogeno (Oceano)’. Chton, la terra infera, è dunque qualcosa di abissale, che non può mostrarsi nella sua nudità e la veste con cui il dio la ricopre non è altro che Gaia, la terra superna.

Un passo dell’Antro delle ninfe di Porfirio ci informa che Ferecide caratterizzava la dimensione ctonia come profondità, ‘parlando di recessi (mychous), di fossi (bothrous), di antri (antra)’, concepiti come le porte che le anime varcano nella nascita e nella morte. La terra è una realtà doppia: Ctonìa è il fondo informe e nascosto che Gaia copre col suo variegato ricamo di colline, campagne fiorite, villaggi, boschi e greggi».
È attra-verso la relazione tra questi due mondi, il mondo dei vivi e quello dei morti, il presente ed il passato che diventa possibile agli uomini orientare le azioni e trovare ispirazione per il futuro.

Il secondo capitolo dell’articolo ci riguarda direttamente: seppur Agylla non viene citata è di ”noi che si parla”.
Scrive Agamben: «Una cultura ctonia per eccellenza è quella etrusca. Chi percorre sgomento le necropoli sparse nelle campagne della Tuscia percepisce immediatamente che gli etruschi abitavano Ctonia e non Gaia, non solo perché di essi ci è rimasto essenzialmente quanto aveva a che fare coi morti, ma anche e innanzitutto perché i siti che hanno scelto per le loro dimore – chiamarle città è forse improprio – se pure stanno in apparenza sulla superficie di Gaia, sono in realtà epichthonioi, sono di casa nelle profondità verticali di chthon. Di qui il loro gusto per gli antri e i recessi scavati nella pietra, di qui il loro prediligere le alte forre e le gole, le erte pareti di peperino e tufo che precipitano verso un fiume o un torrente. Chi si è trovato di colpo di fronte a Cava Buia presso Blera o nelle vie infossate nella roccia a S. Giuliano sa di non trovarsi più sulla superficie di Gaia, ma certamente ad portam inferi, in uno dei varchi che penetrano nei declivi di Ctonia.

Questo carattere inconfondibilmente sotterraneo dei luoghi etruschi, se paragonato ad altre contrade d’Italia, si può anche esprimere dicendo che ciò che abbiamo davanti agli occhi non è propriamente un paesaggio. L’affabile, consueto paesaggio che si abbraccia serenamente con lo sguardo e sconfina nell’orizzonte appartiene a Gaia: nella verticalità ctonia ogni paesaggio dilegua, ogni orizzonte scompare e lascia il posto al volto efferato e mai visto della natura. E qui, nelle rogge ribelli e nei baratri, del paesaggio non sapremmo che farcene, il paese è più tenace e inflessibile di ogni paesaggistica pietas – alla porta di Dite il dio si è fatto così vicino e tetragono da non esigere più religione. È per questa irremovibile dedizione ctonica che gli Etruschi hanno costruito e vegliato con così assidua premura le dimore dei loro morti e non, come si potrebbe pensare, all’inverso. Non amavano la morte più della vita, ma la vita era per essi inseparabile dalla profondità di Ctonia, potevano abitare le valli di Gaia e coltivarne le campagne solo se non dimenticavano mai la loro vera, verticale dimora.

Per questo nelle tombe incavate nella roccia o nei tumuli noi non abbiamo a che fare soltanto coi morti, non immaginiamo solo i corpi adagiati sui vuoti sarcofagi, ma percepiamo insieme le movenze, i gesti e i desideri dei vivi che li hanno costruiti. Che la vita sia tanto più amabile quanto più teneramente custodisce in sé la memoria di Ctonia, che sia possibile edificare una civiltà senza mai escluderne la sfera dei morti, che vi sia fra il presente e il passato e fra i viventi e i morti un’intensa comunità e una continuità ininterrotta – questo è il lascito che questo popolo ha trasmesso alla umanità».