Comune unico? Un regalo ai potentati locali

0
400
Cacciarella d’altri tempi

Unificare Ladispoli e Cerveteri renderebbe la “collina” cerite vittima sacrificale di betoniere, gru, cimiteri privati e centri commerciali

di Angelo Alfani

In un periodo in cui i partiti politici sono fantasmi ed i cittadini si sentono abbandonati
anche dalle istituzioni locali, le spinte “autonomistiche” tendono a moltiplicarsi.
Si ritiene che staccasse, rendersi indipendenti, sia sufficiente a farci uscire dal perverso ingranaggio della centrifuga amministrativa. Ci si inventa macro
nazioni del nord, si vorrebbe ripristinare una nazione meridionale pre-garibaldina, chi, in questo caso con motivazioni condivisibili, lotta per la Indipendentzia
Repubrica de Sardigna. Questo per rimanere nel “ragionevole”, perché ci sono anche quelli che rivendicano micro comuni, o anacronistici campanilismi.

Ragioni per essere arrabbiati, per mettere in discussione dimenticanze e abbandoni, ce ne sono e molte ma dividere i territori in tante fette come fossero cocomeri di Maccarese non porterebbe a niente di positivo. Basterebbe ricordare quanto avvenne, un secolo fa, con l’autonomia della frazione di Castel Giuliano ed il tentativo, non riuscito, da parte del Sasso, di separarsi dal Comune di Cerveteri ammogliandosi con Bracciano. Una storia che iniziò con una petizione a sua Maestà Umberto Primo nel 1879. Poche le positività, molti i rammarichi e i “se ce lo sapevo prima!”.

Come non ha alcuna ragione di esistere la posizione di chi propugna unioni di grandi comuni, per batter cassa col potere centrale e rendere ancora più fagocitanti e incontrollabili le multiservizi unificate. Spesso mostruose macchine per sistemare amici degli amici.

Vuol dire soprattutto, nel caso che ci riguarda, non conoscere la storia dell’annessione di una striscia di sabbia da parte del comune di Cerveteri post guerra, e la già preannunciata autonomia, poco dopo, della striscia nera con aggiunte di campagne ubertose, divenuto nel frattempo un congestionato non-luogo, ingrassato a palazzoni e botteghe.

Vuol dire non tener conto non tanto della storia delle comunità che si vogliono mischiare, del rispetto delle diversità, quanto dei rapporti di forza economici che, vista la natura aggressiva dei potentati locali e la plastica subalternità, renderebbe la collina preda sacrificale di betoniere, gru, cimiteri privati, centri commerciali ed altro di ancor più esiziale. Insomma accadrebbe quanto avvenuto con la forzata immissioni di cinghiali dell’est nelle terre italiche. È sufficiente affacciarsi dalla Rocca Antica ed allungare lo sguardo a mare per capire il futuro prossimo del territorio.

 

Ma tant’è ognuno può aprire bocca e disperdere nell’aere comicità a costo zero. A dispetto del chiacchiericcio nel merito di tale sciocchezza, (ma spesso le cose più stupide
hanno un potere attrattivo impensabile), in questo novembre eccessivamente piovoso, la piazza di Cerveteri continua, già dal mattino ancora imbiancato dalla sorella luna, a riempirsi di cacciatori, come avviene da una quantità di tempo che è impossibile quantificarlo. La cacciarella è una manifestazione interclassista, una misticanza di nobiluomini e popolo, di strapaesano e snobismo, ragione forse prima del suo indiscusso fascino. Un battere a terra di scarpe pesanti accompagnato da prolungati e struggenti
lamenti di decine di cagnoli ingabbiati in cassoni di legno montati su pick-up extra lusso, o direttamente dai cofani di pandine.
Una coreografia che si ripete ogni anno e che svanisce quando fumanti automobili iniziano ad inerpicarsi per la salita, attraverso strade acciottolate, verso i monti.
La giornata è accompagnata da spari, abbaiare, urla ed ordini perentori. Poi, come la mattina è stato un tendere verso l’alto, all’imbrunire la tensione è inversa: altrettante lunghe colonne di automobili dai cofani e portabagagli anneriti da pelo ispido, grondanti sangue, scendono dalle colline di Gricciano coi clacson gracchianti che impongono attenzione. Intanto nei bar, sempre più affollati per la mancanza di lavoro, gli ex giovanotti cervetrani, ricordano le occupazioni dell’Aurelia, gli scoppi da esplosivo agli acquedotti
che portavano acqua ai ladispolani, le corriere stracolme per andare in Provincia a “piassella” coi politici, colpevoli di voler regalare “terra cervetrana” ai bottegai a mare. Viviamo di ombre, come si addice ad una terra di sepolture.