Tisserant tra cresime, matrimoni e santi patroni

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1950 in Cresima

di Angelo Alfani

Nessuno poteva immaginare, il 25 agosto 1884, che il maschietto nato a Nancy in Lorena, nella famiglia del veterinario Ippolito, sarebbe stato chiamato a un destino tanto straordinario. Ed ancor meno qualcuno avrebbe potuto scommettere che il Cardinale lorenese, abituato alla raffinata cucina francese ed a quella speziata del Vicino Oriente, finisse per rimanere ammaliato dalla prelibatezza dei pranzi cervetrani preparati da “Menicuccia del prete”, storica perpetua di Don Luigi.

Fettuccine con rigaglie di pollo, impreziosite, all’insaputa, da tartufo umbro, cosciotto ed aletta di pollo ruspante miste a patate annerite da finocchio selvatico e pepe che il Cardinale sgranocchiava cercando di proteggere dall’ungersi la lunga e canuta barba bianca annodandosi un fazzoletto di lino che sembrava stesse dal barbiere.

Ci si alzava a fatica dalla tavola dopo fette di salame inglese o la favolosa zuppa inglese che incantava per l’archermese che la rendeva del colore della calda porpora della dalmatica.

E poi i carciofoli: fritti, alla romana, alla giudia, a listarelle condite con olio e limone: un trionfo degli occhi e del palato che coincideva con la estenuante giornata della cresima e comunione.Veli bianchi di tulle simili a sposine, ragazzini vestiti da matrimonio, stralunati dalla preparazione e svenevoli per il lungo digiuno, torturati dalla cera che bruciava i polpastrelli, si chinavano al Vescovo, levandogli incontro la fronte per l’Unzione: Accipe militem tuum, Christe, et benedice eum; per aprire poi la bocca alla Sacra Particula: Accipe Corpus Christi.

Così Tisserant ricorda l’accettazione della sua intronizzazione, avvenuta il 25 marzo del 1946, della diocesi di cui Cerveteri fa parte: “Ho dovuto prendere, in questi giorni, delle gravi decisioni: la sede suburbicaria di Porto e Santa Rufina è vacante fin dal 1942, con la morte del cardinale Boggiani. Ce n’erano cinque prima di me, ma nessuno ha voluto optare Così l’opzione è arrivata fino a me. Come applicare in questo caso il principio salesiano: niente chiedere, niente rifiutare? Mi sono consultato con il mio confessore, Mons. Jullien, e varie persone. La conclusione di tutto l’insieme della mia inchiesta è stata favorevole alla mia accettazione.”

La diocesi contava appena 42.000 anime ed aveva un modestissimo reddito di 25 000 lire annue, compresa la congrua versata dal governo italiano.

Le distanze tra le venti parrocchie, poco accessibili e spesso prive di luoghi adeguati al culto, lo costringono a scorrazzare tra polverose strade di domenica in domenica, di Santo patrono in Santo patrono, di cresima in cresima.

Il clero presente? Così scrive il Lorenese: “Ho alcuni buoni sacerdoti, una buona dozzina, penso, su venticinque che fanno parte del clero diocesano. Avrei bisogno di quattro o cinque sacerdoti in più, per farne dei viceparroci”.

Solamente due volte si espose manifestatamente per le elezioni politiche: quelle del quarantotto e le amministrative del cinquantasei. La prima gli andò bene, nell’altra prese uno schiaffo.

La prossimità con la Curia romana gli procurò talvolta qualche fastidio, così come avvenne per la celebrazione del matrimonio, Il 4 maggio 1946, di Francesco Ruspoli, principe di Cerveteri, con una ragazza che non apparteneva ad una famiglia principesca, e contro il parere del padre.

La sua scelta fu, ovviamente, quella di celebrarlo. “Ho sostenuto che ero pastore, e che nella mia diocesi non dovevo aver alcuna difficoltà nel benedire il matrimonio di chiunque fosse in regola con la Chiesa” scrive il Cardinale.