Le città fantasma

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... ma poi la banda passò

di Angelo Alfani

Dal Nord, avvolto da umide nebbie ed accerchiato da montagne innevate, sono scesi a farci visita dei cari amici. Dopo esserci spazzolati una cesta di carciofi, abbiamo convenuto che per smaltire l’eccesso si andasse in visita a Monterano Vecchia.

Una lunga passeggiata, attraversando ruscelli e spianate coltivate ad ulivi con piccoli casaletti in tufo che non disturbano affatto il paesaggio, anzi lo arricchiscono con la loro presenza viva.

Poco oltre il pianoro torna a primeggiare la macchia, fitta di rigogliosa vegetazione di biancospini e querciole. Proseguendo per strette ed oscure tagliate, si giunge ad intravedere, sulla sommità della massa tufacea, i primi imponenti resti ed il maestoso acquedotto che da essi si allunga, di quella che un tempo fu la città di Monterano. Assieme, ma distanziati, a pochi altri visitatori (inglesi per lo più), la camminata è continuata tra monumenti diruti: dal convento di San Bonaventura e la chiesa dalla facciata simile ad una quinta teatrale, al cui interno un fico ultracentenario ne è il genius loci, fino al prorompente palazzo Altieri, sotto cui si slancia un enorme leone in pietra, a sormontare una fontana da tempo priva di acqua.

Questo borgo iniziò a spopolarsi nel 1700 a causa della malaria, ma venne completamente abbandonato nel 1799 a causa della distruzione e del saccheggio che l’esercito francese mise in atto per punirli per il loro rifiuto a macinare grano tolfetano.

Siamo tornati a Cerveteri poco prima del calar del sole. Nello slargo, al termine dei giardini, ci ha assaliti una sensazione di vuoto. Rare figure spettrali, simili a fantasmi muti, ciondolanti le gambe sull’asfalto come fossero revenant, superstiti da post scoppio della bomba. Abbiamo avuto la netta sensazione che stessimo ancora vagando per la città fantasma.

Unici guizzi di vita erano rappresentati dallo sparuto gruppo di anziani scesi dalle scalette della chiesa, dispersosi subito dopo il “buonasera”, e l’eroico mucchietto di resistenti attornianti il baraccone del porchettaro: sempre più simile a Fort Apache.

Un groppo allo stomaco per un paese abbandonato e rassegnato, causato da uno stato di colpevole amnesia, smemoramento, incuria.

Scrive l’antropologo: “Non si dà abbandono (di una casa, di un luogo, di un paese) se non alla luce di una verità tecnica, cioè l’impossibilità, passata e presente, della cura, la cura di sé e la cura del mondo in cui si vive”.

E’ vero ci stava la Sagra del carciofo ed in contemporanea il derby. Ma, constatando lo stato di coma in cui versa Cerveteri, mi vien da pensare che ci sta sempre una sagra di qualcosa ed un derby.

Scrive ancora l’antropologo: “Esistono paesi e paesi, pur nella loro inevitabile ed affascinante somiglianza. Ci sono paesi con l’abito da festa, animati, pieni di gente e di rumori e movimenti e ti sembrano quasi innaturali, con il loro troppo pieno, rispetto al vuoto. C’è insomma Il paese che mi pare ed il paese che dispare”

Cerveteri è il paese che dispare.

Post scriptum

Voce dal sen fuggita mi giunge: dopo la dipartita dell’archivio comunale, pure l’archivio storico, unica fonte, a partire dal Millecinquecento, della memoria storica cervetrana, sta prendendo la strada per Colleferro. Un archivio già vilipeso per il luogo inappropriato in cui, da sempre, è stato relegato e vulnerato per i tanti scatoloni che ancora contengono, alla rinfusa, tanta parte di noi. Non ho idea di quale sia la fatal attraction che sprigiona il paesone ciuciaro per gli Amministratori, ma andarci a infognare la storia della comunità, è indubitabilmente di oltraggio ai cervetrani.