Raniero Mengarelli a Cerveteri lo aveva detto negli anni venti…

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Quante straordinarie opere d’arte sarebbero rimaste a Cerveteri invece di prendere la strada di ricchi collezionisti?
di Giovanni Zucconi

Cerveteri avrebbe potuto avere un altro destino. Lo abbiamo sempre detto. Era destinata a diventare il centro di una delle più belle, vaste e importanti aree archeologiche del mondo. Le premesse c’erano già tutte nel 1909, quando l’Ing. Raniero Mengarelli iniziò gli scavi sistematici nel nostro territorio, portando alla luce, tra le altre cose, quella che attualmente è la Necropoli della Banditaccia. Quello che è successo dopo, anzi quello che non è successo, è la Storia di Cerveteri degli ultimi 100 anni. Storia che, non è certo per un caso, ancora nessuno ha avuto il coraggio (il termine non è casuale) di raccontare in modo analitico, obiettivo ed esaustivo. La mancanza di studi storici “scientifici” non ci impedisce però di indicare tre grandi mali che hanno minato alla base lo sviluppo di Cerveteri. Prima ancora del grande saccheggio dei tombaroli della seconda metà del XX secolo, e della partecipazione di quasi tutta la popolazione cerite alla grande abbuffata del traffico internazionale clandestino delle opere d’arte, c’erano già tutte le condizioni per la mancata crescita del nostro territorio: la presenza ingombrante di grandi famiglie latifondiste appartenenti alla più importante nobiltà italiana, la sudditanza della popolazione e delle istituzioni agli esponenti di queste famiglie e, soprattutto, la mancanza di una vera classe imprenditoriale capace di sfruttare le enormi potenzialità economiche e turistiche di Cerveteri. Oggi proveremo a raccontare un pezzo di questa Storia, e lo faremo attingendo a piene mani da uno straordinario articolo scritto dalla dott.ssa Rita Cosentino, l’attuale responsabile dell’area archeologica di Cerveteri, per “Mediterranea – Quaderni annuali dell’Istituto di Studi sul Mediterraneo antico”. Il titolo di questo articolo è: “Raniero Mengarelli a Cerveteri. Appunti dal carteggio inedito”. Già dal titolo potete già capire che la Storia che proveremo a raccontare, la ricostruiremo attraverso le opere di quello straordinario personaggio che fu Raniero Mengarelli. La racconteremo in più puntate. In questa affronteremo la questione, ancora non completamente risolta, della tutela delle nostre aree archeologiche. Mi ha stupito scoprire che il primo che se ne occupò, in anticipo sulle reali esigenze, fu proprio Raniero Mengarelli. Già negli anni 20 del ‘900, il Mengarelli si pose il problema della tutela dei siti archeologici e dei monumenti appena scoperti. Ma perché si preoccupa? C’era già una buona legge, la 364 del 1909, che fece scattare immediatamente dei provvedimenti a tutela di tutte le aree archeologiche che si stavano scoprendo a Cerveteri. Ma le leggi non bastano quando gli interessi economici trovano la strada per ignorarle, e questi provvedimenti furono quindi largamente disattesi. Disattesi perché gli interlocutori del Mengarelli erano famiglie potenti: Torlonia, Ruspoli, Martini Marescotti. Non ci stupisce quindi che riuscivano ad farsi annullare dal Ministero, quando serviva, i provvedimenti di tutela. Per questo i contadini a servizio di questi nobili continuarono a coltivare i terreni vincolati, anche in presenza di tumuli etruschi. L’interesse economico veniva prima della tutela dell’immenso patrimonio archeologico che stava venendo alla luce. Il cinico calcolo dei tombaroli di qualche decennio dopo, “il mio guadagno viene prima dell’interesse pubblico”, ha origine già in quei lontani anni prima della guerra. Quando dico che i mali di Cerveteri hanno radici lontane e profonde, ho buoni motivi per pensarlo. L’impossibilità di garantire i necessari vincoli sulle aree archeologiche di Cerveteri, portò il Mengarelli a immaginare che l’unica soluzione possibile fosse quella di acquisire tutte queste aree al Demanio statale. Una soluzione senza alternative, ma che purtroppo aveva un costo per le casse dello Stato, dovendo evidentemente essere appetibile per i proprietari terrieri. Il Mengarelli per promuovere questa sua illuminata proposta redasse un vero e proprio “business plain”, dove dimostrò la convenienza economica dell’esproprio delle aree archeologiche, pari a 251,45 ettari, da parte dello Stato. Non sto qui a elencare tutti i costi che lo Stato si faceva carico a seguito dell’esproprio, e delle entrate previste, per esempio dall’affitto a pascolo dei terreni. Ne risultava che, a fronte di una spesa prevista di circa 416.900 lire, si poteva contare su un reddito annuo netto di 25.044 l, pari ad un reddito del 6%. Quindi si trattava di un esproprio economicamente sostenibile e vantaggioso. Ma non andò, come è facile immaginare, come Mengarelli aveva previsto. Anche in questo caso gli interessi economici frenarono questo processo. Il Mengarelli ci racconta, nelle sue relazioni, come i grandi proprietari terrieri cercarono di trarre sempre più profitti da quelle espropriazioni. In particolare ci racconta come il principe Don Alessandro Ruspoli, in occasione dell’esproprio dei terreni per la costruzione della strada alberata che porta alla Banditaccia, chiese un’ulteriore integrazione economica, facendo osservare che quei terreni, acquisiti come pascolo, erano diventati, dopo gli scavi che avevano portato alla luce numerose tombe, un’area archeologica. Questo non fu un episodio isolato. Altri proprietari, dopo che venivano trovati nuovi monumenti funerari, chiedevano, al termine delle procedure di esproprio, un’integrazione alla cifra pattuita. Ma le richieste di integrazione “postuma”, non furono gli unici ostacoli che le grandi famiglie terriere posero nel processo di espropriazione. Mengarelli ci racconta in una sua nota del 14 luglio 1938, di come il Principe Don Alessandro Ruspoli chiese addirittura la restituzione di un’area, in prossimità della Necropoli, che gli era stata già espropriata. Ma che ci fa un Principe con un area archeologica, che dovrebbe essere tutelata dallo Stato e, al limite, sfruttata dal punto di vista turistico per lo sviluppo economico di Cerveteri? Ce lo spiega lo stesso Mengarelli nella sua nota: “…Con poche migliaia di lire (circa settemila) il Principe, se può riavere il terreno, conta di ricavarne moltissime di più come avente diritto alla quarta parte delle cose scoperte, restando proprietario del terreno stesso!”. Ma non sono solo i premi di ritrovamento che allettano i grandi proprietari terrieri. Incredibilmente essi ricevono anche un affitto dallo Stato per le tombe che si trovano sui terreni non ancora espropriati. Leggiamo nell’articolo prima citato: “…Per le aree non acquisite al demanio statale sino agli anni Cinquanta del Novecento veniva pagato al proprietario una specie di canone d’affitto, non solo per le aree ma anche per le tombe sovrastanti. In un documento del 21 giugno 1921 prot. nr.1376 si certifica che a seguito del contratto tra il principe Alessandro Ruspoli ed il Ministero dell’Istruzione con decorrenza dal 1 gennaio 1915 e dovuto alla Proprietà l’affitto di nove tombe “nella tenuta Banditaccia” pari a trecento lire per il periodo 1 luglio 1921 – 30 giugno 1922.”. Questo almeno fino al 1946. Siamo ancora negli anni 30 del ‘900, decenni prima degli anni d’oro dei tombaroli seriali e “professionisti”, ma a Cerveteri l’atteggiamento nei confronti del patrimonio archeologico è sempre lo stesso. Le nostre aree archeologiche non sono viste come volano per la crescita economica del territorio, ma come mucche da mungere, per trarre il maggiore guadagno personale possibile. E la Comunità? Non esiste. Ognuno per se. Negli anni 30, come negli anni 70-80. Cerveteri è stata fortemente penalizzata da questo atteggiamento. Salvo poi stupirsi che qualche costruttore abbia edificato un quartiere sopra una Necropoli. Dobbiamo riflettere su questo se vogliamo capire perché siamo in questa situazione invece di vivere una florida città che vive di turismo. Quelle descritte sono le nostre radici, e l’albero non poteva crescere diverso. Secondo voi quando è terminato il processo iniziato dal Mengarelli negli anni 20? Non ci crederete, ma ci sono voluti quasi 80 anni. Ci ricorda la dott.ssa Cosentino che “La completa acquisizione della Necropoli della Banditaccia risale agli inizi degli anni Ottanta e la consegna alla Soprintendenza dei vari settori del complesso monumentale compreso il Piazzale antistante la Necropoli della Banditaccia ora Piazzale Mario Moretti e la via di accesso “la cosiddetta autostrada” data al febbraio 1997.” Credete che questo ritardo sia stato dovuto solo al caso, o a banali problemi burocratici? Io credo di no. Così come non fu un caso che Cerveteri, che può vantare decine di migliaia di tombe etrusche sul proprio territorio, abbia inaugurato un proprio Museo solo nel 1967. Quanti Parchi Archeologici si sarebbero potuti fare in 80 anni se non avessero ostacolato Raniero Mengarelli nella sua opera di espropriazione e di messa in tutela delle nostre aree archeologiche? Quante straordinarie opere d’arte sarebbero rimaste a Cerveteri, nel nostro agonizzante Museo, invece di prendere la strada di ricchi collezionisti? Se avessimo dato retta al Mengarelli, adesso la situazione economica di Cerveteri sarebbe stata radicalmente diversa. Adesso i nostri giovani avrebbero sicuramente trovato lavoro in un’industria del turismo che non ha avuto modo di partire, o che è partita troppo tardi. Grazie comunque Ing. Mengarelli. Tu ce l’avevi messa tutta…