L’irrisolto mistero del delitto di Capocotta

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La morte della giovane Wilma Montesi sul litorale romano fu il primo caso di cronaca nera che divise l’opinione pubblica di Antonio Calicchio

L’affare Montesi – affare di costume e di regime – il c.d. “giallo delle orge della Capocotta”, che ha appassionato milioni di Italiani, ha avuto inizio nel 1953. Si tratta di un autentico mistero da romanzo poliziesco, ricco di incredibili colpi di scena. Uno di quei gialli che originano da quello che pare un microscopico fatto di cronaca nera, che, invece, si espande, coinvolge sempre più persone, arriva sempre più lontano e in alto, sino a diventare il primo grande scandalo della Repubblica italiana. Ma è anche la storia di una donna, il cui ricordo – nel turbinio che gravita intorno alla sua morte – finisce sempre per scomparire.

Corre – come detto – l’anno 1953, il Secondo conflitto mondiale è terminato da meno di dieci anni, è in corso la Guerra fredda tra Stati Uniti ed Unione Sovietica; Stalin è deceduto in quell’anno e in Italia governa la DC, mentre Trieste è contesa fra l’Italia e la Iugoslavia; l’anno precedente è venuto a mancare il filosofo napoletano Benedetto Croce, padre della costituzione italiana, ideologo del liberalismo novecentesco ed esponente del neoidealismo; e da 5 anni vige la carta costituzionale repubblicana. Non vi sono le autostrade, la televisione non esiste, sono in voga canzoni come Acque amare, Luna caprese o La pansè; si vedono film come Gli uomini che mascalzoni e I vitelloni, di Fellini. Insomma, sono gli anni Cinquanta, quando “scoppia” il caso Montesi che è, innanzitutto, un giallo e, come tale, inizia con una spiaggia deserta, la mattina presto, con qualcosa di strano accanto all’acqua che sembra un corpo abbandonato. Spiaggia che è quella di Tor Vajanica, alle ore 7,20, dell’11 aprile di quell’anno.

E a notare la strana forma sulla battigia, sfiorata dalle onde della risacca, è Fortunato Bettini il quale sta mangiando un panino sul muretto di una villetta in costruzione, in attesa degli altri suoi colleghi operai del cantiere. Egli si avvicina e scopre che si tratta di un corpo di donna, morta.

Spaventato, corre a raccontare il tutto, dapprima, ai compagni, poi, alla più vicina stazione delle Forze dell’ordine, la caserma della Guardia di finanza di Tor Vajanica.

I finanzieri avvertono i carabinieri della stazione di Pratica di Mare e, alle 9,30, giunge in loco il maresciallo, accompagnato dal medico condotto del paese; poiché le onde hanno spostato il corpo, il maresciallo lo fa sollevare e lo fa distendere più lontano sulla spiaggia, supino, verbalizzando, prima, la posizione originaria, con tutti i particolari. Il medico osserva che il corpo non è ancora preso da rigor mortis; pertanto, il decesso – attesa anche la condizione dei vestiti e dello smalto sulle unghie che facevano pensare ad una permanenza in acqua non lunga – potrebbe risalire a 18/24 ore prima, la cui causa, secondo il medico, era annegamento.

Orbene, quella ragazza si chiama Wilma Montesi, del quartiere Salario, di 21 anni, figlia di un falegname e di una casalinga, ha un fratello ed una sorella, fidanzata con un poliziotto calabrese di stanza a Potenza.

L’ultima volta che la famiglia aveva visto Wilma era stato il 9 aprile, giorno in cui, mentre la madre e la sorella erano andate al cinema, Wilma, a metà pomeriggio, era uscita di casa, senza gioielli. Solitamente, rincasa alle 8, e, alle 8,30, il padre comincia a preoccuparsi, recandosi, dopo essere stato al policlinico e sul lungotevere, al commissariato di via Salaria.

La ragazza scompare il 9 e il corpo viene rinvenuto l’11 aprile, mentre il 13, a casa Montesi, nel corso di un interrogatorio da parte di un commissario della Squadra mobile, telefona Rosa Passarelli, impiegata al ministero della Difesa la quale chiede poter recarsi dai Montesi a vedere foto più chiare, dato che crede aver riconosciuto Wilma: è la ragazza che il 9 aprile, alle 17,30, è salita su un treno, alla stazione Ostiense, viaggiando sino ad Ostia, seduta davanti a Rosa.

Il giorno seguente, Wanda, la sorella, ricorda che Wilma desiderava andare a Ostia per bagnarsi i piedi in mare, facendo verbalizzare che tanto lei, quanto la sorella soffrivano di un eczema, un arrossamento al tallone, provocato dalle scarpe; così, Wilma aveva pensato di arrivare sino ad Ostia, per un “pediluvio” nell’acqua di mare.

Un altro testimone, una baby sitter, asserisce aver visto Wilma, alle 18, ad Ostia, che camminava sulla spiaggia libera; e un ulteriore testimone, la proprietaria di una edicola della stazione di Castel Fusano, riconosce in Wilma la ragazza che quella sera aveva acquistato una cartolina, aveva preso una matita dal portafoglio, aveva scritto su qualcosa, poi, l’aveva affidata a lei affinché la impostasse per Potenza. Per la polizia, ciò è abbastanza; nel settembre 1953, la Procura della Repubblica di Roma propone richiesta di archiviazione degli atti con la motivazione che la ragazza è deceduta a causa di un pediluvio, richiesta che, in dicembre, trova accoglimento da parte del giudice istruttore.

Ma qualcosa non quadra.

Intanto, gli orari: l’impiegata ministeriale afferma aver visto Wilma sul treno, per Ostia, alle 17,30; ma quella è pure l’ora in cui la portiera dice averla vista uscire di casa. Poi, i vestiti: il reggicalze; Wilma si è tolta le scarpe e le calze per camminare nell’acqua, perché togliersi pure il reggicalze? Dove è finito? E dove sono finite le calze, le scarpe e la gonna? E la borsa? Poi, lo stato del corpo: se la ragazza si fosse sentita male il 9, ad Ostia, e fosse annegata là, per giungere sulla spiaggia di Tor Vajanica 2 giorni dopo, allora perché aveva ancora lo smalto sulle unghie? E l’eczema al tallone era veramente tanto grave?

Il primo a sostenere tali stranezze è il giornale il “Roma” il quale assume essere stata vista Wilma, una decina di giorni prima della morte, nei pressi di Tor Vajanica, in compagnia del figlio di una nota personalità politica governativa. Successivamente, è un settimanale satirico, il “Merlo giallo”, attraverso una vignetta che raffigura un piccione viaggiatore che vola con un reggicalze nel becco.

In quegli anni, vi è un politico che si chiama Attilio Piccioni, della DC, vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Affari Esteri il quale ha un figlio che si chiama Piero, musicista e compositore.

Un settimanale romano, “Attualità”, diretto da Silvano Muto, nell’ottobre 1953, pubblica un articolo, a firma dello stesso Muto, col quale muove critiche all’indagine della polizia, senza indicare alcun nome, ma parlando di droga, di festini e di orge con donne proprio del litorale romano. Muto prosegue, scrivendo di una autovettura che si arena nella sabbia, al punto che alcune persone debbono aiutare a disincagliarla, sulla quale autovettura, insieme ad un giovane, vi era Wilma; costei era anche a Castelporziano e a Capocotta, in una “festosa riunione”, con due persone che Muto chiana X e Y. E’ là che Wilma si sente male, gli altri la reputano morta e, onde evitare di finire nei guai, la scaricano sulla spiaggia, dove annega; e dal momento che X e Y sono influenti, la polizia insabbia tutto.

Muto viene denunziato per diffusione di notizie false e tendenziose; e, al cospetto del procuratore della Repubblica di Roma, ritratta, sostenendo essere l’articolo frutto di invenzione, allo scopo di renderne più interessante il contenuto. Nel gennaio dell’anno dopo, vi è una amnistia che cancella i procedimenti a carico di numerosi giornalisti che hanno formulato illazioni sul caso Montesi; ma l’articolo di Muto non ricade nei termini dell’amnistia per meno di una settimana. E così, egli finisce sotto processo, facendo estendere l’affare Montesi, sino a suscitare l’interesse dell’intero Paese e della classe politica di allora.

Muto, all’apertura del procedimento, ritratta la ritrattazione, affermando di aver compiuto una vera e propria indagine, anche con testimoni. Il primo, era una ragazza della provincia di Caserta che, però, sull’universo dei festini nel litorale cade in contraddizione e viene arrestata per falsa testimonianza. Il secondo, è Marianna Moneta Caglio, detta Anna Maria, che, quando arriva nella capitale, con la volontà di fare cinema, ha 23 anni, è figlia di un notaio della Brianza, democristiano. Nello studio del ministro Spataro, conosce Ugo Montagna, marchese di S. Bartolomeo che gestisce la tenuta di caccia di Capocotta, col quale rimane in rapporto. A questo punto, Anna Maria si rivolge alle conoscenze paterne: si reca dai gesuiti milanesi che la pongono in contatto con p. Alessandro Dall’Olio, cui racconta tutto; quest’ultimo si rivolge a p. Virgilio Rotondi ed entrambi si rivolgono, a loro volta, ad un prete fratello di un senatore della DC, per arrivare a Fanfani, ministro dell’Interno il quale dovrebbe usare la polizia che dipende dal suo ministero. Ed invece, il comandante della regione territoriale dei carabinieri di Roma dichiarerà, al processo, che il ministro gli affida una controinchiesta. Il rapporto viene chiamato in causa nel processo Muto e finirà inevitabilmente sulla stampa; e il caso Montesi esplode in tutta la sua potenza, travolgendo ogni cosa. Nel marzo 1954, il tribunale di Roma sospende il processo nei confronti di Muto, mentre la Procura apre una istruttoria formale sul decesso di Wilma, in cui preliminarmente elimina la storia del pediluvio.

L’orario. Il giudice istruttore esegue il sopralluogo: 6 km e 300 mt. da casa della ragazza alla stazione Ostiense, 15 minuti in automobile, 30 minuti in autobus e un’oretta a piedi. Se è uscita alle 17, come dice la polizia, allora con l’autobus sarebbe arrivata in tempo per salire sul treno delle 17,30, allorché la vede l’impiegata ministeriale. A piedi, no. Qualora, invece, avesse ragione la portiera, che Wilma è uscita dopo le 17,10, allora gli orari saltano tutti.

Tuttavia, l’impiegata ministeriale, nel momento in cui ha riconosciuto Wilma da una foto, ne ha fornito una descrizione differente rispetto a come era vestita quel giorno. La baby sitter, che l’aveva vista camminare sulla spiaggia, non la riconosce con certezza dalle foto e ricorda un’ora, le 18, in cui Wilma non poteva essere ancora là. La giornalaia parla di una donna con una collana di perle, ma Wilma non aveva la collana; parla, inoltre, di una matita estratta da un portafoglio, ma Wilma, solitamente, non aveva con sé né l’una, né l’altro; per scrivere una cartolina spedita a Potenza, probabilmente al fidanzato, ma che non ne ha mai ricevuta nessuna. Dunque, orari che non tornano, testimoni incerti: secondo il giudice istruttore, la storia di Wilma che va ad Ostia per un pediluvio, a causa di un arrossamento al tallone, non regge. E, poi, c’è il rinvenimento del corpo a Tor Vajanica; da lì alla spiaggia di Ostia vi sono 20 km che il corpo avrebbe percorso in 36 ore, oltre mezzo chilometro all’ora. Quella sera vi era stato un temporale e vi era forte vento, dice la polizia; ma non regge lo stesso. Nei polmoni viene ritrovata molta sabbia, segno che è annegata in poca acqua, quasi sulla spiaggia; ed ancora: la sabbia non è del tipo ferroso che si trova nella spiaggia di Ostia, ma è più simile a quella della spiaggia di Tor Vajanica.

Ad avviso del giudice istruttore, Wilma Montesi ha avuto un malore, sì, ma non sulla spiaggia, da un’altra parte; e chi era con lei si è spaventato, ha pensato fosse morta e, per disfarsene, l’ha portata sulla spiaggia, dentro una macchina o su un cavallo, e l’ha abbandonata. Ma la ragazza non era morta, era svenuta; e là, sulla spiaggia, in una spanna d’acqua, lentamente, respirando acqua e sabbia, è annegata. Ma dove si era sentita male? A Capocotta, vicino Tor Vajanica, dove, secondo Muto e Anna Maria Moneta Caglio, si svolgevano festini a base di alcol, di droga e di donne.

Le indagini del giudice istruttore tentano di dimostrare che Wilma non è quella che sembra; che ha un tenore di vita superiore alle sue possibilità; che è entrata nel giro delle orge e degli stupefacenti, e che è morta durante uno dei festini che si tenevano a Capocotta. Ma chi l’ha uccisa? Ugo Montagna e Piero Piccioni. Secondo il giudice istruttore. Anna Maria Moneta Caglio dice che frequentavano Capocotta, unitamente a Wilma. Nel settembre 1954, sotto casa del padre, Piero Piccioni viene tratto in arresto per omicidio colposo. La sera, si costituisce Ugo Montagna, marchese di S. Bartolomeo. Un mandato di comparizione viene inviato anche all’ex questore di Roma, per depistaggio, per essersi inventato la falsa pista del pediluvio.

Prende inizio, così, il processo del secolo! E’ il 1954; governa la DC, insieme al PSDI, al PRI e al PLI. Il presidente del Consiglio è Scelba. Muore De Gasperi e si risolve la questione-Trieste. La televisione inizia le sue trasmissioni e le canzoni che si cantano sono Aveva un bavero, del Quartetto Cetra e Teresa non sparare, di Buscaglione; Coppi viene denunziato per abbandono del tetto coniugale e la sua convivente arrestata per adulterio.

Il processo Montesi viene trasferito da Roma a Venezia, rimanendo la notizia di prima pagina di tutti i giornali per mesi; e le persone si affollano per vedere i protagonisti dell’affare: Silvano Muto e Anna Maria Moneta Caglio, che sui giornali diviene “Il cigno nero”, la grande accusatrice, la moralizzatrice dei costumi. Ugo Montagna e Piero Piccioni, gli imputati, poi, i vari testimoni. Vi sono anche gli avvocati Carnelutti e Sotgiu.

Sin dall’inizio, il processo e gli scoop che appaiono sulla stampa penetrano nella contesa politica dell’epoca; e tra le prime reali conseguenze si registrano le dimissioni di Attilio Piccioni, il successore designato di De Gasperi, l’avversario politico di Fanfani nella lotta per la segreteria della DC, il padre dell’imputato di concorso in omicidio colposo Piero: la sua carriera politica si conclude qua, per sempre.

Del resto, non vi è solamente lo scontro interno alla DC sullo sfondo del processo Montesi; vi è pure l’opposizione, vi è anche il PCI di allora che cavalca lo scandalo, accusando i democristiani di ipocrisia ed immoralità. Ed è proprio dal titolo di un editoriale dell’ “Unità” che nasce il termine “questione morale”. I partecipanti alle “festose riunioni” nelle ville del litorale romano vengono definiti “capocottari”, e capocottari sono chiamati i democristiani dalla minoranza, ogniqualvolta il dibattito in Parlamento si fa più incandescente.

L’avv. Sotgiu, è il difensore di Muto, è un politico comunista e antidemocristiano. L’avv. Carnelutti, è uno dei fondatori dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani ed un esponente dell’Unione Monarchica Italiana; segnano, la sua colorita retorica, le cosiddette coppie carneluttiane, relative a tutte le possibili figure del rapporto giuridico. Il fotografo Tazio Secchiaroli ispirerà il personaggio del paparazzo, nel film La dolce vita, di Fellini. Almeno 300 testimoni firmano esclusive coi giornali. Molti di questi ritratteranno. Il 90% dei testi, al processo Montesi, risulterà aver reso dichiarazioni false o inesatte.

Lotta politica, scandali, capocottari, DC e PCI, ma Wilma da chi è stata ammazzata?

Sotto quel profilo, il processo si va sgonfiando.

Ed infatti, a carico di Montagna e di Piccioni, a prescindere dalle rivelazioni di Anna Maria e da alcune voci, non vi è niente. Musicista, amante di una famosa attrice, con una vita un po’ strana, ciò può essere sufficiente per una accusa di omicidio? No. Peraltro, Piero Piccioni ha pure un alibi. Egli afferma che, nei giorni in cui Wilma sparisce, si trova ad Amalfi; torna a Roma nel pomeriggio del 9, rimane a casa, in quanto ha la febbre e vi resta anche nei giorni seguenti. Un professore lo visita e gli rilascia una ricetta per le medicine ed un esame delle urine, con la data. Ma al giudice istruttore pervengono alcune lettere anonime secondo le quali le ricette sono false; sottoposte a perizia, le date e la firma si mostrano contraffatte. Per il giudice istruttore, si tratta di una prova non a difesa, ma a carico.

A questo punto, l’attrice Alida Valli, fidanzata di Piero Piccioni, testimonia al processo, convalidando il suo alibi; Piero è stato con lei ad Amalfi, all’hotel Luna, sino al 9 aprile, allorquando è tornato nella capitale, perché aveva la febbre e si è sottoposto a visita del professore. Almeno 10 testi possono confermare ciò, come anche la circostanza che Piccioni è rimasto a letto fino al 13. E i certificati contraffatti? A giudizio del tribunale di Venezia, è stato il dottore ad agire di sua iniziativa, al fine di correggere un suo errore.

Il processo di Venezia dura 3 anni. Nel maggio 1957, Piero Piccioni, Ugo Montagna e l’ex questore vengono mandati assolti con formula piena, “per non aver commesso il fatto”. Con questa storia, essi non hanno alcun legame.

Per il tribunale di Venezia, le festose riunioni a Capocotta si sono tenute, Wilma non è deceduta in conseguenza di un pediluvio, ma è stata uccisa. Da chi, però, non si sa. Processo chiuso.

Tuttavia, nel 1964, il tribunale di Roma condanna Muto ed Anna Maria per calunnia. Secondo il tribunale, essi hanno mentito su tutto. Wilma è morta a causa di un incidente. Mentre faceva un pediluvio. Si tratta di una sentenza che contrasta con quella emessa dal tribunale di Venezia, per cui Wilma è stata assassinata. E’ un assurdo giuridico.

La vicenda giudiziaria di Wilma Montesi ha inciso profondamente e radicalmente nella società italiana, nella politica e nell’informazione. Vi fu, tra l’altro, l’emergere di due parole nel linguaggio politico e dell’informazione. La parola “scandalo” e la parola “memoriale”; dal 1953, saranno parole usuali laddove vi saranno lotte di potere in Italia. Lotte di potere combattute a colpi di scaldali, di dossier e di campagne giornalistiche. Processi che non si risolvono in nulla. E’ la storia dei misteri d’Italia. Ma tutto questo non deve mai far dimenticare le vittime di qualunque reato, non deve mai far dimenticare Wilma, una ragazza di 21 anni che, comunque, è morta. Perché è morta e chi l’ha uccisa? Non si sa.