LA PARTITA DI CALCIO IN PIAZZETTA

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piazza santa maria

QUANDO I RAGAZZINI GIOCAVANO A PALLONE A PIAZZA SANTA MARIA.

di Angelo Alfani

Il nascere in un posto può essere un fatto puramente accidentale, dovuto al caso, ma l’appartenenza ad un luogo è tutt’altra faccenda.
Io non mi sento affatto speciale perché anagraficamente risulto essere nato a Cerveteri, ma mi sento addosso la diversità dell’esserci nato, di godere del privilegio, e mai come oggi di privilegio si tratta, di avere la cappella di famiglia nel Cimitero monumentale. È indiscutibile il fatto che siamo condizionati da una città da una cultura da un padre. Scrive Raffaele La Capria, dai cui scritti prendono forma queste mie brevi considerazioni: «Sarà vero che si possono amare moltissimo certi luoghi senza farne per questo il topos della propria esistenza? Forse sì, ma ogni uomo col sentimento della propria identità come potrebbe fare a meno, non di un luogo, ma di ciò che un luogo ha suscitato nell’anima e nei sensi, come potrebbe fare a meno di quell’immagine primaria che giace immota sul fondo della coscienza come una nave affondata chissà quando?». E di luoghi simbolo, di topos, la natura la tradizione i padri ne hanno donato in sovrappiù alla nostra comunità. Fondamentale è non assumere su di noi un culto ossessivo del proprio passato, con l’inevitabile rischio di portarsi appresso un guazzabuglio di pregiudizi e luoghi comuni: una “cervetranità” degenerata, esibizionistica, ruffianesca; tendenza che accomuna “Civiltà” in evidente stato comatoso. Vivere invece la propria diversità, scevra da nostalgiche e malinconiche istituzionalizzazioni: solo così si può con tranquillità essere aperti al nuovo e sghignazzare “aibelli-inbusti” convinti che i cervetrani siano residuato storico, trapassato remoto da inglobare nel mare magnum “dispolense”. O ancor peggio nella omologazione universale. Ho avuto la fortuna ieri l’altro di passare per la piazzetta della chiesa e, miracolo, ho rivissuto quanto un tempo era consuetudine, provando un sentimento di commossa partecipazione. La piazza fondamento della comunità, con le mura di tufo corrose, crivellate di nicchie vuote, su cui si affaccia una balconata che da sola merita un sospiro entusiastico, era vissuta grazie a dei ragazzini che vi avevano improvvisato una partitella a calcio. Come se le buche che rendono lo spiazzo simile ad un campo da golf, l’orribile porfido, la posticcia vaschetta non esistessero: un campo da football immaginato, le porte, quattro giacchette a segnalare i pali. Arbitri e guardialinee come logico non pervenuti.

Il tempo in cui la polverosa piazza diveniva campo da calcio, coincideva più o meno con il timido arrossire dei papaveri che, rari, crescevano sopra i merli assieme a margherite: frutto di semi lasciati dal vento o portati dagli uccelli.

Erano partite che si prolungavano fino a tardi, interrotte alcune volte dall’arrivo di un uomo in cappello, noto come lo squarciatore di palloni, o dagli urlacci di attempate mamme o sgraziati gridolini di giovani sorelle: “Disgraziato, nun te sa ora te veni’ a cena!? Poi a casa famo li conti”. La polvere accompagnava ogni movimento, seguiva il calciatore, si allungava dietro al pallone, mentre le scrostate mura delle casupole, allora abitate e non vuoti gusci per “culturame” , e la facciata del palazzotto si tingevano di rosa per la luce di Usils che si dilungava a nascondersi dietro ai merli per poi sprofondare dietro i pini della Banditaccia, a regalare ulteriore spensieratezza ai ragazzini cervetrani.