INTERVISTA ESCLUSIVA AL NOTO ATTORE E REGISTA NICOLA PISTOIA

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“IL MIO SOGNO? UNO SPETTACOLO CON MIA FIGLIA ALICE, DOVE MENTRE LEI CANTA, IO POSSA RACCONTARMI COME UOMO E COME PADRE”

di Mara Fux

Attore dei più eclettici che il panorama artistico italiano proponga, Nicola Pistoia, classe ’54, è sempre più attratto dalla regia che dalla recitazione: suo “Casalinghi disperati” ai Servi; suo “Guida pratica per coppie alla deriva” al Sette; suo pure “Barbara” al Belli. A questo punto la domanda è lecita …

Che succede Nicola: non ti piace più fare l’attore?
Diciamo che ultimamente mi sono dedicato di più alla regia. Però credo sia come dici tu e che mi sia un po’ stancato di fare l’attore cosa che in passato mi piaceva tantissimo. Negli ultimi tempi invece mi pesa parecchio.

In che senso, che cosa ti pesa?
Mi pesa la ripetitività della vita di attore teatrale, le prove, i debutti, tutte cose che un tempo mi piacevano ma che oggi non mi danno più stimoli.

Suona strano detto da uno di quelli che ha reso celebri nel mondo cinematografico testi deliziosi nati per il teatro come ad esempio “Piccoli Equivoci”.
Hai nominato un titolo cui sono particolarmente legato, una commedia rappresentata alla Sala Umberto, poi divenuta film, che fece meritare a Ricky Tognazzi il David di Donatello come regista esordiente nell’ ‘89. Vedi in quel caso, con gli altri attori montavamo scena per scena vedendoci tutti i giorni proprio come succede in teatro; provavamo senza interruzione e pure senza immaginare che cosa ne sarebbe venuto fuori dato che lì Tognazzi era alla sua prima regia e nessuno poteva aver idea di come sarebbe stato il risultato per aver visto suoi lavori precedenti. Invece quando mi sono rivisto sono rimasto sorpreso e la cosa bella di questo lavoro per chi lo fa è proprio la sorpresa, come quando in teatro ti arrivano le risate dove non te le aspetti.

Lo avete visto la prima volta già montato?
Oggi si gira in digitale e tu vedi sul monitor scena per scena, quello che è buono lo tieni, il resto lo butti. All’epoca si lavorava in pellicola e dovevi stare in campana perché la pellicola era un costo vivo, lo spreco aumentava i costi di lavorazione di un film. E al di là del che indicava che la scena era andata bene, bastava un pelo perché la scena si dovesse ripetere. Un pelo? Certo, un pelucchio nascosto che però nel girare aveva distorto delle scene per cui eri costretto a buttar tutto. Anche con le fotografie si faceva così: portavi a sviluppare un rullino da 25 foto ma mica le stampavi tutte, ti sceglievo quelle che ti piacevano guardando con la lente i provini per stamparne magari solo 8.

Anche “Uomini sull’orlo di una crisi di nervi”, “Stregati dalla luna” e “Ben Hur” sono successi cinematografici tratti da commedie teatrali. A quale sei più affezionato?
Sicuramente ai primi due che nella trasposizione cinematografica hanno mantenuto fedeltà alla commedia con un altissimo risultato di botteghino. Nel caso di Ben Hur probabilmente è mancata una certa empatia con il regista, ci siamo trovati nel vortice di decisioni della produzione che non condividevamo pienamente per le quali avremmo dovuto dire no.

Ma al pubblico è piaciuto?
Chi non aveva mai visto la commedia in teatro, lo ha pure gradito ma chi invece l’aveva vista magari pure due o tre volte è rimasto un po’così. Poteva essere un film più dirompente, non dico superare il successo di “Uomini” o “Stregati” ma quantomeno andare sulla stessa scia. La scelta della produzione di affidare la direzione ad un regista che stava al suo secondo film oltre all’inserimento di alcune variazioni in sede d’adattamento … ripeto, avremmo dovuto dire maggiori no.

Quanto è importante la fortuna nella tua professione?
La fortuna è molto importante.

E la popolarità derivante dalla televisione?
La nostra televisione è frutto più di clientelismo che di altro, come la accendi vedi le solite facce, non è più come negli anni ’60, ’70 o ’80 quando attori professionisti si inter scambiavano passando dal piccolo al grande schermo al palcoscenico. Oggi chi fa l’uno non fa l’altro.

Quanti ricordi personali conservi di colleghi con cui hai condiviso la carriera? Questa è una domanda un poco spigolosa perché, vedi, mi viene subito in mente di quando giravo con Gigi Proietti “L’avvocato Porta”; stavamo insieme dalla mattina alla sera, parlavamo delle nostre famiglie, ci raccontavamo aneddoti, barzellette. Però quando finito il lavoro l’ho invitato da qualche parte, non è mai venuto. Perché succede che come si chiude il set ognuno torna ai suoi affetti, ai suoi momenti come se la vita e il set non siano conciliabili. In teatro questo non succede. Con Haber ho davvero diviso tantissimi momenti e anche con Luigi Pistilli. Potrei raccontarti, ma non sarebbe da scrivere, di una notte trascorsa con Walter Chiari per le vie di Gubbio. E di bellissimi discorsi fatti con Marco Columbro che mi è stato il testimone di nozze o di Albertazzi che è stato per me il nonno che non ho mai avuto. O di Massimo Venturiello… in teatro ci sono questi rapporti, in televisione è più difficile.

L’amarezza che avverto non deriverà dall’approssimarsi del compleanno?
A fine mese ne compio 69 e se mi limito a considerare questo, quello che resta non è roseo. Sono fortunato perché ho una figlia e quando la vedo rinasco perché mi proietta nel futuro. Non ho problemi con l’età però inizio a fare i conti, ne farò 69 e non conosco il tempo che mi resta.

Temi il passare del tempo?
No, arrivato a questa età sta a te ottimizzare e passarlo al meglio, sai bene quello che vuoi o non vuoi fare, per cui a chi ti propone cose che non ti interessano, declini ringraziando l’invito.

E tu come lo passi?
Cammino, rifletto, guardo dentro di me. Da una parte mi chiedo cosa un domani rimane di me ma dall’altra cosa riuscirò a vedere tra altri 10 anni, quando ne avrò 80 visto che le cose vanno sempre più veloci. Non ho rimpianti perché faccio i conti con un’infanzia felice, un’adolescenza spensierata una giovinezza pari alla Milano da bere, ho visto l’avvento del cellulare, la televisione a colori, internet, ho avuto donne, amori, amici. La mia è curiosità.

Uno spettacolo che ti piacerebbe fare
Da attore, dici? Forse uno ci sarebbe: uno schermo su cui scorrono le immagini e solo me davanti a pronunciare il nome di tutti i grandi attori che non ci sono più e di cui nessuno ha più memoria. Come si fa per le vittime delle torri gemelle. Ecco, questo si che lo farei, per ricordarli tutti come da tempo sempre meno si fa.

Hai un piccolo sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe molto lavorare con Alice, mia figlia, in uno spettacolo dove mentre lei canta, io possa raccontarmi come uomo, come padre e trovare sul palcoscenico uno speciale connubio tra una persona non più giovane e una che è proiettata verso il futuro.