Intervista al costituzionalista Andrea Venanzoni, autore del libro La Tirannia dell’Emergenza

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“Con l’11 settembre l’idea della stabilizzazione del governo della emergenza, con i suoi strumenti e i suoi paradigmi, giuridici, polizieschi ma anche culturali, è divenuta topos quasi irrinunciabile ad ogni latitudine”.

di Sonia Cassani

Andrea Venanzoni é scrittore, saggista e costituzionalista, segretario generale del Forum nazionale delle professioni. I suoi saggi vengono pubblicati sulle più rilevanti riviste di diritto pubblico e diritto delle nuove tecnologie. Scrive su il Sole 24Ore, il Foglio, il Riformista e sulla rivista della Fondazione Leonardo, ” Civiltà delle Macchine”. Collabora con le cattedre di Diritto Costituzionale e di Diritto delle tecnologie dell’informazione presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma 3 ed è docente di Diritto Pubblico presso Unipopolare Milano. È autore, tra gli altri di Il trono oscuro e di ”Ipotesi Neofeudale.

Uno dei suoi saggi più recenti é La Tirannia dell’emergenza pubblicato dalla maceratese Liberlibri ed in cui analizza nel duplice aspetto pratico e teorico le continue emergenze; terroristica, pandemica, ambientale, che sono state strumentalizzate dal potere per consolidare se stesso. Credo che sia la persona più indicata per poterci illustrare quali sono i meccanismi che presiedono all’emergenzialismo diffuso e continuo.

Dopo l’11 settembre 2001 si disse “nulla sarà mai più come prima”.
Molti fanno risalire esattamente a quella data l’affermazione del paradigma del governo attraverso l’emergenza permanente.
Condividi questo punto di vista?L’11 settembre ha reso globale uno scenario di emergenzializzazione della società che fino a quel momento era stato sperimentato a livello nazionale.
Per dire, in Italia avevamo già vissuto una certa eccezionalità, rispetto lo standard garantistico previsto dall’ordine costituzionale, negli anni Settanta, con le ondate di terrorismo politico e le stragi e gli istituti giuridici approvati all’epoca, tutti situati oltre la soglia della piena accettabilità democratica.
Se però fino a quel momento ogni ordinamento era rimasto conchiuso nella propria specificità di risposta e reazione, con l’11 settembre l’idea della stabilizzazione del governo della emergenza, con i suoi strumenti e i suoi paradigmi, giuridici, polizieschi ma anche culturali, è divenuta topos quasi irrinunciabile ad ogni latitudine.
Il Patriot Act, la risposta normativa adottata dagli Stati Uniti, da elemento giuridico temporaneo, del tutto eccezionale, non solo è divenuto praticamente permanente ma ha influenzato l’idea globale di una guerra al terrorismo, una spinta bellica che ha macinato le ossa delle libertà, producendo un certo grado di assuefazione alla idea che si possano fortemente limitare le libertà nell’ordine di un superiore interesse.
E di emergenza in emergenza quegli spazi di libertà occupati dal contrasto alla emergenza, saranno spazi di libertà persi per sempre.

La nascita del paradigma emergenziale può essere correlata alla fine del “mondo multipolare” diviso in due blocchi di potere ideologicamente contrapposti, e legata alla necessità di ricostruire una politica basata sulla netta contrapposizione amico-nemico?

Il paradigma emergenziale è un paradigma di reiterazione e consolidamento dello status quo, e come tale esiste ed esisterà qualunque sia la morfologia dell’ordine internazionale. Unipolare, multipolare, che questo concretamente sia.
A cambiare sarà solo la vettorializzazione degli strumenti di contrasto: in un ordine unipolare, l’emergenza sarà interna, giocata per limitare gli spazi di dissenso, in un ordine multipolare, l’emergenza opererà come dispositivo di consolidamento mediante la raffigurazione di una minaccia di matrice esterna, un po’ come avviene nelle pagine di 1984 di Orwell, il cui scenario non a caso si basa su una mobilitazione totale tirannica nel cuore di un conflitto di schmittiana inimicizia assoluta.
Secondo Christopher Coker, staremmo vivendo un’epoca storica in cui ad emergere sarebbero addirittura Stati-civiltà, come la Russia e la Cina, aggregazioni cioè che si sentono avvinte dal portato storico di una conquista dettata dalla propria missione esistenziale e culturale: in questo caso, accettando la ricostruzione di Coker, l’emergenza sarebbe ontologica, come sempre avviene in ordini non liberali, in quanto qualunque fattore perturbante, anche assiologico, diventa una emergenza da contrastare in maniera spietata.
Gli input dissonanti frammenterebbero la totalità sociale e per questo finirebbero con il rappresentare una minaccia assoluta, un rischio gravissimo.
Basta guardare anche quanto sta avvenendo in Iran. L’emergenza dell’inquinamento morale, raffigurata dal regime degli ayatollah, segue le coordinate concettuali di questo paradigma e sta legittimando atroci abusi da parte del regime, tradotti in assassini, feroce repressione e violenze di ogni ordine e grado.
In questo senso va detto che l’emergenza è un elemento funzionale per la tenuta dello Stato, inteso questo ultimo come concetto teorico-generale.
Per questo la troviamo, come forma giuridica e culturale, in ordinamenti molto diversi tra loro. Trovarla ovviamente non significa che sia uguale negli esiti.
Le limitazioni che possiamo subire in Occidente per quanto odiose non sono certo le stesse che vengono subite in Russia, in Cina o in Iran, e solo un perfetto idiota o una persona in malafede non vede la differenza.

In Italia, se escludiamo i disagi per i voli internazionali, possiamo dire che il paradigma emergenziale legato al terrorismo si sia affermato dopo gli attentati internazionali del 2015-2017 con le “misure” disposte dal ministro Marco Minniti, disposizioni che ancora oggi con il terrorismo islamista in “sonno” da anni è necessario seguire per organizzare eventi pubblici, fiere, sagre ecc.?

La normativa sui c.d. pacchetti-sicurezza rappresenta catene di provvedimenti che di tanto in tanto vengono rivivificate e riaggiornate. Qualcosa di analogo è accaduto con la violenza negli stadi e con gli elementi di contrasto agli episodi di violenza scatenati dagli Ultras.
Di sicuro, con quanto sta avvenendo ora in Medio Oriente e con Hamas che invoca la jihad internazionale non credo certo si andrà verso un alleggerimento dei dispositivi normativi anti-terrorismo. In realtà segnali preoccupanti, a livello anche solo simbolico, già si vanno affacciando, come la questione della celebrazione del 4 novembre. Si immette nel circuito del dibattito pubblico e dell’informazione un forte senso di paura. Un conto è fare attenzione a una situazione oggettivamente incandescente, altro a dirsi terrorizzare.
Stesso a dirsi per le manifestazioni politiche: per me chiunque, fino a che rimane nei limiti della libertà di espressione, non passando cioè alla violenza, ha diritto di manifestare, per quanto idiote o oscene siano le sue posizioni.
Perché se iniziamo a fare dei distinguo tra chi può manifestare e chi no affidiamo al potere coercitivo dello Stato una discrezione che passo dopo passo rischia di farsi arbitrio, a seconda del colore politico di chi detiene il potere in un certo momento storico.
Ovviamente questo non toglie che segnali oggettivamente e univocamente violenti lanciati non possano essere oggetto di approfondimenti. Un conto però è approfondire, verificare, accertare, altro a dirsi vietare in radice.

Fino al 2020 il paradigma emergenziale è stato cavalcato dal punto di vista politico-elettorale soprattutto dalla destra, sia in Italia che altrove: emergenza sicurezza, emergenza criminalità, emergenza immigrazione, e la stessa emergenza terrorismo islamista.
Possiamo dire che l’emergenza sanitaria sia stata funzionale a far “amare” anche all’elettorato di sinistra o centrosinistra una versione “progressista” (o, come la chiamano alcuni, woke) dell’emergenzialismo permanente, con il continuo richiamo al sacrificio dell’intera società per salvare i cosiddetti “fragili” dal rischio contagio?

La sinistra amava quel paradigma già da prima.
Come tutte le forme di pensiero di matrice collettivista, in cui l’ordine sociale collettivo prevale sul singolo individuo, c’era una predisposizione genetico-concettuale anche a sinistra.
Anche perché se andiamo a vedere, fino al 2020 hanno governato anche molti governi di centro-sinistra che si sono serviti di strumenti che potrebbero apparire di destra.
Poi, visto che si cita il wokeism, ricordiamo che gran parte delle teorie critiche e dei modelli concettuali elaborati dalla nuova sinistra e dai pensatori post-strutturalisti hanno una vocazione implicitamente tirannica.
Judith Butler, la madrina morale degli studi di genere, celebra e loda Hamas. Foucault decenni prima aveva già lodato gli ayatollah iraniani.
E’ una sorta di ipocrita fenomenologia della tirannide, mascherata sotto la coltre dei buoni sentimenti e della giustizia sociale che disprezzando l’ordine liberale preferisce scorgere i lineamenti della liberazione perfino in movimenti confessionali e totalitari.
In questo senso, i teorici post-strutturalisti hanno fornito gli strumenti di un fondamentalismo ‘progressista’ che vediamo all’opera nei college americani da ben prima della crisi pandemica.
Con il 2020 c’è un salto concettuale di qualità, il paradigma della nuova normalità e soprattutto l’idea che le grandi emergenze globali possano divenire una modalità di riscatto per la sinistra politica elettoralmente e concettualmente perdente.

Possiamo affermare che, a differenza dell’emergenza terrorismo, quella climatica e quella sanitaria abbiano determinato la “discesa in campo” della scienza e degli “esperti” come attori politici, portatori di una vera e propria visione ideologica, quella della società del “rischio zero” e della massima precauzione, visione che determina un passo indietro della politica rispetto al sapere “tecnico”?

I corpi tecnici sono stati introiettati negli ordinamenti sia dalla complessità del mondo globale, in cui il fattore della tecnica rende più scivoloso l’ordine logico della decisione politica, sia dalla debolezza progressiva e inarrestabile della politica, che preferisce esternalizzare l’onere della decisione.
Clima e sanità rappresentano elementi perfetti per il trionfo dei tecnici e degli scienziati sui politici, perché sono materie specialistiche, con alti tassi di imprevedibilità (si pensi alla pandemia da coronavirus, in cui i fattori in gioco mutavano su base quasi giornaliera).
La verità è che spesso ci adagiamo sulla idea di un rischio zero senza contare il fatto che il progresso della civiltà umana va avanti solo grazie a individui che hanno saputo e voluto correre dei rischi, mettendosi in gioco. Massima precauzione e rischio zero equivalgono al riflusso, alla decadenza culturale, sociale, tecnica.
La dipendenza dalla tecnologia ha ingenerato una nuova forma di tirannia, de-umanizzando il ragionamento e appaltandolo alla macchina.
In questo senso, si tratta di una dipendenza che come insegnava Gunther Anders può presentare un conto assai salato.

Oggi si parla molto della possibilità che l’emergenza climatica possa essere veicolo di nuove restrizioni per la mobilità privata e in genere per la libertà di movimento delle persone. Negli anni scorsi si è affermato il sistema “a colori” delle allerte meteo (giallo, arancione, rosso) che determina restrizioni crescenti. Questo modello può essere considerato un pericoloso precursore di eventuali “lockdown climatici”?

Basta pensare alle ZTL urbane, sempre più estese e spesso dettate da motivazioni più ideologiche che non davvero fattuali. Spesso si va avanti con queste idee di governo cittadino anche se magari la città in questione, come Roma, è afflitta da un trasporto pubblico pessimo e carente.
Poco sembra importare di come pendolari e studenti possano recarsi a lavoro, di come un commerciante possa avere le proprie merci scaricate o di come i clienti possano raggiungere la sua attività, perché a contare è solo l’agenda emergenziale.
La mia impressione è che la radicale ideologizzazione delle emergenze finirà per intersecarle tutte tra loro, determinando una torsione complessiva del nostro stesso ordinamento.
Il lockdown come modello rischia davvero di diventare il paradigma base per il contrasto a qualunque emergenza. D’altronde, rischio zero questo significa: non assumersi alcun rischio, e ciò nei fatti è possibile solo evitando di vivere.
Reclusi in casa, in smart working, limitando le occasioni di uscita e di socialità, perennemente controllati.

Uno dei motivi per i quali si è affermata la cultura del “rischio zero” è anche la facile azione di una magistratura tesa a ricercare comunque un colpevole delle catastrofi naturali o sanitarie, come mostrano il caso Paita in Liguria dopo l’alluvione del 2014 (la parlamentare di Iv, allora assessore, fu accusata di “non aver dato l’allerta”) e l’inchiesta di Bergamo nella quale esponenti del governo Conte bis e della Regione Lombardia sono stati accusati di non aver fatto abbastanza “zona rossa”.
Quanta la responsabilità della magistratura nel fenomeno del “chiusurismo difensivo” per evitare noie processuali?

Negli ultimi anni, come ben sanno gli studiosi di diritto amministrativo a livello teorico e i poveri cittadini come incolpevoli vittime dei ritardi amministrativi, nella pubblica amministrazione si è affermata la c.d. burocrazia difensiva.
Si procrastina la decisione finale, si ritarda un provvedimento, si dilatano i tempi, si rendono le decisioni, quando assunte, astruse e piene di clausole. La fuga dalla decisione è anche figlia di un clima avvelenato, di occhiuti controlli esperiti da magistratura penale e contabile, da autorità come l’ANAC.
Il funzionario pubblico non vuole correre più rischi, perché ritiene che come usa dirsi il gioco non valga la candela, cioè che la sua retribuzione non corrisponda al forte rischio di dover rendere conto a un giudice penale o più verosimilmente alla Corte dei Conti o a qualche autorità, come il Garante Privacy o la citata ANAC o l’antitrust.
Nel caso della magistratura penale, soprattutto quella requirente, negli ultimi anni ci sono state contestazioni ad organi politico-amministrativi che sembravano quasi configurare delle responsabilità oggettive, da posizione; ci sono i casi che Lei cita, ma penso anche al caso della ex Sindaca di Torino Appendino che si è vista di recente confermare la condanna in appello per i fatti di piazza San Carlo.
Non entro nel merito della decisione, anche se le sentenze sono criticabilissime visto che altrimenti non esisterebbe nemmeno la dottrina giuridica, ma mi appare evidente come si stia andando verso una oggettivizzazione della responsabilità e di contro verso una moralizzazione del vivere civile, amministrativo e politico in punta di provvedimenti giudiziari.
Gli stessi politici dell’epoca della pandemia hanno evocato il CTS come una sorta di modello di compliance, richiamando la decisione scientifica che loro avrebbero solo seguito.
Quindi direi, sì, questi fenomeni di invasività dei controlli e dei giudizi esplicano una forte valenza propulsiva del chiusurismo e del rischio zero.

Il paradigma della “tirannia dell’emergenza” sarebbe stato possibile senza l’ecosistema mediatico di oggi, nel quale la televisione e i social network si rafforzano e si completano a vicenda?

Possibile, forse. Ma di certo con tempistiche assai più lunghe e dilatate.
Invece la pervasività capillare della comunicazione digitale accelera e diffonde in maniera esponenziale i dati informativi e lo stesso senso di paura, perché spesso una persona non ha gli strumenti cognitivi per raffinare una informazione che riceve e viene presa dal panico, riuscendo a percepire solo le modalità più sensazionalistiche e terrorizzanti di comunicazione.
L’oceanica consistenza di un mondo di silicio popolato di frammenti di informazioni, spesso veicolate in maniera parziale o pesantemente intaccata da bias ideologici, non aiuta a sviluppare un senso critico. Spesso si annega in questa coltre informativa, si sperimenta la vertigine dell’information overload.
E proprio in questo modo si rafforza la predisposizione mentale alla soggezione e alla dipendenza dal potere pubblico, visto come unico argine al dilagare degli esiziali effetti di una certa emergenza.
Non a caso durante la pandemia, anche per motivi logistici certo ma non solo, ogni giorno assistevamo al rituale serale del CTS che dietro una scrivania, in televisione, declamava la conta mortuaria del giorno.
Una sorta di goccia che scavava la psiche di persone recluse dentro casa da settimane. L’effetto ottenuto è stato devastante perché acuiva giorno dopo giorno senso di angoscia e di paura.

Da inizio 2022 in Italia c’è un’altra emergenza dimenticata: la peste suina. Una malattia non trasmissibile all’uomo che però metterebbe a rischio il settore dell’allevamento intensivo. Per “salvare” questo settore in molte zone d’Italia, soprattutto in Piemonte e Liguria, sono state disposte forti limitazioni della libertà personale, come il divieto di andare in boschi e aree verdi o il permesso subordinato a cervellotici protocolli.

È normale che per salvaguardare gli interessi di un settore economico, importante in alcune zone, si sopprimano libertà fondamentali delle persone? E questo sarebbe stato possibile senza due anni di emergenza covid?

La peste suina è un fenomeno che pur grave e impattante su alcune aree geografiche e su alcuni settori economici non ha le caratteristiche strutturali per poter diventare una emergenza generalizzata. In questo senso, le stesse libertà limitate sono parimenti parziali e in genere geograficamente limitate.
Ricordiamo quanto avvenuto con il morbo della mucca pazza o della aviaria, da cui originarono i primi protocolli sanitari globali dell’OMS.
In questo caso, siamo al cospetto di emergenze parziali che possono modellare degli elementi che verranno ripresi in caso di emergenze più ampie, puntellando la legittimazione di alcuni organismi o di alcuni provvedimenti.
In questo senso direi che possono apparire pericolosi in senso culturale, perché abituano alla idea della limitazione della libertà, soprattutto laddove il potere pubblico non adotti un criterio ragionevole e proporzionale rispetto quello che è il danno potenziale che si potrebbe correre.
Ragionevolezza e proporzionalità sono i due criteri che sempre costituiscono stella polare valutativa per comprendere se il potere pubblico inizia ad abusare delle proprie prerogative.
Se durante la pandemia, si dice e si scrive che estranei non possono sedersi allo stesso tavolo e che si possono frequentare solo i ‘congiunti’ e poi però si propone, per occupare i bus, di definire ‘congiunti’ i compagni di classe o i colleghi di lavoro, come pure venne proposto, siamo davanti una misura del tutto fantasiosa, esorbitante da qualunque ragionevolezza, coerenza e proporzionalità.

Nelle ultime settimane è riapparso sui media e nel discorso pubblico il “terrorismo sanitario”: molti “esperti” caldeggiano un ritorno di alcune restrizioni. È possibile che nel paese si rivedano misure che credevamo consegnate alla storia, come l’obbligo di mascherina o vaccinale, o l’emergenza sulla quale si punterà con decisione sarà quella climatica?
In estate abbiamo assistito a un ping pong mediatico tra titoli apocalittici concernenti il meteo e l’ambiente, e un tentativo di reviviscenza del panico pandemico. Già questo approccio fa comprendere quanto strumentale sia questo genere di attenzione e di narrazione.

Anche se ora, con la incandescente situazione in Medio Oriente e nelle piazze dello stesso Occidente, con i primi morti su suolo europeo per gli attacchi terroristici, non faccio fatica a credere che la comunicazione mediatica punterà sul panico terroristico.
D’altronde i mass media hanno dimostrato una notevole reattività e un ampio spirito di adattamento pur di ingenerare colate laviche di sensazionalismo, pornografia dell’orrore e paura generalizzata, quindi non mi stupirebbe dover assistere a una interscambiabilità di tutte queste paure, assemblate o alternate tra loro.

Fonte: Fiorenza Oggi