Il gioco infantile – 2° parte

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Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

Nella prima parte del presente articolo ho esplorato alcune funzioni del gioco infantile, significative per un sano sviluppo cognitivo, motorio ed affettivo del bambino in età evolutiva. Per una descrizione esaustiva di questo tema descriverò qui le restanti, cominciando dalla “funzione terapeutica” che il gioco può avere: i bambini che si prendono cura dell’orsacchiotto, o della bambola o di un animale domestico potrebbero farlo nel modo in cui vorrebbero che i loro genitori si prendessero cura di loro. Compensano, così, “per interposta persona” (o oggetto) potremmo dire, le carenze affettive che sentono di subire. Si occupano di se stessi occupandosi di un altro (il peluche o il cane) con cui si identificano e su cui proiettano i propri bisogni insoddisfatti. È questo un meccanismo inconscio analogo a quello descritto nel precedente articolo “ansiolitici a 4 zampe”, ovvero si tratta “dell’identificazione proiettiva” (M.Klein). Ben inteso, non tutti i bambini che giocano “a fare la mamma” accudendo un bambolotto, o che si prendono cura del cane sono bambini affettivamente deprivati. Per esempio i primi, quelli che fanno giochi di ruolo, come fare la mamma, il papà, il poliziotto, il pompiere, etc. stanno facendo un gioco che li può aiutare nella comprensione del mondo e dei ruoli sociali e lavorativi che le persone occupano stando al mondo. Un’altra funzione importante per lo sviluppo che il gioco ha per un bambino è quella di aumentarne “il senso di auto competenza”:ovvero nel gioco infantile c’è il cosiddetto “piacere della funzione”: cioè il bambino trae piacere dal sentire che il proprio corpo o la propria mente rispondono efficacemente nel risolvere problemi o raggiungere gli scopi che il bambino si prefigge. Per esempio ciò si evince dal piacere che i bambini piccoli provano quando fanno i giochi di incastro come il puzzle o il gioco di inserire varie forme (cubi, sfere, etc.) negli appositi spazi vuoti. O anche i più semplici giochi in cui si divertono a lanciare una cosa e poi a riprenderla, o chiedono ai genitori di riprenderla per poi rigettarla subito dopo: cosa che a volte esaspera i genitori che non ne comprendono il senso. Con il gioco poi il bambino apprende la “perseveranza”, che gli tornerà utilissima nella vita adulta. La perseveranza è la capacità di non darsi per vinti, di non arrendersi di fronte alle sfide della vita e alle sconfitte iniziali. Essa non è un’attitudine innata, ma appresa dall’esperienza. Ed è sicuramente più facile apprenderla nell’infanzia quando le sfide si presentano attraverso attività piacevoli come il gioco. Più difficile sarà acquisirla dopo quando le sfide saranno i compiti e lo studio, per non parlare delle sfide della vita adulta. Per riuscire nell’acquisizione di questa abilità è necessario che i genitori lascino ai figli piccoli il tempo necessario per risolvere con i loro tempi e a loro modo i problemi “di gioco” che si presentano e che non intervengano “troppo” nell’aiutarli, sostituendosi a loro. Se si sarà abili in questo, il bambino crescerà con la convinzione che i suoi sforzi e la sua tenacia porterà prima o poi i frutti sperati. Questo significa anche che quando il bambino chiede espressamene aiuto non bisogna dargli al soluzione, ma, bensì, aiutarlo ad arrivare alla soluzione!

Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

Psicoterapie individuali, di coppia e familiari

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