ALL’ARMI ALL’ARMI! ALL’ARMI SIAM PRESEPISTI!

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Con l’avvicinarsi del Natale, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, come da copione, risfodera la carta della difesa delle tradizioni italiane, utilizzando per lo scopo il presepe.

di Miriam Alborghetti

Un cavallo di battaglia decisamente vincente per acuire le divisioni tra opposte tifoserie, scatenare sterili polemiche da bar ed accrescere i consensi distraendo il popolo non solo dal disastro economico, sociale e culturale in cui sta precipitando il Paese, ma soprattutto dal salto nel buio della transizione digitale di ispirazione transumanista in atto che, a rigor di logica, dovrebbe essere il tema dei temi su cui dovrebbero esserci dibattiti e discussioni da mane a sera, dal momento che si tratta di una rivoluzione epocale e strutturale che non si limiterà a svuotare e annientare le così dette tradizioni più di quanto non abbiano già fatto il vecchio capitalismo delle merci e dei consumi ma a condurre l’Uomo sulla strada di una radicale trasformazione antropologica.

Una trasformazione calata dall’alto, senza né informare né chiedere il consenso a chi ne subirà gli effetti, ossia all’umanità. “La diffusione di macchine intelligenti porterà cambiamenti strutturali che non saranno di natura meramente tecnica, ma che trasformeranno l’essere umano in quanto tale. Sono posti in pericolo i nostri sistemi giuridici, le nostre democrazie, i diritti fondamentali, la nostra autonomia di informazione e consumo, ma anche l’uomo con la sua forza d’animo, il suo intelletto, i suoi sentimenti ed il suo libero arbitrio”. (Yvon Hofstetter, Sie wissen alles, 2014).

Attraverso uno spot confezionato ad hoc, con tanto di marchio #2minuti con Giorgia, colei che ricopre la Seconda Carica dello Stato, in perfetto stile influencer, si rivolge al popolo del web per annunciare la sua ardimentosa crociata a difesa del presepe. Nel filmato si vede a destra il presepe e a sinistra “Giorgia”, che dopo aver posizionato due pecorelle, si volta verso la telecamera e, con tono perentorio da “donna con le palle” decisionista, fa un discorsetto buonsensista chiamando a raccolta la nuova avanguardia: i presepisti.

Io faccio degli stupendi alberi di Natale, sono cintura nera di albero di Natale! Invece quest’anno da alberista divento presepista. – dice “Giorgia” – Ho deciso di fare il presepe quando non lo fa più nessuno. Ho deciso di fare il presepe quando dicono che nelle scuole non si può fare perché altrimenti offendi chi crede in un’altra cultura. E proprio non me ne faccio una ragione e continuo a chiedermi, ma come fa un bambino che nasce in una mangiatoia a offenderti? Come fa ad offenderti una famiglia che scappa per difendere quel bambino? Come fa ad offenderti la mia cultura? Perché, se si crede in Dio oppure no in questo simbolo sono raccolti i valori che hanno fondato la mia civiltà”.

Per galvanizzare gli animi e conferire sacralità alla dichiarazione battagliera, ricorre alla quadruplice anafora del “io credo”: “Io credo nel rispetto che mi ha insegnato questo simbolo. Credo nella laicità dello Stato perché me lo ha insegnato questo simbolo. Credo nella sacralità della vita perché me lo ha insegnato questo bambino che nasce. Credo nella solidarietà perché me lo ha insegnato questo simbolo. Quindi quello che io sono è in questo simbolo.”.

A conclusione, per accattivarsi ancor più le simpatie, usa il nome di sua figlia tanto per ricordare che lei è una “madre” che trasmette “valori” sani ai propri figli. Ma non una madre qualunque, bensì facente parte dell’Olimpo dei ricchi che possono permettersi regali “costosi”, perché al popolo con le pezze al culo, i ricchi piacciono da morire: “Ed io voglio che mia figlia lo sappia. Voglio che Ginevra sappia che il Natale non è solo regaliamoci delle cose costose e mangiamoci tutto quello che c’è. Io voglio che Ginevra sappia che del Natale noi celebriamo questi valori e credo che anche voi lo dobbiate spiegare ai vostri figli”.

Dulcis in fundo, chiama a raccolta i presepisti: “Fate il presepe! Fate il presepe insieme a me! Quest’anno tutti insieme prendiamo il pastorello e facciamo la rivoluzione del presepe!”. E così sia dunque: che squillino le trombe e rullino i tamburi! All’armi, all’armi! All’armi siam presepisti, terror dei progressisti.

Che abbia inizio la bagarre sui social, giornali e tv tra difensori e detrattori della rivoluzione del pastorello. E ci puoi scommettere che la Sacra Famiglia sarà anche il pretesto per sproloquiare ancora a vanvera di famiglia e di patriarcato, due argomenti in realtà serissimi e complessi che sono stati ridotti a barzelletta da ambo gli schieramenti di questo grande Truman show che sembra non avere mai fine.
Ma davvero Giorgia Meloni crede di poter salvare la faccia con un presepe?
Pensa davvero che basta o’ presepe per far dimenticare i miliardi regalati all’attore di Kiev e ai suoi nazi battaglioni in obbedienza ai diktat d’oltreoceano mentre nel Paese la povertà dilaga, le aziende chiudono e i ragazzi fuggono all’estero?
Davvero è sufficiente sguainare la retorica della “difesa delle tradizioni”, per far mandare giù agli italiani il sostegno alle politiche guerrafondaie di Israele e la carneficina ai danni della popolazione civile palestinese?

Come si fa a sostenere di “credere” nella sacralità della vita e al contempo innalzare i limiti soglia dell’elettrosmog per favorire gli interessi delle lobby di telefonia mettendo a rischio la salute pubblica?

È sufficiente sventolare la bandiera del “presepismo” e della “famiglia tradizionale” per far scordare alle famiglie vere, quelle fatte di carne, ossa e sangue, di non riuscire più ad arrivare a fine mese perché i prezzi di benzina, generi alimentari, mutui continuano a salire e gli stipendi sono fermi al palo mentre Meloni regala 100 milioni di soldi pubblici a fronte dei 17 promessi dagli USA per il fondo dei paesi vulnerabili sul piano climatico, tra cui ci sono i paesi produttori di petrolio che continueranno a guadagnare sia sul petrolio che sulle rinnovabili, sia i Brics, come Cina e India che sono i maggiori inquinatori del mondo?

In tale contesto la “rivoluzione del pastorello” a cui invita il Presidente del Consiglio suona tanto come una presa per i fondelli per dei cittadini ridotti a statuine di un presepe, senza alcun potere di scelta nelle proprie vite.

Un conto è amare le tradizioni che ruotano intorno alla ricorrenza più importante dell’anno, ben altra sono le ipocrite strumentalizzazioni. Strumentalizzazioni ignobili perché vanno a toccare nervi scoperti e sentimenti profondi e diffusi, con l’unico fine di scatenare estenuanti guerre tra poveri e lasciare indisturbato il manovratore.