TEMPO: LE RESTRIZIONI DELLA PANDEMIA

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Una segregazione coattiva che diviene laboratorio psico-sociale in cui riscoprire tempo e valori.

di Antonio Calicchio

Nell’attuale idea del “tramonto degli intellettuali”, non ci si rassegna al trionfo degli apedeuti, come venivano definiti, nella Francia dell’illuminismo, coloro, non capaci o non inclini a seguire un corso severo di studi, che congiurano a screditare il sapere. Chi ha seguito un “severo corso di studi”, non è certamente un intellettuale, ma lo diviene sol che il suo ‘quid proprium’ sia quello indicato da Gramsci e che “consiste nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, persuasore permanente”. Nella dimensione pubblica, “gli intellettuali portano sia un sapere specialistico, ma in forme accessibili, sia un’attitudine alla ricerca, alla ragionevolezza, al dialogo, anche – ove necessario – una ’vis polemica’. Hanno, quindi, titolo ad essere ascoltati per il loro impegno nel dibattito pubblico, in quanto portino teorie, punti di vista, pensieri nutriti dalla ragione” (Cassese).

Orbene, ciò considerato e tenuto conto della crisi pandemica provocata dal covid-19, occorre sottolineare che il virus ha posto – e sta ponendo – a dura prova tanto il nostro sistema sanitario, quanto le nostre libertà personali sottoposte a norme molto restrittive. Si può, persino, affermare che la burocrazia moderna sorgeva, nei secoli dopo la Grande Peste, a seguito della esigenza di raccogliere e di elaborare dati utili allo scopo di evitare qualcuna delle continue ondate di pestilenze. Tra fine ’700 e seconda metà ’800, in Europa, gli Stati prendevano forma in senso liberale o conservatore, anche sulla base del rischio di contagio o delle credenze mediche relative alla natura del contagio. La psicologa sociale Michele Gelfand ha pubblicato studi in cui chiarisce che le società, a fronte di minacce esterne, tendono ad evolvere verso la rigidità, nel senso cioè che producono più norme che interferiscono o limitano le scelte delle persone, generando un ordine sovrimposto. Al contempo, tali società risultano meno tolleranti. Obiettivamente, come dimostrano i casi di Cina, Singapore, rispetto all’emergenza attuale sono più efficaci delle società aperte o liberali; le quali, però, inseguono, in queste circostanze, le società rigide, allontanandosi dai valori fondamentali del mondo liberale da cui è scaturito quello che abbiamo apprezzato fino a tre mesi fa.

L’isterismo o la paranoia generale si fondano sull’angoscia della morte riconducibile al virus: ciascuno vuole evitarlo, per sé e per i propri cari, giustificando ed accettando qualsiasi misura idonea ad eliminarne la minaccia.

Le epidemie determinano angoscia in quanto sono molto recenti rispetto al nostro orizzonte cognitivo plasmato dall’evoluzione biologica. Nella mente funziona un’euristica del contagio che serviva, ai nostri antenati cacciatori-raccoglitori, per evitare contatti con oggetti contaminati, pur non sapendo nulla della natura della contaminazione. Quando siamo transitati verso società numerose, sono entrate in gioco le epidemie, e quell’euristica è divenuta un rilevatore di allarme costantemente stimolato e che scatena angoscia e ricerca di potenziali untori. I capri espiatori rientrano nelle dinamiche di ricerca di qualche colpevole/causa quando la situazione minacciosa si rivela incontrollabile. Paradossalmente, in passato, quando esistevano pochi dati e spiegazioni, le risposte erano più standardizzate.

Oggi, viviamo in società connotate da comportamenti di scetticismo o di sottovalutazione del rischio, per cui le persone possono violare le prescrizioni sanitarie. I decisori politici, unitamente ai loro consulenti tecnici, in passato, cercavano, comunque, di salvaguardare le conquiste economiche o civili di una società. Nel caso della pandemia in corso, si è adottato un atteggiamento opposto: ogni intervento si è concentrato sul virus e sull’aspetto sanitario, con decisioni produttive di effetti i quali possono andare al di là di una pandemia, pandemia che, peraltro, non si sa quando finirà.

Molti di noi trascorrono gran parte del loro tempo lavorando o in casa oppure in ufficio, ma, dal momento in cui siamo costretti a rimanervi “per Decreto governativo”, avvertiamo un sentimento di oppressione.

La segregazione coattiva in casa che stiamo vivendo, in questi giorni, è un fatto nuovo, e può essere vista come un laboratorio psico-sociale che ci conduce ad interrogarci non solamente sulle abitudini, sugli automatismi, sul modificarsi dei nostri luoghi protetti, ma anche sul rapido mutare del concetto di privacy e del nesso normalità/eccezionalità in epoche di crisi generalizzata.

In fondo, ciò che ci viene “donato” da questa situazione eccezionale e sostanzialmente negativa è la riscoperta del tempo che, spesso, frammentato in numerose mansioni cronologicamente scandite, diviene un tempo della riscoperta, della sosta, della accoglienza delle nostre parti più trascurate e bisognose. E’ verosimile che ogni momento critico solleciti le nostre potenzialità, anche quelle più nascoste a noi stessi. Siamo ben consapevoli che non saremo più quelli di prima e che dovremo sperimentare nuove forme di socialità, di produzione, di consumo e di solidarietà, vale a dire nuove forme ed espressioni di valori. In questi giorni, possiamo pensare che ciascuno è situato in una polarità continua che ha, da un lato, la solitudine e, dall’altro, la partecipazione. Nella pratica del silenzio e di una solitudine che ponga alla propria estrema periferia tutte le emozioni negative risiede, forse, il principale rimedio a momenti di crisi generalizzata in cui ci scopriamo più autenticamente umani all’interno della grandiosa, indifferente e tacita bellezza della natura.

Tuttavia, non si trascuri, al riguardo, la voce di don Luigi Sturzo, del 1958, a Il Giornale d’Italia: “Ho avuto sempre fiducia (e quindi speranza) nell’avvenire; un avvenire prossimo o remoto … Io credo nella provvidenza … Spero che (i nostri connazionali) riprendano coraggio … curando di essere se stessi, affrontando le difficoltà che la vita stessa impone e soprattutto correggendo certi errori del recente passato che ne hanno alterato la linea”. Io credo nella provvidenza, ebbe ad annunciare don Luigi Sturzo: e sia così anche oggi!