SALTA LA MULA, TANA LIBERA TUTTI E RUBA BANDIERA

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Feudo di Ceri - Maschiette giocano a corda

di Angelo Alfani

Negli anni che vanno dalla disinfestazione degli slarghi, vicoli e vicoletti, col micidiale D.D.T., al costante odore, presente ad ogni cambio di stagione, della naftalina, Cerveteri era un territorio con un’economia legata prevalentemen­te all’agricoltura e poco d’altro: la devastazione prodotta dal boom economico non aveva ancora principiato ad arrampicarsi sulla salitella della Set­tevene Palo.

Brillantina nei capelli ricciuti e fulgidi sorrisi dei giovanotti si accompagnavano a calzoncini stringi cosce, scarponi e calzettoni, dei fratelli più piccoli, anche quando dalla fontana del Mascherone pennevano moccoletti di gelo che parevano le candelette che i crociati portavano in processione.

I giochi si facevano prevalentemente per strada o nelle piazzette ancora libere da lamiere colorate e dall’invenzione dei lotti interclusi, o nei tanti spazi che la natura ancora concedeva, lasciando che la fantasia prevalesse sulla mancanze dovute alla poca pecunia. Il piacere di fare parte del gruppo, di mettersi alla prova riuscendo a superare le difficoltà che il gioco stesso poneva erano obiettivi sufficienti per dare il massimo dell’impegno. Insomma il gioco era, come sempre, figlio del tempo e si adattava al contesto sociale in cui si svolgeva.

I giocattoli erano per la maggior parte casarecci o di pura ma solida fantasia.

Niente scuola: oggi si tana
Niente scuola: oggi si tana

Unico giorno di giocattoli comprati era alla Befana, che i genitori faceveno de sera tardi da Giggia, in piazza, per non essere visti dagli ansiosi ragazzini già rintanati sotto le lenzuola col boccone in bocca facendo finta de dormì. Giocattoli di latta fine fine, che duravano da Pasqua a Pasquarosa, ma brilluccicavano al sole bianco, facendo morì d’invidia l’artri.

A parte le pallette ed i pallucconi che vendeva Carletto al corso, il resto era produzione locale con l’aiuto di falegnami per i giochi più complicati: dal pittolo di crognolo (non quello di fico o di faggio colorato di verde e rosso che se spaccava solo a guardarlo) che i più tosti riuscivano a far girare sulle mani, sulle ginocchia, sulla punta delle scarpe come Maradona col pallone; alle carrozzelle, veicoli rudimentali costruiti da pezzi di legno di scarto, coi cuscinetti a sfera presi giù dai Papi, che sfrecciavano per le discesette di Maria de Pescetto; alla cerbottana, fatta di canna dalla quale partivano cartoccetti e ceciarelli; dalla raganella caciarona, alle leggiadre e dalle infinite code stelle ed aquiloni; dai sassetti, meticolosamente selezionati e sferici che frullavano in aria per essere poi riacchiappati da mani ossute, a rubbabandiera; dalla campana segnata sul brecciolino con coccetti di vaso, al salto della corda, a ‘nguattarella o tanaliberatutti, a saltalamula, gioco che serviva anche a battere il freddo che sconocchiava le ossa. Si formavano due squadre. Alla conta la squadra che perdeva stava sotto.

Piegati a culo pizzuto, appoggiando la testa sul fianco del compagno davanti e stringendogli il bacino, formavano una specie di trenino. Stretti e serrati dietro al cuscinetto, che poggiava la propria testa sulle mani intrecciate, addossato al muro di tufo che sprigionava un molle incanto di Circe.

I saltatori, presa la rincorsa, si impegnavano nel saltare più avanti possibile. Una volta che tutta la squadra era saltata iniziava la litania da ripetere più volte: “Ciricinghe, ciricianghe ce rivojo rimontà. Ciricinghe, ciricianghe…”. Il gioco andava avanti fino a quando il sole scapicollava dietro ai merli.

Capitava spesso che la stessa squadra stesse sopra ed i più cojoni sotto, un poco come accade, da un decennio, al Granarone: sempre gli stessi in groppa a quel povero mulo che è il popolo sovrano.