Quando Repubblica Romana saccheggiò Cerveteri

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foto di repertorio
Nei suoi soli cinque mesi di vita, lo stato creato da Mazzini trovò il tempo di portare via preziosi reperti archeologici

di Giovanni Zucconi

Il patrimonio archeologico di Cerveteri ha sempre preso mille strade, non sempre legali, per riempire i musei e le collezioni private di mezzo mondo. La più curiosa, a mio parere, è quella che coinvolge addirittura la Repubblica Romana di Mazzini. Questa ha avuto una vita breve, solo 5 mesi, eppure alcuni seguaci dell’eroe del Risorgimento Italiano riuscirono a trovare il tempo di portare a Roma intere casse di reperti etruschi e romani scoperti nel territorio ceretano. Ma partiamo dall’inizio. Siamo a Cerveteri nel 1846, e il frate agostiniano Giovanni Giulimondi, della chiesa di San Michele, e l’arciprete Regolini, stanno seguendo uno scavo effettuato nella località detta “Vigna Zoccoli”, nell’area dell’antica città di Caere. Alcuni anni prima, nella stessa zona, fu portato alla luce un teatro romano e furono recuperate numerose statue che oggi sono conservate nel Museo Gregoriano. Anche in quest’ultimo scavo furono trovati alcuni reperti pregevoli: una statua di Venere, due sileni addormentati su un otre di vino, un grande bassorilievo raffigurante un sacrificio, una enorme testa di una statua di Cesare Augusto e un suo braccio altrettanto grande. Queste opere, ed altre ancora, furono affidate alla custodia del frate Giulimondi. Nei primi mesi del 1849, il canonico fu contattato da alcune persone che si qualificarono come rappresentanti della Repubblica Romana con l’ordine di portare a Roma tutti i reperti archeologici. Le fonti non ci dicono se si trattassero di funzionari autentici oppure dei truffatori, ma il Giulimondi non ebbe la possibilità di opporsi, anche considerando i tempi non proprio tranquilli per le istituzioni cattoliche. Riempì con cura alcune casse di legno con i preziosi ritrovamenti e riuscì a farsi firmare una ricevuta con la lista di quanto aveva consegnato. Il tutto fu trasportato attraverso l’Aurelia fino a Roma. Ma questa confisca, così come la Repubblica Romana, durò poco. Il 4 luglio 1849 le truppe francesi di Napoleone III entrarono a Roma e imposero la restaurazione del governo pontificio. E i reperti sequestrati al frate che fine fecero, visto che non erano stati ancora collocati in nessun museo? Padre Giulimondi, che non aveva ancora digerito l’espropriazione, fece denuncia dell’accaduto alle autorità di polizia, promettendo una ricca ricompensa per il ritrovamento. Grazie alla ricevuta di conferimento che descriveva le opere consegnate, gli agenti riuscirono a ritrovare tutti i reperti archeologici che erano stati nascosti nelle abitazioni di tre persone, e li consegnarono alle autorità papaline che li collocarono nelle “ceretane” stanze del museo Gregoriano.