Celebriamo il 2 novembre

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condoglianze

di Antonio Calicchio

Siamo nel cuore dell’autunno, siamo ai principi dell’anno ecclesiastico, alla commemorazione dei nostri fedeli defunti. Sempre così questa santa ricorrenza, questo giorno di pianto e di preghiera: un vento soffia dalle cime dei nostri monti, dalle nubi che coprono di un bianco uniforme il sereno del cielo; le brine imbiancano i campi, presaghi di più bianca canizie; all’intorno, spento è il sorriso dei colli, spogli sono i giardini di fiori, le piante vanno perdendo le ultime foglie ingiallite, tutta la natura è squallida, è mesta, mestizia che alberga in ogni cuore umano. Ciascuno ne è colto: uomini, donne, fanciulli di ogni età, tutti col viso coperto di un pallore funebre e con la mente riconcentrata in passati, in futuri pensieri, camminano, a passi lenti e taciti, alla volta del luogo funesto, rapitore di tanti beni umani; sì, soli si va, non accompagnati da amici e da parenti come per i divertimenti, ma da qualche persona partecipe del medesimo dolore. Già le mura del sacro recinto offendono gli occhi e feriscono il cuore: “Requiem aeternam dona eis, Domine”, si legge sul frontone; e una moltitudine di croci di varia materia si elevano dal suolo spoglio di ogni erba, tombe marmoree ed artistiche vi giganteggiano nel mezzo ed altre lungo la cinta delle mura; dappertutto, sommessamente si piange, dappertutto, o davanti ad uno splendido sepolcro, oppure ad una semplice fossa, si prega per i cari morti che il freddo marmo ha rapito ai nostri occhi.

Un brano di Dietrich Bonhoeffer – da “Resistenza e resa” – arricchisce, col suo spessore, il “giorno dei defunti”, brano che va ascoltato e capito piano, al di là di ogni commento:

“Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara. Non c’è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tenere duro e sopportare. Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo. E’ falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore. Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa. I bei tempi passati si portano in sé non come una spina, ma come un dono prezioso. Bisogna evitare di avvoltolarsi nei ricordi, di consegnarci ad essi; così come non si resta a contemplare di continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari e per il resto lo si conserva come un tesoro nascosto di cui si ha la certezza. Allora sì che dal passato emanano una gioia e una forza durevoli”.

Non è difficile percepire lo stridente contrasto che si avverte nella liturgia dei defunti: da una parte, il peso di una tristezza a causa della mancanza di persone care ormai scomparse dall’orizzonte della vita; dall’altra parte, l’amore per la vita. Noi continuiamo a chiederci: se Dio è qua, allora perché la morte? Nel nostro dolore, dove è Dio? Ed invece, Dio è qua, ma non per esonerarci dalla morte. Il bene maggiore non è una infinita sopravvivenza, ma è vivere la vita. La morte non è la negazione della vita, bensì è la contrapposizione alla nascita. L’importante, per ogni essere umano, è capire il proprio ruolo all’interno della vita, in quanto tutto l’universo è vita, e la nostra nascita è una possibilità, per noi, di prendere coscienza e di partecipare alla vita dell’universo. La vita biologica fa interagire il nostro cervello con tutte le forme di energia che, attraverso gli organi di senso, educano e sviluppano la nostra coscienza, rendendoci partecipi dell’ambiente in cui nasciamo e viviamo. Ogni nascita (e questo è un atto d’amore bellissimo) è una occasione, unica ed irripetibile, per dare vita ad un essere che può divenire interprete ed osservatore dell’esistenza e, allo stesso tempo, creatore di vita, di amore e di armonia. Il non credente dà risposte perentorie che non ammettono più domande; il credente crede in un al di là. Però, l’al di là di Platone non è quello di Epicuro, l’al di là degli Ebrei non è quello dei Cristiani. Quel che è certo è che la vita non può essere concepita senza la morte. Gli uomini, non a caso, sono chiamati i “mortali”: anche i più cinici e spregiudicati, i più sprezzanti ed indifferenti, prendono in considerazione la morte: rispetta la vita chi rispetta la morte, e viceversa. Si dice che la vita è unica, ma pure la morte è tale: si muore una volta sola, e la fine della vita è la prima e l’ultima fine. Anche i Cristiani, che ammettono una seconda vita dopo la morte, negano una seconda morte, perché la seconda vita, è vita eterna. E l’al di là, secondo i Cristiani, è il luogo in cui si compie la giustizia divina; tanti film e tanti libri si sono sbizzarriti a descrivere l’ “altro mondo”, ma è un mondo costruito ad immagine e somiglianza di questo, è sempre un mondo, più che un “altro mondo”, che evidenzia l’attaccamento alla vita e la volontà di sopravvivenza. Non bisogna, quindi, avere timore della morte, perché è più rischioso nascere che morire: non dobbiamo avere timore di morire, ma di non iniziare a vivere veramente. Occorre dire “sì” alla vita, un “sì” talmente pieno che sia capace di arginare tutti i “no”.

Pertanto, la vita entra e penetra in noi, anche coi gesti quotidiani. Nulla andrà perduto: non un affetto, non una lacrima, non un bicchiere d’acqua, neppure un filo d’erba. La vita è sì un grande mistero, ma noi non siamo soli: siamo circondati da una immensa nuvola di testimoni che sono i defunti con e per noi; essi ci sono comunque, la loro forza è la nostra, la loro energia è la nostra stessa vita, e sono davvero i nostri protettori. Sarebbe riduttivo pensare e volere l’unità della famiglia umana senza il dovere di attingere alla loro lezione di umanità. Se non pensassimo anche alla comunione e alla solidarietà con loro, saremmo allora chiusi in una cruda solitudine. Prima, la morte era solamente morte, separazione dal paese dei viventi, rovescio dell’esistenza, buio impenetrabile; con l’avvento del Cristianesimo, la morte è trasformata in vita.

Ricordiamo, commemoriamo ed onoriamo, dunque, i nostri defunti, uno per uno, nessuno escluso, affinché veglino su di noi, sul nostro Paese, sulla pace nel mondo e sul rispetto della vita umana, affinché il bene sia sempre più forte del male e si possano edificare condizioni di libertà e di giustizia, affinché “lux perpetua luceat eis, requiescant in pace”. Non disperiamo! Perché l’uomo è sempre più grande dei suoi errori e delle sue fragilità, nella realizzazione della storia dei nostri giorni. Ed allora, a ciascuno di noi, non resta altro che inchinarsi al mondo, piegarsi e genuflettersi dinanzi alla vita. Alla domanda che ricorre: “Cosa c’è di buono in tutto questo?”, la risposta è: “Che tu sei qui, che la vita esiste, che tu sei vivo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un tuo verso” (Whitman).