Quale coscienza, tra realtà e apparenza?

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Il premier e il tempo comune

di Antonio Calicchio

Con che coscienza la gente salta la fila sapendo di esporre a rischio concreto di morte le persone più fragili?”. Qualche settimana fa, le parole del presidente del Consiglio sono risuonate in tutta la nazione. A fronte dei numerosi episodi “saltafila”, dei favoritismi e dei nepotismi, delle pressioni per estendere la lista delle priorità nelle vaccinazioni, il primo ministro ha dichiarato il suo turbamento, in un tempo in cui pare che una opinione valga l’altra, si discuta unicamente di diritti, e non di doveri, e il termine “coscienza” sia come depennato dal dizionario. Già nel sec. XIX, Alexis de Tocqueville sosteneva, nell’opera La democrazia in America, che il tarlo il quale corrode la democrazia è sottile e si diffonde proprio quando i cittadini si ripiegano sul loro interesse personale, divenendo indifferenti a tutto quanto li circonda. Tanto da essere disposti ad annientare il bene comune per indirizzarsi verso la chimera del guicciardiniano utile “particulare”.

Del resto, tutti i rapporti interumani – dai più semplici ai più complessi – sono disciplinati da norme, procedure, contratti, cioè si svolgono, anche inconsciamente e spontaneamente, su una trama giuridica perché la dimensione del diritto è quella propria di tutti gli uomini. Orbene, rispetto al diritto, un gran numero di persone si ritrova nella stessa condizione di Jourdain, protagonista della commedia di Molière, Il borghese gentiluomo, il quale pronuncia una frase divenuta proverbiale: facevo della prosa senza saperlo, vale a dire che un gran numero di persone vive naturalmente nell’ambito del diritto, agisce giuridicamente senza saperlo o, quantomeno, senza pensarci. E il fatto che si viva spontaneamente e inconsciamente il diritto e nel diritto, senza averne una precisa cognizione, per un verso, è un simbolo – come detto – del suo carattere umano, della sua appartenenza al mondo degli uomini, tant’è vero che non si dà popolo, in nessun luogo e in nessun tempo, privo del diritto. Ma, per altro verso, conduce ad affermare che è fondamentale avere il diritto e, dunque, leggi, regole e procedure. Tuttavia, le regole – ancorché necessarie – non sono sufficienti, con la inevitabile conseguenza che esse vengono spesso qualificate solo in termini di imposizioni o restrizioni soffocanti: per tentare di controllare i comportamenti opportunistici, si continuano a moltiplicare leggi, norme e controlli. Costruendo, così, un labirinto burocratico cui si cerca continuamente di sottrarsi, in una rincorsa infinita in cui risulta che interesse particolare e bene comune non possano mai incrociarsi. Ma così non è! Ed infatti, i furbi, nel colpire la società, producono danni pure a se stessi. Ancora il succitato Tocqueville ci soccorre per comprendere questo aspetto laddove parla di “interesse bene inteso”: “Quand’anche non seguissi la dritta via perché dritta, la seguirei se non altro perché ho scoperto, attraverso l’esperienza, che, in fin dei conti, è generalmente la più felice e la più utile. Ciò suggerisce piccoli sacrifici che non fanno l’uomo virtuoso, ma creano almeno una moltitudine di cittadini osservanti delle regole, temperati, moderati, previdenti e padroni di se stessi”.

Ed allora ci si chiede: già, ma dove si forma la coscienza? Il problema è tutt’altro che retorico. Ed infatti, la coscienza si fonda innanzitutto sulla educazione. Ma la questione è che – nel corso degli anni – le agenzie destinate a tale lavoro sono state svigorite: la famiglia, oltreché essere divenuta anche evanescente, è attraversata viepiù da quel “familismo amorale” che rende predominante il bene particolare in confronto a qualsivoglia considerazione generale; la scuola è stata esautorata delle sue funzioni cosiddette pedagogiche: un malinteso senso di libertà di pensiero impedisce ai docenti di esporsi a parlare di “coscienza”; la Chiesa non giunge a tutti, mentre certa politica e innumerevoli mass media – a cominciare dai social network – fanno a gara per dileggiare l’idea stessa di coscienza.

Né, tantomeno, aiuta l’esperienza pratica, giacché, in conseguenza del circolo vizioso testé descritto, in Italia, non di rado, avere coscienza può esporre al rischio di passare non per “buoni”, bensì per “idioti”.

A mio avviso, occorre cogliere l’occasione, che viene fornita dalla espressione del premier, allo scopo di sollevare un interrogativo nodale: qual è la mediazione che bisogna ricercare tra interesse privato e bene comune, l’uno legittimo e l’altro necessario? E in che modo può edificarsi una cultura condivisa in cui possano maturare le coscienze delle persone e la fiducia reciproca?

Si è ripetuto spesso durante quest’anno di pandemia che nessuno si salva da solo. E il covid ci ha fatto vedere proprio questo, ossia il fatto che siamo legati gli uni agli altri. L’uomo isolato – alla Robinson Crusoe – non esiste. Ma esiste l’individuo in relazione con l’altro, l’ambiente, le istituzioni. Si può tornare a costruire un lessico comune che poggi su questa idea? Certamente sì, non soltanto per lasciarci alle spalle la pandemia e i suoi devastanti effetti, ma anche per contrastare l’evasione fiscale, il lavoro nero, la corruzione, le disumanità determinate dall’egoismo, nonché per realizzare una economia sostenibile. Affinché la “sostenibilità” non si trasformi in una gabbia insopportabile di norme e procedure, abbiamo necessità di soggetti responsabili, capaci di coltivare quella coscienza cui si è richiamato il presidente Draghi. Qualunque comportamento umano deve essere assistito da un principio di coscienza, cioè di responsabilità verso l’altro, altrimenti è solo un episodio del “bellum omnia contra omnes”, come ricordava Hobbes, un atto violento e prevaricatorio. Lo Stato moderno è sorto per evitarlo, garantendo il valore dell’uguaglianza, in luogo del privilegio di pochi.

D’altra parte, nell’attuale temperie culturale e sociale, siffatto principio viene frequentemente e deliberatamente leso e vilipeso, come, peraltro, la cronaca quotidianamente riferisce, a causa di quell’avidità dell’uomo che corrode la sua fibra morale. Dante colloca nel quarto cerchio dell’Inferno chi ha peccato di rapacità del denaro e del potere, lo condanna a trascinare in tondo col petto massi pesanti, secondo una legge del contrappasso in forza della quale solamente uomini migliori potranno far vivere un Paese migliore.

Ma l’individuo contemporaneo, col declinarsi ormai esclusivamente nell’apparenza, impara a vedersi con gli occhi dell’altro, impara che l’immagine di sé è più significativa della sua personalità. E dal momento che sarà giudicato da coloro che incontra sulla base di ciò che possiede e dell’immagine che rimanda, e non in virtù del carattere o delle sue capacità, allora tenderà a rivestire la sua persona di teatralità, a rendere la sua vita una rappresentazione scenica e ad avvertirsi con gli occhi degli altri, sino a fare di sé uno dei molteplici prodotti di consumo da porre sul mercato.