L’Essere e il Nulla

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Il Poema della natura di Parmenide, edito da Rusconi, proposto da Giovanni Reale, il quale si è occupato della traduzione e delle note, con testo greco dei frammenti a fronte, saggio introduttivo e commentario di Luigi Ruggiu, costituisce una ripresentazione dei frammenti e delle testimonianze indirette.

di ANTONIO CALICCHIO

Friedrich Nietzsche dichiarava essere l’unico pensatore che in duemilacinquecento anni fosse sfuggito all’influenza di Parmenide, definito da Platone venerando e terribile. Tuttavia, il legame tra la cultura occidentale e l’Eleata si mostra cruciale e, ad un tempo, complesso.

E in cosa consiste quel legame? Orbene, per comporre una risposta, occorre esaminare il contenuto del messaggio parmenideo, messaggio che si ritrova in pochi frammenti, pervenuti fino a noi, citati in opere di autori antichi, redatti in versi, nella lingua greca di cinquecento anni prima di Cristo.

La storiografia filosofica ha formulato, nel corso dei secoli, una interpretazione dei frammenti in maniera non disomogenea, dai discepoli di Parmenide, a Platone e ad Aristotele, da Tommaso d’Aquino a Hegel e a Heidegger, in relazione ad un pensiero – cioè, quello di Parmenide – che, per la prima volta, nella storia umana, si rivolge ad un senso nuovo dell’essere, giacché l’essere non è le cose, ma è – per un usare un parallelismo – come la luce rispetto alle cose colorate, luce tanto abbagliante che non le illumina, ma le brucia e le annulla. Vale a dire che il mondo è illusione, e soltanto la luce dell’essere è, eternamente.

Ma Parmenide non si arresta a sostenere questa tesi, tanto che egli avvia quel procedimento che, poi, sarà denominato dimostrazione. Per questo motivo, il pensiero post-parmenideo, a partire da Platone, intende salvare il mondo dalla distruzione causata dalla filosofia di Parmenide, il quale Parmenide, però, avanza anche una soluzione al problema del dolore: se il mondo è illusione, allora anche il dolore è illusione, poiché ciò che noi siamo non è qualcosa del mondo, ma è la luce dell’essere; il sé è la realtà universale.

Già nel sec. XIX, nel costruire una esegesi del Poema di Parmenide, veniva sollevato l’interrogativo: fino a che punto la luce dell’essere illumina le cose e fino a che punto le nullifica?

Negli anni ’60 del secolo scorso, in Ritornare a Parmenide, Emanuele Severino allude alla funzione della filosofia, in cui è coinvolto il destino della civiltà, tentando di andare oltre Parmenide, ossia quel Parmenide che, nella storia della cultura filosofica, si pone con atteggiamento pressoché uniforme.

Perché egli parla di ritorno? Perché Parmenide indica qualcosa di essenziale, che è stato smarrito, ovverosia l’eternità dell’essere. In Parmenide, eterno è l’essere, inteso come luce. Ad avviso di Severino, nei frammenti si rileva una ambiguità fondamentale. Il mondo è illusione, afferma Parmenide. Tale affermazione presenta due significati differenti: il primo, riguarda l’idea che il mondo, formato di cose che mutano, è illusione; il secondo, riguarda l’idea che è illusione il modo in cui i mortali interpretano il mutamento delle cose mondane.

I frammenti lasciano assai poco spazio per una risposta univoca, sebbene alcuni studiosi, fra cui Reale e Ruggiu, tentino di dimostrare che la risposta può essere elaborata nel secondo dei due modi summenzionati. Ma se si ritenesse valido questo assunto dottrinale, allora l’essere di Parmenide non sarebbe la pura luce, ma sarebbe la totalità delle cose. Egli avrebbe già sostenuto che il divenire non significa uscire e tornare nel nulla, ma vuol dire comparire e sparire delle cose, che sono eterne. Ed ancora. Se Parmenide avesse asserito quanto Reale e Ruggi pensano, allora come spiegare che la filosofia post-parmenidea, a partire da Melisso e Zenone, ha compreso proprio il contrario di ciò che egli aveva voluto dire?