La caduta di Mussolini

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di Giovanni Zucconi

Come finisce una dittatura di un uomo solo al comando? Di solito con la morte, violenta o meno, del dittatore.

Sicuramente mi posso sbagliare, ma non mi vengono in mente casi di dittature, consolidate, terminate con il dittatore ancora in vita. O meglio, me ne viene in mente solo una, terminata addirittura con un banale atto amministrativo: quella del Duce Benito Mussolini. L’immagine legata alla caduta di Mussolini è quella di cinque corpi penzolanti a Piazzale Loreto il 28 aprile 1945. Ma quell’episodio non rappresenta la fine della sua dittatura. Quella era terminata già poco meno di due anni prima.

La macabra e forse evitabile vista dei cadaveri esposti a Milano, era solo il drammatico epilogo di una serie di eventi iniziati molti mesi prima, e che in qualche modo nasconde ad un osservatore superficiale o poco informato il vero atto che ha determinato la fine della dittatura personale di Mussolini in Italia: l’Ordine del giorno Grandi votato nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio 1943.

Ai voti si mise la richiesta di invitare “… il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché egli voglia, per l’onore e per la salvezza della Patria, assumere, – con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, – quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la storia nazionale, il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”. In poche parole si chiedeva di restituire al Re tutti i poteri costituzionali.

Un atto che, inutile sottolinearlo, sfugge a qualsiasi schema di definizione di dittatura o di dittatore. Un dittatore non si dimette, non si fa licenziare. Un dittatore può cadere solo a seguito di una rivolta popolare o a seguito di una sconfitta in una guerra totale contro dei nemici esterni. Non mi vengono in mente casi nei quali un dittatore viene estromesso a seguito di una votazione in un organo dello Stato, o riconosciuto da esso. Con Mussolini è successo proprio questo…

Le anomalie sono sempre degli appigli per la mente. Segnalano sempre che c’è qualcosa da chiarire o da approfondire. Proviamo a ragionare insieme. In quale caso un dittatore può essere deposto senza che si verifichi un evento drammatico? La risposta è semplice: quando c’è stato qualcuno che ha contribuito, in modo determinante, a fargli assumere il potere, e che a un certo punto decide di non sorreggerlo più, e che gli conviene estrometterlo.  Nel nostro caso ce ne sono addirittura due: il Re Vittorio Emanuele III e il Fascismo. Nessuno dei due aveva da solo la forza o la possibilità di allontanarlo dal potere, ma insieme potevano farlo e, quando se ne manifestò il bisogno, lo fecero senza esitazioni. Innanzitutto il Re, che aveva dato l’incarico a Mussolini di formare un nuovo governo subito dopo la Marcia su Roma, invece di proclamare lo stato d’assedio e disperdere con i Carabinieri i fascisti che erano giunti nella Capitale nell’ottobre del 1922. Sarebbe stato relativamente facile, ma decise di non farlo.

Mussolini era il soggetto giusto per normalizzare la situazione sociale italiana. Era un uomo forte, ben visto dagli industriali e dalle gerarchie dell’esercito. “Forte”, ma non “fortissimo”. Non era un Farinacci, o un altro dei tanti gerarchi fascisti simili, tutto manganello ed olio di ricino. Era quindi l’uomo che il Fascismo poteva validamente esprimere e proporre come capo del governo del Paese. Ma come diceva Napoleone: “Il governare per opera di un partito, equivale a porsi tosto o tardi in sua balia”. E a seguito degli eventi bellici che stavano portando l’Italia nel baratro, Mussolini doveva essere scaricato per permettere l’inizio una qualsiasi trattativa con gli anglo-americani. Serviva un piano…

Come si poteva deporre il Duce? Mussolini poteva essere teoricamente destituito solo dal Re. Ma Vittorio Emanuele III formalmente non ne aveva più i poteri, avendoli consegnati tutto al Duce, sia quello di governo che quello delle Forze Armate. Doveva ricevere aiuto dal Fascismo. Come già accennato, la prima cosa da fare era quella di riconsegnare tutti i poteri costituzionali al Re, che avrebbe poi tolto tutte le deleghe a Mussolini e le avrebbe assegnate ad altri. L’idea era che i gerarchi fascisti si sarebbero dovuti rivolgere formalmente al sovrano, per chiedergli di applicare l’articolo 5 dello Statuto Albertino, che assegnava al Re ogni potere di vertice. Proprio quello che Dino Grandi, chiaramente d’accordo con Vittorio Emanuele III, propose nel suo ordine del giorno. Un trappolone ben riuscito. La proposta di Grandi fu approvata con 19 voti a favore, 8 contrari e un astenuto. Il giorno dopo, il 25 luglio, Mussolini venne convocato, alle ore 17, dal Re a Villa Savoia (oggi Villa Ada). Il quasi ex Duce gli fa notare come il voto del Gran Consiglio del Fascismo, secondo la legge, abbia un valore solo consultivo. Ma Vittorio Emanuele III gli replica secco: “No, caro Duce, il voto del Gran Consiglio è tremendo nella sostanza, non vi create illusioni”.

Mussolini gli chiede rassicurazioni sulla sua incolumità e su quella della sua famiglia. Il Re lo tranquillizza su questo argomento, e lo fa accompagnare all’uscita, dove l’attendono i Carabinieri che lo invitano a salire su un’autoambulanza della Croce Rossa. Gli dissero che questo avrebbe facilitato la sua protezione nel trasferimento verso la sua residenza. La realtà è che Vittorio Emanuele III aveva ordinato l’arresto di Mussolini, e la destinazione era una caserma dei Carabinieri. Mezz’ora dopo il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio riceve dal Re l’incarico di formare il nuovo governo. Mussolini non era più il Duce d’Italia…