Giustizia, Etica della reciprocità e della carità nella prospettiva cristiana

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di Antonio Calicchio

La corrente manualistica storiografica pone al centro delle conquiste umanitarie della società moderna gli ideali di libertà, di uguaglianza e di fratellanza, banditi, con tanto spargimento di sangue, dalla Rivoluzione Francese; e non si riflette che, con nomi nuovi e forse con apparenza più allettante, ma non più sostanziale, altro non si fa che riproporre l’antica norma evangelica: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fatto a te stesso”.

Ed infatti, cos’altro sono quelle tre idealità se non il riconoscimento del diritto di giustizia e di amore, propugnato, per ciascuna creatura umana, da Cristo, e, poi, sparso come lieta novella, in tutto il mondo, dalle migliaia di apostoli e di martiri del Verbo divino?

Costituisce elemento strutturale della giustizia – nel suo imperativo generale: suum cuique tribuere et neminem laedere (Ulpiano) la “reciprocità”, nel senso che quest’ultima riguarda la circostanza per cui se un soggetto ha un diritto, allora gli altri soggetti hanno il dovere di rispettarlo. Ne segue che l’etica della reciprocità è, altresì, il fondamento della dignità, della convivenza pacifica, della legittimità e del concetto moderno di diritti umani. Essa è stata formulata da filosofi, da giuristi, da teologi anche in forma positiva: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.   

L’uomo – come è scritto nella Sacra Bibbia – fu creato ad immagine e somiglianza di Dio. Tuttavia, non pare, scorrendo la storia dei numerosi popoli avvicendatisi, nei secoli, su questa terra, che siffatta verità sia stata considerata da regnanti e da popoli in ogni tempo.

E le schiavitù, cui erano sottoposti i popoli primitivi dell’Oriente, ne danno prova. Roma stessa, a tutt’oggi, insuperata magistra iuris, non andò esente da tale misconoscimento. La differenza tra il “civis romanus” e qualunque altro popolo, spartiva il mondo in due categorie, assegnando agli uni la forza del diritto e del potere e agli altri il dovere della soggezione; quasi che solo il cittadino romano potesse vantarsi di essere creatura di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza.

Il precetto evangelico presenta il merito di aver sradicato dalla mente umana un simile pregiudizio, fonte di infiniti lutti per tanta parte del genere umano, vissuta lontana dalla luce del Vangelo.

Nella società moderna, oltreché considerare la bontà del precetto evangelico, conviene valutare anche l’utilità, che l’osservanza della norma cristiana sa apportare, tanto all’individuo, in particolare, quanto alla collettività, in genere.

Rappresenta un dovere di giustizia per il datore di lavoro vedere, nel proprio dipendente, un’anima creata e dotata della sua stessa natura da Dio; cui non può negare i vantaggi di fratellanza e di libertà in quanto essere umano, di cui fruisce egli stesso. Ma, oltre il diritto, vi è anche la convenienza di praticare l’idealità cristiana; poiché non sarà l’odio che dividerà, tra di loro, gli uomini, nella diversità del lavoro a ciascuno assegnato; ma sarà la riconoscenza, da una parte, e la coscienza della dignità, comune ad ogni essere umano, dall’altra, che, nel collegare il retto sentire col retto operare, fruttificheranno i doni della pace, della civiltà e del benessere sociale.

E, poi, di fronte a Dio, la coscienza umana potrà degnamente rispondere dell’altro imperativo morale che si legge nello stesso Vangelo: il dovere di mettere a frutto, con opere di bene, l’esistenza, di cui ad ognuno Dio ha fatto dono.

La norma cristiana, dunque, oltreché morale individualmente, appare, inoltre, conveniente socialmente; e se le nazioni tutte della terra l’avessero praticata in ogni tempo, allora certamente il progresso sociale, in luogo di essere stato spesso sconvolto con stragi e guerre, frutti di odio tra fratelli, si sarebbe forse avvantaggiato di opere e di conquiste del benessere; non foss’altro perché avrebbe guadagnato, anziché perdere, il tempo impiegato al risanamento dei flagelli subiti.

Del resto, l’aver evidenziato come la reciprocità sia un elemento della giustizia, non esime dal segnalarne i limiti. La comune esperienza attesta quali insoddisfazioni possa lasciare la più severa e scrupolosa osservanza della giustizia; nel suo sforzo di superare il soggettivismo nella oggettività della comprensione e della valutazione delle relazioni, vi è un che di freddo distacco. La reciprocità, insieme agli altri elementi costitutivi della giustizia (“parità dei soggetti”; “simmetria”: ciò che si rivendica in una situazione, va riconosciuto all’altro nella medesima situazione; “imparzialità del giudizio”), hanno il rigore della matematica, ma risultano chiusi alla comprensione dell’umano. Diverso è il caso, ove si confronti il modo di vivere secondo giustizia con il modo di vivere secondo carità. Ciò è già presentito nell’antichità classica: nell’eros del Simposio di Platone, nella phylia dei sapienti descritta da Aristotele, dagli Epicurei e dagli Stoici. Nell’età moderna, ne ha ripreso il tema Leibniz, laddove definisce il più alto grado della giustizia come “carità del saggio”. Ai nostri giorni, Bergson ha descritto e teorizzato (nelle Due fonti della morale e della religione) la “morale aperta” quale morale dell’amore, superiore non solo alla “morale chiusa” della vita politica comunitaria, ma anche alla nozione di giustizia universale cui era già pervenuta la riflessione etica greca. E il Cristianesimo ha offerto la più completa formulazione teoretica e la più ricca fenomenologia pratica della carità e del modo di vivere corrispondente.

Si ricordino le parole definitive di S. Paolo, nella Epistola prima ai Corinzi (13, 4-7): “La carità è paziente e benigna … non cerca il suo … non imputa il male, non gioisce dell’ingiustizia, ma congioisce con la verità: tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Si è in presenza, qui, di un espresso trascendimento della giustizia come era presentito dai pensatori classici surricordati. Nel Cristianesimo, tale trascendimento non è più riservato, come nella filosofia greca, alla èlite dei saggi in una dimensione intellettualistica, in cui phylia e sophia si compenetrano sino a identificarsi in un atteggiamento di distacco dal mondo; ed invece, diventa possibilità ed impegno di tutti, lievito attivo del vivere nel mondo in una prospettiva ultramondana, capace di sollecitare chiunque, così nei gesti più semplici, come in quelli più profondi.

Pertanto, la carità non implica reciprocità, simmetria, etc., trascende la misura nell’ultramisura del dono e perdono, senza rivendicazioni, calcoli e limiti. Non misura l’altro, ma lo accetta, rendendolo prossimo il più lontano: nella carità non vi è più “né Giudeo, né Greco … né schiavo, né libero … né maschio, né femmina” (Gal., 3, 28). E così, si oltrepassano le barriere esistenziali, nella tensione ad una comprensione totale. Ma in questa sua essenza, la carità non nega, né annichilisce la giustizia, bensì, per effetto di un moto dialettico, la trascende trasfigurandola. Ed ancora, afferma S. Paolo: “pienezza della legge è l’agape” (Rom., 13, 10), che non solo fa compiere con generosità e gioia i doveri di giustizia, ma sollecita a non rivendicarli per sé, a riconoscersi sempre in debito di amore verso gli altri e ad assumere su di sé i pesi e le colpe degli altri.

Coerentemente con la linea dialettica paolina, S. Agostino definisce la giustizia “amor soli amato serviens … amor Deo tantum serviens” (De moribus ecclesiae catholicae, I, 15). Ed infatti, conducendo a pienezza il principio della giustizia “suum cuique tribuere”, si tratta di rendere il “suum” a Dio che è amore infinito. Nella vita di carità – “amor Dei usque ad contemptum sui” (De civ. Dei, XIV, 28) – si prefigura, nel percorso terreno, la piena realizzazione della Civitas Dei.

Universale come la giustizia, ma oltre la giustizia per la totale comprensione dell’altro e la totale apertura all’altro, la carità è non solamente riconoscimento dell’essere che accomuna gli uomini, ma amore, custodia e cura dell’essere negli esistenti. Nella verticalità del rapporto personale con Dio, trova la fonte della sua estensione orizzontale all’universalità degli uomini. E’ questa etica della carità la sola capace di superare quella della giustizia. Ed è proprio l’appello della carità  a far sentire il limite della giustizia.