CASO VANNINI, TUTTO TRANNE LA VERITÀ

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ANTONIO E FEDERICO CIONTOLI SONO STATI CONDANNATI PER OMICIDIO MA CONTINUANO A NON RISPONDERE SUL PERCHÉ NON FURONO CHIAMATI IN TEMPO I SOCCORSI.

«Io sono innocente, tutti dovrebbero desiderare la verità: è colpa della stampa se Marina e Valerio ci odiano». Esce allo scoperto Federico Ciontoli, calandosi nei panni della vittima per il giornale “Il Dubbio”. Oggi ha 29 anni ed è stato condannato in secondo grado dalla Corte d’assise d’appello (come la sorella Martina e la madre Maria) per omicidio volontario a 9 anni e 4 mesi di carcere per l’uccisione di Marco Vannini, 20enne di Cerveteri, bello come il sole con il sogno di diventare un polita dell’Aeronautica. I Ciontoli hanno cambiato strategia passando dal silenzio all’attacco. Prima Antonio (il padre che si è assunto la responsabilità dello sparo il 17 maggio 2015 e condannato a una pena di 14 anni) in qualità di ospite del canale tv Discovery da Selvaggia Lucarelli. Poi Federico che ha pure

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bissato con un intervento in una radio romana sempre con Lucarelli conduttrice. Un’intervista dietro l’altra, da papà a figlio. Fiumi di parole, risposte lunghe e contorte dove però non è mai uscita fuori le verità di cosa sia realmente accaduto quella sera nella villa di via De Gasperi, a Ladispoli. Nessuno dei due ha detto perché il povero Marco sia stato attinto da un colpo di pistola. E, accettando pure il fatto che il colpo sia partito per sbaglio o per «gioco», come dichiarato dal sottufficiale della Marina davanti ai giudici, nessuno dei due ha spiegato perché non siano stati attivati in tempo i soccorsi. Né perché si sia perso tutto quel tempo nelle due telefonate al 118. «Nulla potrà ridare un figlio ai genitori, però non mi possono condannare alla morte sociale», è una delle dichiarazioni di Federico Ciontoli.

Che poi dice di «aver paura di essere seguito e che la stampa scopra dove viviamo per fare lo scoop». Insomma, il bersaglio dei Ciontoli sono i giornalisti che a suo dire «hanno strumentalizzato il dolore della famiglia di Marco, sfruttando la loro sofferenza per creare altra sofferenza e generare una frattura tra le famiglie».

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Le reazioni dei Vannini. «Marco per loro passa sempre in quint’ordine. Pensano solo alla loro di vita e mai a quella nostra. Si preoccupano dei loro interessi come quella sera in cui hanno lasciato morire nostro figlio in un modo così brutale», sostiene Valerio Vannini, il padre di Marco. «Questa subdola campagna a favore dei Ciontoli – interviene Marina Conte, la madre della vittima – si intensificherà sino alla Cassazione. Sino a quel momento Marco non potrà riposare in pace. Ma non ho paura. Le bugie dei Ciontoli sono state smascherate dal processo ed è inutile che le ripetano in modo ossessivo e sfrontato in interviste compiacenti. Alle loro bugie non crede nessuno e servono solo ad aumentare la indignazione generale, di cui poi si lamentano per tentare, loro, i condannati per omicidio volontario, la carta del vittimismo, senza mai una parola di pentimento, di assunzione di responsabilità. Siamo provati da questa campagna indecorosa ma abbiamo fiducia nei Giudici. Ai Ciontoli vogliamo dire: non vi odiamo, non lo meritate neppure. Dovreste assumervi le vostre responsabilità ed accettare le conseguenze di quello che avete fatto».

La soglia del dolore. Si chiama così la massima intensità sonora che l’orecchio umano può percepire (120-130 decibel) e oltre la quale il suono causa una sensazione di dolore. Lo sparo quella sera generò un suono di almeno 130 decibel in un ambiente chiuso, come detto sempre da Luciano Garofano, perito dei Vannini ed ex generale dei Ris. Possibile che i Ciontoli non si siano resi conto del colpo di pistola? È davvero difficile credere alla loro versione.