CARNEVALE: COLORE, DIVERTIMENTO E CRUDELTÁ

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LA STORIA DEL CARNEVALE.

Oggi espressione più autentica di giochi, scherzi, risate e divertimento. Esplosione di coriandoli e maschere di ogni genere, il carnevale, una festa che coinvolge sia grandi che piccoli. Questa ricorrenza ha una storia molto antica, affondando le sue radici nell’epoca del Medioevo.

L’etimologia del termine “Carnevale” ha un significato ben preciso: deriva da “carne” “(le)vare”, si riferisce dunque a un banchetto d’addio, arricchito da grandi mangiate e balli, celebrato prima del Mercoledì delle Ceneri, avvicinandosi alla Quaresima, infatti, i cristiani avrebbero dovuto affrontare un periodo in cui non si sarebbe dovuto mangiare la carne. 

Ancora prima che in epoca medievale, il Carnevale ha origine addirittura a partire dalle tradizioni greche (feste dionisiache) e dell’antica Roma (Saturnali, celebrati nel mese di dicembre, al termine dei lavori agricoli, in nome del dio Saturno, che proibiva ai romani di essere tristi), durante le quali si mettevano da parte per un momento le consuetudini e gli obblighi sociali delle diverse gerarchie, lasciando spazio allo scherzo e alla sregolatezza. Terminato il periodo della festività, si ritornava alla normale quotidianità.Nella tradizione popolare questo è un momento di ricerca di rinnovamento, di rinascita e di purificazione, durante il quale  eliminare il peso del male accumulato e propiziare il futuro, in attesa della Pasqua.

Carnevale: la crudele tradizione romana

Tra le interpretazioni più interessanti c’è quella riguardante la cultura e la tradizione romana, che comportava la presenza di gruppi di persone mascherate, come attestato da Lucio Apuleio, nelle sue “Metamorfosi”. I festeggiamenti si concentravano in pochissimi giorni e Papa Martino V (1417-1431) ne aggiunse uno in più, durante il quale ci si dedicava alla caccia dei tori e ad altri tornei, principalmente a Piazza Navona e nel quartiere Testaccio, in cui si svolgevano giochi molto violenti, come la tradizionale ruzzica de’ li porci: dalla cima di una collina venivano fatti rotolare dei carretti contenenti dei maialini vivi, alla fine della discesa, il popolo attendeva quel che sarebbe rimasto dei maiali, ormai ridotti in pezzi, per portarli a casa, dopo una estenuante lotta, con risvolti anche sanguinosi.

Papa Paolo II (di origini veneziane, 1464-1471) decise di guadagnarsi il favore delle masse dei fedeli, riportando un po’ di sano panem et circenses (espressione che oggi sta ad indicare l’ottenere il consenso del popolo non per mezzo di una buona amministrazione, ma tramite promesse frivole, che in alcuni casi neanche verrebbero mantenute): spostò i giochi e le corse dei cavalli in via del Corso, che prende il nome proprio da questi avvenimenti di cui diventava teatro.

Hanno luogo altri casi molto crudeli, in cui si verificavano pesanti umiliazioni, tra cui gare  a cui partecipavano gobbi, persone affette da nanismo, o deformi, oltre al terribile Pallio delli Judei”, che in quei tempi non veniva di certo avvertita come vessazione, a tal punto che i partecipanti arrivavano curati e ben vestiti e, soprattutto in maniera del tutto spontanea. Questa feroce corsa venne istituita per la giornata del 2 febbraio, e seguita, nelle giornate successive, dalle corse dei ragazzi e quelle che vedevano protagonisti poveri vecchi. La predilezione per la crudeltà e tutto ciò che fosse grottesco raggiunse le sue vette più alte quando questi stessi partecipanti furono costretti a gareggiare nudi. Quando, nel 1668, Papa Clemente IX abolì le corse degli ebrei, con grande risentimento da parte del pubblico, i romani, durante i giochi, si travestivano da ebrei nelle maniere più sprezzanti. 

fu corso un palio di gobbi ignudi molto ragguardevoli per la varietà delle loro gobbesche schiene”.

A partire dal 1773, la notte del Martedì Grasso si svolgeva all’insegna della cosiddetta “festa dei zoccoletti”, che si riassumeva in un gioco: mantenere accesa una candela il più possibile, cercando di spegnere quelle degli altri, tra caos, botte e scorrettezze. Una sorta di metafora per indicare la fine dello sfrenato, divertente, crudele Carnevale.

Flavia De Michetti