Vincenzo Zingaro: Il Teatro Classico (mai) così contemporaneo!

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Tutto il bello della Commedia Antica.
Intervista 
a Vincenzo Zingaro, direttore artistico
della compagnia Castalia

di Paola Stefanucci

Diceva Italo Calvino: “Un classico è un’opera che non ha mai finito di dire quello che ha da dire…”. Lo sa bene Vincenzo Zingaro da un quarto di secolo alla guida della Compagnia Castalia, quale strumento di valorizzazione e divulgazione della Commedia classica antica. Fondata nel ‘92, Castalia è stata sùbito riconosciuta dal ministero dei Beni Culturali: “organismo di produzione teatrale di interesse nazionale”. E le messinscene – da Aristofane a Plauto, da Goldoni a Pirandello – dell’attore e regista romano sono spesso oggetto di tesi per i laureandi in Lettere e Filosofia- Discipline dello Spettacolo alla Sapienza e non solo.

Zingaro, che ha studiato regìa teatrale con Peter Stein e Anatolij Vasiliev e la Commedia dell’Arte e il linguaggio della maschera con Dario Fo e Ferruccio Soleri, dal 2002 nello storico quartiere Torlonia, a Roma, dirige il Teatro Arcobaleno (Centro stabile del Classico). Abbiamo incontrato il Direttore artistico nel tempio capitolino del teatro classico, dove sta per chiudersi una stagione- come sempre- più che lusinghiera.

Maestro, Castalia ha 26 anni, facciamo un bilancio: più difficoltà o gratificazioni?

Nel corso della sua attività la Compagnia si è distinta per aver elaborato un importante progetto volto al recupero delle nostre radici culturali, evidenziando e valorizzando l’eredità del Teatro classico nella cultura europea contemporanea. Il progetto ha ottenuto notevoli riconoscimenti da parte del pubblico, della critica e di importanti istituzioni, rappresentando un fenomeno culturale unico in Italia.

Duemilacinquecento repliche circa mezzo milione di spettatori per un genere considerato elitario e apprezzato soprattutto da un pubblico maturo, eppure nella sua platea non mancano i giovani…

Ogni anno assistono alle nostre rappresentazioni più di ventimila studenti, provenienti dai Licei di Roma e del Lazio, ma anche da altre Regioni. Per due anni consecutivi, nel 2014 e nel 2015, Castalia ha vinto il Biglietto d’oro nell’ambito del premio Vincenzo Cerami, promosso dall’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo) Lazio, per aver coinvolto il maggior numero di giovani tra i teatri romani.

Parliamo de “Il soldato spaccone”, la sua riscrittura del Miles Gloriosus, con lei protagonista e regista.Collaudato nel ‘97 non mostra una ruga ed anche quest’anno (andato in scena all’Arcobaleno, dal 19 aprile al 6 maggio) è stato salutato da calorosi applausi: quali le differenze e le convergenze con il capolavoro plautino?

La mia riscrittura del Miles gloriosus di Plauto rappresenta una tappa molto significativa nel percorso di rilettura dei classici. Molti lo considerano una sorta di manifesto del mio fare teatro, soprattutto per il suo commovente colpo di scena finale che lascia un segno del tutto nuovo ed originale nell’interpretazione del Miles Gloriosus. Nel mio adattamento affronto il capolavoro plautino soffermandomi sul rapporto che ebbe con la Commedia dell’Arte; tenendo presente che proprio dal soldato spaccone presero vita quegli intramontabili Capitani che conosciamo coi nomi di Capitan Fracassa, Spavento, Matamoros. La mia rielaborazione lascia l’immaginazione libera di evocare le gesta del protagonista, Pirgopolinice, attraverso i molteplici percorsi della sua evoluzione nei secoli fino a Don Chisciotte, Cyrano de Bergerac e Brancaleone. Un viaggio, seguendo il filo conduttore che lega la Commedia classica alla Commedia dell’Arte e, fino ai nostri giorni, alla cosiddetta Commedia all’italiana.

Cosa rappresenta per lei il testo del commediografo latino?

Il testo plautino diventa l’occasione per salire su un carrozzone e mettermi in viaggio verso territori sospesi fra storia e immaginazione, per incontrare personaggi, colori e suoni su cui si è formata la nostra tradizione teatrale più autentica. Inserendo la vicenda plautina nel repertorio di una Compagnia di comici dell’Arte, ho cercato romanticamente, pur nell’assoluta fedeltà all’originale latino, di recuperare la ricchezza e la miseria di un mito vagheggiato in tutto il mondo. Niente più del Miles Gloriosus poteva offrirmi un’occasione così invitante. Egli, spavaldo e sofferto, con il volteggiare della sua spada sembra titanicamente opporre alla morte il fragile, eterno gioco del teatro.

Al Teatro Arcobaleno è in scena fino al 27 maggio “Otello”, prodotto dal Cantiere Giovani della Compagnia Mauri Sturno diretta da Glauco Mauri, per la regìa di Ilaria Testoni.

Il singolare adattamento – Se Otello fosse Rom? – di Glenda Ray rilegge l’opera shakespeariana attraverso la lente del razzismo e delle differenze sociali, già presenti nel testo originale del drammaturgo inglese.

In scena, Mauro Mandolini e Camillo Marcello Ciorciaro nei ruoli alternati di Otello e Iago, Francesca Dinale, Ilaria Amaldi, Laurence Mazzoni, Valerio Camelin, Roberto Di Marco, Fabrizio Bordignon, Michela Giamboni.