Politica, sussidi e occupazione

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Sostegni alti possono indurre conseguenze negative senza aiutare l’occupazione. I segnali appaiono già poco incoraggianti.

di Antonio Calicchio

Sotto il profilo etimologico, il termine “lavoro” rimanda all’idea di fatica, di pena, quando non, perfino, di sofferenza. Nell’antichità, lavoravano prevalentemente gli schiavi. E di quella storia resta il retaggio. Talvolta, si celebrano i “lavoratori” e, di rado, si celebra il “lavoro”. Le moderne società hanno raggiunto picchi di benessere mai riscontrati nella storia della umanità, a costo, però, di due sacrifici da parte dell’individuo: il lavoro, appunto, e il risparmio, ovverosia rinviare, al futuro, alcuni consumi, offrendo, invece, risorse agli operatori economici per investimenti. Mediante i quali si è verificato il miglioramento di tutti quegli strumenti che rendono maggiormente produttivo – e meno oneroso – il lavoro medesimo. 

Le condizioni di lavoro sono attualmente assai più confortevoli che in passato: si svolgono mansioni meno faticose, rimanendo impegnati per un tempo inferiore. Il tempo libero si è esteso. Ma è pensabile che il nostro Paese ritorni a crescere – come si spera – facendone proprio a meno?

Potrebbe essere questa la direzione in cui siamo avviati. A seguito dell’attuazione di quanto stabilito nel “family act”, dell’anno scorso, va rilevato che gli assegni familiari, le detrazioni fiscali per figli a carico ed altri bonus saranno consolidati nel c.d. assegno unico. Il quale potrà sommarsi al reddito di cittadinanza cui il governo non potrà porre mano in quanto vorrebbe dire ridiscutere il più consistente risultato politico del Movimento Cinque Stelle (l’abolizione – per ora soltanto annunciata – della povertà) e, altresì, sottrarre, ad un non trascurabile stuolo di cittadini, un sostegno su cui hanno iniziato a far affidamento. A ciò si aggiunga un tragico elemento della recente storia italiana, e cioè quello rappresentato dall’aumento degli Italiani che si collocano al di sotto della soglia di povertà: oltre cinque milioni, vale a dire il 9% della popolazione. In via generale, è da osservare che si tratta di “nuovi Italiani”, però, l’anno scorso, sono venute aumentando le famiglie in povertà assoluta, a Nord, uno dei segnali più rilevanti della crisi scaturita dalle misure anti-covid. 

Una nazione del primo mondo non può che andare incontro alle esigenze di questi soggetti; e bilanciare gli interventi non è semplice: sostegni eccessivamente alti hanno un effetto in merito all’offerta di lavoro, alla disponibilità delle persone a subire la pena ed il travaglio connessi, appunto, al lavoro stesso. E sotto tale aspetto, i segnali non appaiono incoraggianti. Il reddito di cittadinanza – come noto – si innalza con l’incremento del nucleo familiare e in relazione ad alcune caratteristiche del percettore (ad es., se ha contratto un mutuo). Nell’ambito delle regioni italiane, le condizioni di vita si mostrano assai diversificate: nei grandi centri urbani, i percettori di reddito di cittadinanza conducono vita grama, non così nelle regioni meridionali in cui il costo della vita, a partire da quello dell’abitazione, risulta minore. La possibilità di addizionare al Rdc l’assegno unico fa in modo che si giunga – potenzialmente – ad un livello prossimo, quando non, addirittura, superiore, al salario iniziale in alcune aree del Paese. Del resto, pure a Nord, la somma dei sussidi rischia di essere superiore al salario di inserimento in tutto un insieme di attività. Al maxiconcorso per il Sud, voluto dal ministro per la P.A., per il reclutamento di 2.800 figure tecniche apparentemente necessarie per procedere con l’attuazione del Pnrr, nel Meridione, su oltre 8.000 convocati, se ne sono presentati la metà. 

La Confindustria non trova più manodopera: a fronte di centinaia di migliaia di posti di lavoro persi in conseguenza della pandemia e malgrado un tasso di disoccupazione superiore al 10%, tuttavia non si riescono a trovare “tute blu”. 

Esiste una questione, di lungo periodo, di discrasia tra necessità delle imprese e competenze dei lavoratori. Ma esiste, ed esisterà sempre di più, una questione di poca attrattiva del lavoro, rispetto a sussidi che permettono entrate paragonabili. Pure il sussidio – a modo suo – costituisce una pena: essere in condizioni di doverlo percepire presenta un costo di natura psicologica. “La dignità del lavoro” è una espressione che si sente spesso e che evidenzia come, perfino, la funzione più umile concorra alla costruzione di un orizzonte di indipendenza ed autonomia, recando con sé il piacere di non dover dipendere da nessuno. Ma, affinché accada tutto questo, unitamente al lavoro, deve contare anche il risparmio. Per molti, l’ascensore sociale passava attraverso il graduale e paziente accumulo di, poche o molte, risorse, che servivano a far studiare i figli e a permettere ad essi di muovere da un piano superiore. Tassi a zero, se non, addirittura, negativi, rendono il risparmio inutile, se non, perfino, controproducente, erodendo, in tal modo, indirettamente, la prospettiva di una emancipazione mediante il lavoro. E sussidi elevati fanno tutto il resto.

E’ ben vero che, nel nostro Paese, i salari sono bassi, ma viepiù vero è che porli in competizione con redditi garantiti dalla società servirebbe a sollevarli sol che l’Italia avesse una economia chiusa. Ma così non è: in mancanza di manodopera disponibile, le imprese andranno altrove. 

Sarebbe bello poter mantenere 60 milioni di cittadini senza che lavorassero, però, è utile notare, al riguardo, che, sul piano empirico, i sussidi hanno mostrato che non riescono ad eliminare la povertà, ma possono eliminare la prosperità.