L’OSPIZIO DEI TROVATELLI: IL RIFUGIO COSTRUITO DA ANTONIO DE CURTIS

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GLI ANGELI DI TOTÒ

Nelle immediate vicinanze di Roma l’attore italiano Antonio de Curtis, in arte Totò, ha costruito un «canile per i cani randagi», espressione che a lui non è mai andata a genio tanto da rinominarlo «L’Ospizio dei Trovatelli». Intorno al 1965, il Principe di Bisanzio, nobile nel nome e nell’animo, decise di concentrare tutta la sua generosità sugli animali, costruendo un rifugio per i cani bisognosi di riparo e di cure, nei pressi del quartiere Boccea gestito insieme all’attrice Franca Faldini.

A causa del traumatico infortunio ai suoi occhi del 1938, Totò aveva la vista fortemente compromessa, che gli impediva di distinguere i singoli ospiti; tuttavia, indossati gli abiti che lui chiamava «da cani» (i vestiti vecchi) erano loro a riconoscerlo, con affettuose zampate puntate sul cappotto e mugolii di saluto, che lui ricambiava con infiniti sorrisi e carezze. In origine il rifugio apparteneva a un’anziana signora che, con i suoi mezzi modesti, cercava come poteva di mantenere un centinaio di bestiole sottratte alla fame, alle cattiverie dell’uomo e alla camera a gas; venuto a conoscenza di questa ottima iniziativa, ma degli scarsi mezzi, il Principe della risata, che era solito fare visita nei canili aiutandoli economicamente, decise di rilevarlo, trasformandolo in una vera e propria casa di riposo dotata di cucce confortevoli, cucine, un ambulatorio, un efficiente sistema di fognatura e di illuminazione per l’ingente somma di 45 milioni delle vecchie lire.

Il confortevole centro residenziale, che ospitava circa 220 cani, era visitato continuamente da persone appartenenti a ogni rango sociale: alcuni davano un piccolo aiuto in denaro, altri portavano da mangiare, altri ancora tornavano a casa in compagnia di un tenero amico. In ogni caso Totò si precipitava dai suoi «angeli» ogni giorno. Ognuno degli ospiti della struttura portava con sé una storia, e durante un’intervista, l’attore non poté fare a meno di commuoversi raccontandone una in particolare, che lo aveva profondamente colpito: un piccolo randagio catturato dal Canile Municipale, si trovò a condividere la stessa triste sorte di molti suoi amici animali. Portato per ben tre volte nella camera a gas, il cucciolo per altrettante volte non morì mai, e questo fu possibile per mezzo di un incredibile stratagemma escogitato dall’animale: riparandosi sotto la montagna di cani ne individuava uno, nel pelo lungo del quale infilava il naso riuscendo così a respirare e salvandosi la vita. Gli agenti in servizio si intenerirono talmente tanto da rimetterlo di nuovo in libertà.

Animalista convinto, purtroppo poco conosciuto in tale veste, d’altra parte uno dei primi in Italia: la simpatia di Totò era in fondo suscitata da qualsiasi animale, dal cane in particolare, ritenendo che avesse un animo a metà tra l’angelo e il bambino.

«[…] un cane val più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato lo stesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene lo stesso, lo abbandona e lui le è fedele lo stesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo. (…) Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo».

Flavia De Michetti