LA SINDROME DELLA CAPANNA

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LA PAURA È LA COSA DI CUI HO PIÙ PAURA” MICHEL DE MONTAIGNE.

La paura è un’emozione primaria che da sempre l’uomo ha desiderio di conoscere e controllare. Mai come ora, in tempo di pandemia, la radice di ogni nostra paura è l’ignoto, l’incerto, la confusione. La sindrome della capanna – o del prigioniero – è caratterizzata da un insieme di sintomi di malessere: lo stress e l’ansia giungono quando, dopo un lungo isolamento e distanziamento sociale, si presenta anche solo l’idea di poter uscire nuovamente di casa.

Altri sintomi tipici della sindrome sono: tristezza, angoscia, mancanza di energia e di entusiasmo, diminuzione della motivazione, senso di solitudine, percezione di essere senza speranza, sentimenti di non appartenenza alla società. A lungo andare, se non monitorati, possono portare a disagi psicologici conclamati, quali depressione, attacchi di panico, insonnia e disturbi dell’adattamento. La casa è diventata un rifugio, un involucro protettivo dal mondo esterno e le circostanze insolite del lockdown sono diventate “normalità”. Se con la fase due si doveva riorganizzare la vita, il periodo attuale è invece caratterizzato da stanchezza e impotenza, da preoccupazione generalizzata per la propria salute e le relazioni sociali. Le innumerevoli informazioni sulla pandemia, offerte ogni giorno dai media, non aiutano, anzi, peggiorano la nostra condizione di salute sia psichica che fisica.

La paura, di per sé, è un’emozione fondamentale per l’adattamento degli animali all’ambiente circostante e quindi favorisce la salvaguardia della specie permettendo di riconoscere e fronteggiare le situazioni pericolose. Dunque una paura utile, che incrementa la capacità di reagire, mentre quella patologica limita la capacità di azione in quanto blocca la nostra predisposizione all’adattamento. La maggior parte delle persone che soffrono di questo disturbo hanno in comune una strategia comportamentale, “l’evitamento”, evitano tutte quelle situazioni associate all’insorgere della paura incontrollabile, ma è una trappola: a forza di evitare si arriva alla completa incapacità di reazione, aumentando così, la sfiducia nelle proprie risorse. Che dire poi del loop sviluppato in questo contesto storico dalle persone ipocondriache? Continue autodiagnosi e continui consulti medici e diagnostici che portano la persona a sviluppare uno strutturato disturbo fobico generalizzato, sulla base perpetui dubbi relativi alla propria salute: la paura della paura che produce il panico.

Sindrome della capanna. Cosa si può fare?

Come vivere reali esperienze emozionali, correttive? Nell’antica tradizione ellenica troviamo l’arte della metis, cioè l’uso di stratagemmi creativi per risolvere situazioni problematiche; ne è un esempio il Cavallo di Troia, lo stratagemma utilizzato da Ulisse per espugnare la città di Ilio. La saggezza occidentale poi, si è evoluta seguendo la filosofia sul linguaggio come veicolo per produrre cambiamenti. L’arte dello stratagemma, applicato alla paura patologica per aggirare il blocco fobico, induce la persona a vivere esperienze concrete di cambiamento, lavorando su meccanismi che scattano prima della nostra coscienza, solcano il mare all’insaputa del cielo attraverso esperienze emozionali correttive indotte dalla psicoterapia. “Ubi maior minor cessat”.

Ma torniamo a noi, ai piccoli suggerimenti che ci possono aiutare a superare la sindrome della capanna. Il primo è quello di condividere il problema, senza comprendere le motivazioni ma solo esprimendo le nostre emozioni, capendo così che non siamo i soli a percepire tali emozioni; il secondo è ridurre l’ascolto di notizie sul Covid-19 che potrebbe potrebbero peggiorare la nostra salute psichica e fisica. Poi, uscire per brevi periodi di tempo, senza forzarsi, per svolgere attività quotidiane come fare la spesa o comprare il necessario per soddisfare i nostri bisogni giornalieri e ricercare il contatto con la natura prestando attenzione ai ritmi musicali che la stessa ci offre: il rumore del mare, del vento, della pioggia, degli uccellini, godendo dei profumi e delle immagini che ci dona.

di Elena Botti e Alessia Scatigna