INTERVISTA AD ALESSIA COTTA RAMUSINO, MUSICISTA, SOCIOLOGA, AUTRICE E IDEATRICE DEL MOVIMENTO “100 DONNE VESTITE DI ROSSO”

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Noi proponiamo una lotta non violenta e che non parli neanche delle violenze stesse, perché rischieremmo solo di alimentare altra violenza. Noi vogliamo richiamare l’attenzione sul potere della bellezza, dell’arte, della cultura”.

di Andrea Macciò

Alessia Cotta Ramusino è una donna e un’artista poliedrica: sociologa di formazione, si è laureata negli anni Novanta a Genova con l’innovativa tesi “Moda come fenomenologia sociale” nella quale prefigurava un fenomeno oggi comune: i trend sociali si diffondono con meccanismi sociologici simili della “moda” nel settore dell’abbigliamento: basti pensare ai “tormentoni” mediatici che ogni settimana dominano la televisione e i social per cadere nel dimenticatoio la settimana successiva.

 

Alessia è prima di tutto una musicista, compositrice, autrice e cantante, che si distingue per la scelta di cantare in inglese, ed è attraverso l’amore per la musica che è arrivata a ideare il movimento 100 donne vestite di rosso che si propone di sensibilizzare la società sul tema della violenza di genere attraverso l’arte, la cultura e la bellezza, lottare contro ogni forma di violenza, di sopruso, di discriminazione, di limitazione delle libertà personali.  Nel libro, che non è un trattato sociologico come ci si potrebbe aspettare, ma un racconto autobiografico che si dipana dall’infanzia vissuta in Iran negli anni Settanta all’Italia dei lockdown e delle “misure sanitarie” chi legge ha l’opportunità di viaggiare nel tempo e nello spazio accompagnato da una donna capace di reinventarsi periodicamente una nuova vita. Alessia Cotta Ramusino, dopo la laurea in Scienze Politiche in materie sociologiche, ha lavorato come formatrice aziendale, manager nel settore della telefonia e dell’energia, nel settore della cosmesi e della bellezza e molto altro; ha vissuto in Italia a Napoli, Milano, Genova, in Francia, in Iran, Tunisia, Marocco, Germania, esperienze che unite alla sua formazione, le hanno permesso di avere un punto di vista articolato su molti argomenti di attualità. La bionda con la carabina, la formatrice, la sommelier, la spruzzaprofumi, la batterista, la manager, la sociologa: i titoli dei capitoli del libro non sono trattati su donne diverse, ma fissano e riportano a chi legge le esperienze di vita dell’autrice. 100 donne è un numero ispirato da una stima di quante in un anno sono uccise dal compagno, ma forse anche dalle tante “Alessia” che si sono avvicendate nel corso della vita. In un paese fermo e stanziale come l’Italia, una persona che ha viaggiato così tanto e con questa attitudine a cambiare facilmente vita è una vera rarità, e per questo il suo punto di vista è interessante. La lettura ci accompagna nel suo mondo fino alla presentazione di 100 donne vestite di rosso. La scrittura, molto vivace e con una forte componente visiva, e la personalità molto particolare dell’autrice rendono interessante anche un genere oggi un po’ inflazionato come quello dell’autobiografia. Il libro contiene anche “digressioni” analitiche su diversi temi, dalla narrazione dei viaggi all’amore all’ìmpatto sulla società delle restrizioni sanitarie al ruolo dei social media.  Alessia Cotta Ramusino ha un sito personale come artista e musicista, Alessia Ramusino – Una compositrice | Cantautore e cantante, e uno dedicato al suo progetto, www.100donnevestitedirosso.com, oltre ad avere pagine dedicate alla sua attività su Facebook, Instagram e Linkedin.

Copertina 100 Donne Vestite di Rosso

Per approfondire e capire meglio i contenuti del libro ho incontrato a Genova Alessia Cotta Ramusino, autrice oltre che di 100 donne vestite di rosso anche del romanzo “L’ultimo respiro del leone” che  ha presentato punti di vista interessanti non solo sulla violenza di genere, ma anche sulla deriva pan-penalista, sul ruolo dei social media, sulle politiche restrittive del 2020-2022, sull’educazione delle giovani generazioni affidata quasi esclusivamente alla rete. Una donna e un’artista che ha mostrato una qualità oggi rarissima: non essere prevedibile ed avete punti di vista sulle questioni sociali non schiacciate su stereotipi riconducibili a fazioni contrapposte.

 Nel tuo libro racconti il percorso di vita che ti ha portato a ideare il movimento “100 donne vestite di rosso”. Ci puoi raccontare come è maturata l’idea di occuparti del tema della violenza di genere?

100 donne vestite di rosso non è un movimento nato a “tavolino”: non mi ero mai occupata in maniera specifica di violenza di genere. Nel 2011 rimasi molto impressionata dall’assassinio di Melania Rea, un delitto mediatico del quale si parlò molto.

Era il 2011, composi la ballad “Yallah” che è rimasta nel cassetto fino a quando il produttore con il quale lavoravo nel 2017 mi ha convinto a riprenderla in mano. Ero perplessa perché temevo che questo tema potesse essere strumentalizzato. È stato lui ad insistere, ritenendo che nessuno meglio di me, con una preparazione sia sociologica che artistica, e con la mia esperienza di vita, potesse portare l’attenzione della società sul tema della violenza contro le donne. Dalla canzone è nata l’idea del flash mob, nel quale inizialmente le donne erano vestite di scuro, che ho proposto poi al Comune di Genova. Sia l’amministrazione Doria di allora che quella attuale di Bucci hanno appoggiato la mia idea: il primo flash mob lo abbiamo messo in scena presso al Cimitero Monumentale di Staglieno: è arrivata l’attenzione dei media e delle televisioni, e nei mesi successivi sono stata contattata dalle donne e dalle associazioni di tutta Italia per portarlo in giro. Non siamo una compagnia teatrale, l’unica che si sposta sono io, le donne che partecipano sono quelle dei territori dove lo rappresentiamo.

“100 donne vestite di rosso” è una performance artistica anche molto bella da vedere. Per quale motivo hai scelto di non rappresentare la violenza?

 Noi proponiamo una lotta non violenta e che non parli neanche delle violenze stesse, perché rischieremmo solo di alimentare altra violenza. Noi vogliamo richiamare l’attenzione sul potere della bellezza, dell’arte, della cultura.

Per questo ho creato un flash mob che sia anche qualcosa di bello da vedere. 100 donne vestite di rosso termina con un mantra: “Respect and Love”. In inglese non solo perché è la lingua in cui canto, ma perché siamo in un mondo interconnesso, e fino a quando le donne saranno considerate inferiori in qualche parte del mondo, ci saranno anche qua persone che considerano tutto questo normale e giustificabile. Io credo che ci sarebbe bisogno di movimenti simili anche per gli uomini: l’uomo è vittima di soprusi e dell’imposizione di stereotipi esattamente come le donne, anche se in una posizione di privilegio sociale rispetto alla donna. Gli stereotipi legati a retaggi culturali e imposizioni della società.

Oggi l’uomo non è paradossalmente, più prigioniero di modelli stereotipati di comportamento, rispetto alle donne?

Lo penso anche io, perché l’uomo nasce, o crede di nascere, con “tutti i diritti” mentre le donne i diritti se li sono dovuti conquistare, e ne consegue che oggi abbiamo spesso di fronte donne molto più evolute degli uomini. Un sistema difficile da intaccare, se continuiamo con una comunicazione faziosa. Io oggi sono convinta che sia necessario superare il femminismo, che ha avuto un ruolo ben preciso e in quel momento era coevo e corretto: oggi credo che la lotta contro gli stereotipi sociali debba evolversi al di là delle fazioni e che dobbiamo portare dalla nostra parte anche gli uomini. Ora non è che voglio dire che il femminismo si deve fermare, dal momento che parlo con la visione sociologica e dei trend sociali; credo che oggi non dobbiamo parlare in maniera faziosa, ma parlare a entrambi i soggetti essenziali alla società: gli uomini e le donne. Per arrivare a una rivoluzione culturale che abbracci la società, dobbiamo lottare insieme, ognuno con i suoi obbiettivi. Il mio impegno su questi temi non nasce però in università, ma dalle mie esperienze di vita, prima fra tutte la parte di infanzia che ho vissuto in Iran, dopo i primi tre anni trascorsi a Napoli.

 

Per quanti anni hai vissuto in Iran? L’infanzia in Medio Oriente ha influenzato molto il tuo punto di vista su questi temi?

Da bambina io ho vissuto in Iran, tra il 1974 e il 1979, finché non siamo stati rimpatriati dopo la rivoluzione. A 8 anni, sono stata richiesta in sposa, e questo mi ha stimolato fin da allora a pormi delle domande. Qua ci sono delle bambine che a 8 anni non immaginano neanche che una bambina possa “sposarsi” a quell’età. I miei hanno rifiutato, con molto garbo, perché secondo la famiglia del mio pretendente avremmo dovuto sentirci onorati da questo, spiegando che non faceva parte della nostra cultura. A 8 anni lasciare la tua casa, la tua cameretta, i tuoi giochi è un trauma, lo è anche solo l’immaginare di farlo.

Quando una bambina viene chiesta in sposa il matrimonio viene effettivamente celebrato e “consumato” o si tratta solo di una promessa?

In Iran no, è una “promessa”, ma il matrimonio vero e proprio si celebra a 18 anni con la maggiore età. In altri paesi, come l’Afghanistan, può capitare che il matrimonio sia “consumato” già a 8, 10 anni. Ci sono delle bambine che non riescono a sopravvivere a una gravidanza in un’età nel quale il loro corpo non è ancora pronto. In Iran no, ma c’è stato comunque il trauma di sentirsi oggetto, di non essere tu a scegliere. E da quel giorno ho iniziato ad avere problemi a dormire, a soffrire d’insonnia. Per qualche anno, per evitare che si ripresentasse questa situazione dicevo a tutti che ero un maschio. A 11 anni, mio padre è stato trasferito in Italia, era il 1979. A scuola mi chiamavano “l’iraniana” per i primi tempi. Mi sono accorta presto che anche qua la situazione delle donne era molto difficile: se pensi che c’era ancora il delitto d’onore, abolito nel 1981, e che la legge sullo stupro è stata cambiata solo nel 1996, trasformandolo in un reato contro la persona, capisci chiaramente come la situazione fosse anche in Italia molto arretrata e faticosa per la libertà e l’autodeterminazione delle donne.

 

Secondo te, la situazione in Italia rispetto alla condizione femminile e alla violenza di genere è più critica rispetto a quella di altri paesi europei?

Penso di sì, lo è meno nell’Italia del Nord e molto di più, secondo me, in quella del Centro-Sud dove non c’è ancora un affrancamento vero delle ragazze dalla famiglia. Ci sono delle realtà, delle storie di vita che sembrano scenette folkloristiche, e purtroppo invece ci sono. Anche al Nord, soprattutto in certi piccoli paesi e zone interne. Di recente ho visto una pièce teatrale che ricostruisce le ricerche di Nuto Revelli sulla cultura contadina della provincia piemontese a inizio Novecento. È impressionante vedere come sono state trattate le donne fino a pochi decenni fa. Io, avendo studiato sociologia, sono molto propensa a osservare e andare oltre la superficie dei fenomeni, e grazie a una vita che mi ha portato a vivere tra Napoli, Milano, Genova, l’Iran, la Tunisia e il Marocco, posso dire che in Italia la situazione delle donne è tuttora più critica che nel resto d’Europa. Ho vissuto e lavorato in Francia, e in quel paese ho conosciuto molte più donne libere e indipendenti, non solo in senso materiale, ma anche dagli stereotipi.

Oggi l’approccio prevalente della politica alla violenza di genere è quello pan-penalistico: aumentare le pene e magari istituire reati ad hoc, come il femminicidio. Tu che ne pensi?

 No, io non condivido per nulla l’idea di istituire un reato di “femminicidio” Si tratta di una categoria sociologica, l’omicidio di una donna da parte del compagno. Ma perché dovremmo trattarlo in maniera speciale? Per me una donna è prima di tutto una persona, come lo è un omosessuale o un transgender.

Anzi, credo che sbandierare continuamente le proprie inclinazioni sessuali significa non essere liberi, in quanto si cerca nello stesso tempo di imporsi e di giustificarsi agli occhi degli altri, rappresentando la propria vita come un’esistenza in un certo senso anormale. L’omosessualità è sempre esistita, e non ne parleremo così tanto, in un senso e nell’altro, quando sarà considerata una variante normale del comportamento. Per me è sempre stata così, essendo cresciuta in Medio Oriente, dove è normale avere rapporti sia con uomini, che con donne.

In Medio Oriente è normale anche l’omosessualità femminile, che resta molto in ombra anche in Occidente nella discussione sul tema, o solo quella maschile?

 È abbastanza normale anche l’omosessualità femminile, già nella tradizione degli harem, visto che la “preferita” era una, le altre mogli spesso avevano delle relazioni omosessuali tra di loro. Io penso che resti più in ombra perchè la complicità tra donne è percepita come più normale anche dagli uomini e in Occidente: già da ragazze, è frequente che due amiche si tengano per mano o si scambino gesti d’affetto. Mentre se si vedono due uomini con gli stessi atteggiamenti, si pensa subito: “che sarà mai” …in altre culture, non è così.

Tornando alla questione penale, cosa pensi della creazione di nuovi reati per contrastare la violenza di genere e i problemi sociali in generale?

L’assassinio di una donna è un reato contro la persona. Anzi, visto che nella nostra cultura “femminicidio” come tutto quello che è femminile rimanda a qualcosa di minore, credo che vada chiamato a tutti gli effetti omicidio, che è molto più forte. Se tu ghettizzi, circoscrivi l’attenzione sul “femminicidio” da un lato rischi di rinforzare gli stereotipi che dovresti combattere, dall’altro focalizzi l’attenzione solo sul caso singolo, sulla cronaca, lasciando fuori tutte le espressività culturali e sociali. È molto più difficile riportare la società alla presa di coscienza collettiva di un problema, ed è tanto più difficile perché oggi, a differenza di qualche decennio fa, la società intera non si considera più responsabile dell’allevamento dei figli, anche quelli degli altri, o della formazione dei giovani. C’è stato un tempo nel quale questa responsabilità educativa la avvertiva anche la “società virtuale”: pensa al ruolo svolto dalla televisione per l’alfabetizzazione degli italiani negli anni Cinquanta e sessanta.

Nel libro c’è un capitolo intitolato “La pandemia”. Che cosa pensi delle politiche che sono state portate avanti tra il 2020 e il 2022? Hanno avuto un ruolo nell’acuire il problema della violenza di genere?

Nel flash mob dell’estate 2020, al Passetto di Ancona, abbiamo affrontato proprio la questione di come la politica dei lockdown abbia acuito il problema della violenza di genere. Nel libro racconto la parabola della rana bollita di Chomsky, che spiega bene come l’esposizione a un’eccessiva e pervasiva informazione, come avviene oggi con i social media, renda le persone manipolabili e le spinga ad accettare gradualmente imposizioni che altrimenti sarebbero state inaccettabili. Durante il periodo della pandemia siamo stati esposti a una valanga di informazioni contradditorie su tutto, io vedevo da un lato chi si atteneva in maniera scrupolosa alle indicazioni dello stato e del governo, e chi non credeva a niente parlando di complotti e fine del mondo. Di certo, questo periodo ha lasciato molti segni pesanti nella società e nelle persone, aumentando a dismisura le fobie e i disturbi psichici, per esempio sappiamo che è esplosa non solo tra i giovani la cosiddetta sindrome Hikikomori. Siamo stati gradualmente disabituati alle relazioni. Il filosofo Gunter Anders, nel 1956, nel passo “L’uomo è antiquato” aveva previsto molte delle dinamiche sociali e comunicative di oggi (legge il pezzo di Gunther Anders, ndr)

Molti citano Anders per spiegare quello che è accaduto in quella fase. Io condivido la sua analisi, eccetto che per il passaggio sulla sessualità. A me sembra che le restrizioni sanitarie abbiano alimentato sessuofobia e demonizzazione del contatto fisico, esattamente il contrario di quello che traspare dalle parole di Anders. Tu che ne pensi?

 Si, ma nello stesso tempo è esplosa la sessualità virtuale e la sessualizzazione dell’immagine: la demonizzazione del contatto ha portato a canalizzare le energie verso un surrogato della relazione vera. E, anche grazie a questa fase, si sono moltiplicati i modelli per i quali basta mettere in evidenza sulla rete il proprio corpo e i propri genitali per avere subito soldi, potere, e sentirsi la più figa di tutte. La tendenza è legata al fenomeno dei social media, ma sicuramente in quei due anni si è radicata ancora di più.

 A me pare tuttavia che per affermarsi in questo mondo dei social media, delle immagini e delle influencer sia necessario che queste ragazze abbiano anche un certo talento in ambito comunicativo e linguistico, e che non basti solo mostrarsi. Tu che ne pensi?

Si, ma appunto perché non per tutte questo percorso è adatto, si finisce più che altro per perdere un sacco di tempo. Conosco delle ragazze che per anni stanno dietro a dei concorsi che non vinceranno mai, e a un certo punto iniziano a trasformare il loro fisico. Anche in questo caso c’è l’influenza della società e degli stereotipi di bellezza che produce. Io non dico certo che ci si debba presentare in maniera trascurata, ma la vera libertà non è quella di confezionarsi. Si ritorna sempre a quello che sostenevo nella tesi. Ogni società produce dei modelli: se io vedo che mia madre è rifatta o gonfiata, tenderò a imitarla. Credo che oggi, appunto, la società non sia più in grado di fornire non solo modelli educativi generali, ma anche che genitori che dicono “io faccio questo perché ho voglia di farlo, ma tu non farlo” non siano visti come dei modelli. E ovviamente, le nuove generazioni i modelli se li vanno a cercare altrove, nella rete.

 Non si rischia però anche di arrivare allo stereotipo contrario, favorendo i pregiudizi negativi su chi ha un aspetto fisico di un certo tipo?

Io a un certo punto sono arrivata a un mite consiglio: io sono io, sono fatta così.

È che ci sono dei momenti della vita che tu vorresti essere più dietro le quinte, e costruire la tua personalità, il tuo sentire, il tuo universo spirituale. Se tu vedi un prete con la tonaca, pensi subito “è un prete”, anche se poi magari ne combina di tutti i colori. Se una ragazza si propone secondo il modello bambola, quanti saranno disposti ad andare oltre, a vedere la persona che c’è dietro? Sarai criticata, fraintesa, presa in maniera non corretta. È un comportamento errato, è vero, ma siamo esseri umani.