In ricordo di Franco e Sergio

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 Dedicato a due “cervetrani” appena scomparsi, un racconto ambientato alla Boccetta.

di Angelo Alfani
 In pochi giorni ci hanno lasciato due cervetrani, Franco Di Giuseppe e Sergio Ilari.
Miei coetanei, nati anche loro alla Boccetta. Morti “giovani”, per quanto ci è dato vivere oggi. Morti senza rompere troppo gli altri, senza grande clamore, ma lasciando grande vuoto.  Due brevi note a ricordare il rapporto che ci legava.

Franco non mancava occasione di ricordare, con consueta enfasi, le fantastiche feste che mia madre organizzava per il mio compleanno. “La cioccolata! E chi la magnava mai de quei tempi” e giù elogi alla generosità della signora Filomena, al suo sorriso, ai tanti pacchi di regali che ricevevo. Molta fantasia in un fondo di verità. Altra cosa che non mancava mai di ricordare era quella legata alle scazzottate, companatico di giornate che non la smettevano mai di finire ben oltre lo sparire della palla arancione oltre i merli: “Sei uno de li pochi che m’ha menato. Eri ‘na polvere”

Di Sergio, di pochi mesi più grande, ricordo la manifesta gioia nel servirmi i suoi insaccati, salsicce e salami da portare al nord. Li sceglieva tra il mazzo, annusandone la consistenza. Lo vedevo ultimamente, già sofferente, leggere con attenzione, al bar degli Elfi , nei piani alti. “Leggo solo quello che scrivi. Me gusta!”. In quel “me gusta!” ci sta il massimo della complicità boccettara.                                                                                      Spero che nel leggere questo articolo, la terra gli sia ancora più leggera.

 Al Largo della Boccetta, non piazza della Boccetta, si penetra, non si entra. Si scende dalla piazza del Comune, buttando i piedi con indolenza sui sampietrini sdrucciolevoli o correndo a scapicollo per via Agyllina, strettoia serciata che costringe gli acquazzoni a precipitare dentro le chiavichette che si aprono agli scoli degli antenati.

Poi, proprio là dove la nera ferita che taglia in due l’impronta di scarpone finisce ed il fiasco si allarga, si è giunti nello spazio denominato Boccetta, racchiuso da merli sbrecciati e consumati, segni dello scorrere del tempo. Altri due passaggi vi accedono, ma sono  secondari non diretti, più vie di fuga, i cui nomi sono di per sé cupi: Ghettaccio ed Arco scuro.

I ritorni, anche dopo brevi assenze, erano annunciati da un “Eccome! So tornato!”, come se lo slargo rappresentasse il ventre materno, ospitale, protettivo ed esclusivo.

Gli spazi vuoti riempiti a limoni e merangoli palle arancioni, gallinari per zabbajoni e  fettuccine, orti: oasi  verdi chiuse da alte mura, infilzate con culacci di bottiglia. La chiesetta di Sant’Antonio ammucchia umani e bestie infiocchettate nella giornata della benedizione, sferzata spesso da gelido vento di tramontana. Un antico granaio in tufo con una imponente scala esterna,stalle e fienili. Due frantoi: serate di novembre con  bruschette fradice d’olive appena spremute strette da mani infreddolite. Grilli immobilizzati dal gelo spiaccicati su pareti scrostate da giovanile violenza.

La mattina la lunga fila alla fontanella era un chiacchiericcio, discussioni sulla giusta dose di alchermes per le pizze pasquali, o sull’uso o meno del prezzemolo per l’abbacchio brodettato. Corte cannucce che gonfiano ricci rendendoli simili ad acuminate palle, cani salassati da zecche d’estate e veloci come lepri d’inverno, topi che vagano inseguiti da scope e zampate, topi che incutono timore trasformando paure in fantiole. Pizza con gli sfrizzoli, pizza al formaggio, manciate di farina di castagnaccio, pescetti di liquerizia che anneriscono bottigliette d’acqua, cioccolato a squaglio, ciambelle e salame inglese. Pallette, palline, pallucconi che passano di mano, sassetti lanciati e ripresi su sensuali pietre nere, profumo di carburo: barattoli che volano in aria, barattoli che sostengono come trampoli magrissimi calzoni corti. Segni, scritte sui muri, Trieste Italiana a ricordare ferite aperte, spazi elettorali, asfalto gessato per giocare a campana. Fiori di finocchio sparpagliato su vassoi di latta a seccarsi per trasformarsi in polvere dall’intensa fragranza, secchi di more per nere merende, conche di multicolori fiori servatici per onorare le  divinità.

Pizzangrilli che giocano con polpette di terra bagnate a boccate d’acqua, lanciandole contro il grigiore del muro della Cabina accerchiata da corridori a piedi, in bicicletta ed a cavacecio. Insignificante e sgraziato fienile vissuto dai boccettari come impedimento, come ostacolo al respiro ed alla possibilità di spaziare con lo sguardo al mare. La lampadina che lo illuminava  regolarmente rotta dalle mazzafiondate, come se si volesse azzerarlo a tutti i costi. Un copertone di bicicletta penzola costantemente dal braccio ferroso del palo, come cappio, accentuandone la bruttezza. Ragazzini che corrono a bagnarsi dietro al camion che spruzza acqua sull’ asfalto arroventato, prima che diventi vapore; rare lucertole che si scaldano sbucando da tufi spaccati da penetranti radici d’edera. Ragazzini che volano su carrozzine giù per la discesetta di Assunta la cerese.

Capannelli e raduni serali,”mo finisco de riccontatte”, favolose e fragorose bucie, miserie reali, benessere raro e non ostentato. Le tombe vissute come dindaroli per alza’ casa o per rimediare qualche migliaia de lire da giocasse per le feste o facce er braccialetto per la fidanzata o la collanina per la fjarella.

Sedie portate da casa per lo spettacolo in piazza per l’otto de maggio, altre sedie che accerchiano il circo Saltanò, pagato alcune volte anche con merce di scambio. Applausi esagerati, suggerimenti strillati, per Totarello rituale sfidante dell’”uomo più forte dell’Universo”.

Nonostante fosse grande poco più di un nido di cornacchie, un’impronta di scarpone lasciata sopra una crostaccia di rosso tufo fuoriuscita dal Sabatino e poche altre slabbrature esterne, quella Cervetri di fine anni  cinquanta era “divisa” quanto e più della Svizzera.

Le “guerre” dei boccettari contro gli altri “metteveno” insieme, aggregavano: erano fluorescenze necessarie di crescita.

Al di fuori dei confini, non tracciati ma materialmente certi, del Ghettaccio e dell’Arco scuro, le terre di nessuno, o meglio, di conquista: il Manganello, la Necropoli, il Fosso, gli Inferi, il Lavatore, gli Scivoloni erano ambite quanto i mandarini ancora aspri.

Il ferimento di un ragazzino affacciato ai merli della piazzetta, colpito da una micidiale sassata nel corso di uno dei tanti scontri tra bande, con quei sassi piatti lanciati a ventolina, il labbro spappolato che lasciò  inzuppate di rosso le mani e la maglietta, scatenò un putiferio.

Al calar del sole, un’aggressione improvvisa e temeraria alla Boccetta, mai prima tentata, lasciò i boccettari increduli.

Seguirono strusciate sui sampietrini di chiodi da manovale per renderli punte di frecce. Succhioni di olivo furono scelti e scaldati per essere portatrici di così micidiali frecce. Archi di bambù, ricavati da ombrelloni,  lo strumento per scagliarle.

Si decise per una battaglia definitiva da tenersi sopra la collina di tufo dietro la chiesa di San Rocco. A decine si presentarono, guidati da scolari delle elementari  già in età da servizio militare. La prima gragnola di  tufi e sampietrini, lanciata dal terrapieno del Granarone, fece indietreggiare il  gruppo avverso che, superato l’attimo di indecisione, rispose con fiondate e frecciate.

Un urlo materializzò la gravità di quanto accaduto. La micidiale freccia si era piantata nel polpaccio di Fausto, un  boccettaro mezzo biondo. Un fuggi fuggi generale lasciò sul campo frecce, sassi e mazzafionde.

La gioventù viveva nel presente, senza il peso  del passato e quindi non si prospettava un futuro dissimile da quanto gli appariva il presente stesso. Così  scorreva il tempo. Oggi la Boccetta è uno stipato parcheggio di macchine,le strade del paese sono una giostra di macchine,tutti i fianchi delle vie,tutti gli spazi occupabili sono serpenti di acciaio.

Il Cardinale Tisserant, pastore di anime etrusche e padre severo, aveva la convinzione che i problemi sorgono quando vengono meno le semplici certezze .

Si racconta che, durante il suo ritiro nel convento di Albano in attesa della morte liberatrice, anni dopo quegli avvenimenti, Donluiggi gli abbia fatto visita. L’arciprete, che inutilmente cercava di asciugarsi il sudore misto alle lacrime che gli colava giù per il gargarozzo, con amarezza confessò al cardinale lo sfascio materiale e morale della sua comunità. L’abisso in cui era precipitata Cerveteri,in cui fratelli accoltellavano fratelli, autentici figli di puttana costringevano con sevizie vecchi imbavagliati a consegnare la “robba”. Cercava spiegazioni e conforto l’anziano parroco. “Aux hommes de foi que Dieu est venu pour leurs faire payer ses propres mefaits” fu la risposta del Lionese, traduzione colta della frase del Biondo: “E’ il Padreterno che è venuto a riscote!”.