Femminicidio, il pensiero di Antonella Feligetti

0
258
psicologa

Intervista alla psicologa Antonella Feligetti, sul tema del Femminicidio. 

psicologa
Antonella Feligetti Psicoterapeuta dal 1980, Grafologa, Perito Grafo-giudiziario dal 2016.
Parliamo di femminicidio, un fenomeno che non rallenta, quale è il meccanismo che alimenta questo crimine?  
Da anni l’ondata di violenza perpetrata per lo più all’interno delle mura domestiche e verso le persone più indifese come le donne si propaga a macchia d’olio senza arrestarsi né subire rallentamenti o inversioni di tendenza. Che le donne siano più indifese purtroppo non è dato dalla loro costituzione fisica (conosco donne-guerriere dal fisico forte e prestante) bensì purtroppo dalla loro posizione sociale legata alla procreazione. Ancora oggi le donne sono pagate almeno un terzo di meno dei loro colleghi maschi, spesso addirittura non hanno lavoro e se decidono di avere dei figli uno dei possibili effetti è quello di essere licenziate. Alle giovani donne non ancora madri viene richiesto, in sede di assunzione, quando hanno intenzione di mettere al mondo dei figli e spesso la loro risposta determina o meno la possibilità di avere un lavoro. I figli sono a tutt’oggi a totale carico delle madri, anche se molti padri aiutano e si comportano in modo collaborativo. La condizione di principale responsabile della crescita dei propri figli rende le donne spesso più vulnerabili. Almeno in Italia. A Berlino come in gran parte del Nord Europa ad esempio le giovani coppie mettono al mondo più figli perché il loro accudimento è reso più semplice, sia peri padri che per le madri.
Le donne in Italia spesso accettano relazioni sbagliate, completamente prive di amore, pur di non mettere a repentaglio lo sviluppo dei figli. Senza un lavoro e senza aiuti sociali che permettano loro di far crescere i figli in modo dignitoso spesso le donne tacciono sui maltrattamenti di cui vengono fatte quotidianamente oggetto. Donne che hanno paura di parlare perché sanno che il primo effetto potrebbe essere quello di vedersi allontanare i figli. Donne che svolgono una vita apparentemente normale e poi piangono da sole, alla disperata ricerca di comprensione ed aiuto.
Mi chiedo e le chiedo, che cosa si può fare, per uscire fuori da tutto questo? Paradossalmente quello che io faccio quando una donna mi chiede questo tipo di aiuto è di invitarla ad uscire dalla posizione di “vittima”. Enfatizzare infatti gli aspetti di debolezza non serve a nulla. Piuttosto rafforzo la loro autostima perché trovino la forza di reagire uscendo dal tunnel in cui si sono infilate. Spesso si tratta di rendersi conto che non sono sole e che possono rivolgersi a parenti ed amici per essere aiutate ad uscire dalla dipendenza malata che le rende vittime di soprusi. In genere infatti le donne maltrattate si chiudono in sé stesse perché sviluppano anche una certa vergogna per quello che accade loro. In parte come se si sentissero responsabili. Inoltre le aiuto a cercarsi un lavoro e a reagire in modo autonomo. Basta lamentarsi, usciamo dal tunnel. Questo il nostro motto per buona parte del nostro percorso terapeutico. Inoltre individuiamo insieme le modalità istigatorie eventualmente messe in atto proprio dalle donne, per interromperle. Istigare persone violente può rivelarsi molto pericoloso! In poche parole faccio assumere alle donne un atteggiamento consapevole della posizione in cui si trovano perché utilizzino tutti i mezzi per uscire dalla loro condizione di sofferenza.
Quindi Lei cerca di rendere le donne più forti interiormente, per avere la forza di ribellarsi ad una situazione pesante?
Si, ritengo la consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie possibilità il modo più efficace per reagire a violenze psicologiche e fisiche. Piuttosto che deprimersi senza mettere in atto alcuna strategia difensiva aiuto le donne ad individuare i propri punti di forza e ad uscire dalla situazione problematica.
Con il lockdown ha accentuato la violenza di genere?
Purtroppo si. Lo stare chiusi in casa ha impedito a molte donne di farsi aiutare, oltre ad aver interrotto molte relazioni sociali sulle quali eventualmente poter contare.
Che cosa vede nel futuro in merito a questo problema e quale secondo Lei si possono trovare vie di uscita a situazione di questo tipo?
Purtroppo i segnali che vedo non mi fanno ben sperare neanche per le giovani donne. Viviamo in una società in cui ogni segno di delicatezza viene scambiato per debolezza e come un invito alla sopraffazione. E’ di questi giorni il video di quel ragazzino che dà un potente calcio ad un gattino, solo per il gusto di esercitare violenza su un esserino indifeso. A mio parere dovrebbero essere attivata una formazione continua per donne ed uomini sui temi quali: la cooperazione, la solidarietà, la gentilezza. Occorre una nuova cultura delle relazioni umane che metta al primo posto la gentilezza.
Anna Maria Ballarati