TUTTO SU DE SICA

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UN FUGACE SGUARDO, UN OCCHIO “INDISCRETO” SULLE ORIGINI E SOPRATTUTTO SUL CINEMA DI VITTORIO DE SICA A 45 ANNI DALLA SUA MORTE

di Michele Castiello

Vittorio de Sica
La Bibbia insegna ad amare i nemici come gli amici, probabilmente perché sono gli stessi“.
(De Sica dixit)

Si è discusso tanto sulle origini di Vittorio De Sica, e dove esattamente egli nacque, soprattutto da parte di gente comune ed anche di qualche giornalista (non studioso di cinema); e sappiamo anche l’indignazione da parte dell’interessato riguardante l’aver “nascosto” le sue origini natali. Sciocchezze in libertà… Noi sgombriamo subito il campo da questo futile ed inconsistente equivoco. Diciamo che le sue origine sono molteplici: calabre – sarde- romane – napoletane. Anche se, alla fine, da una parte dicono sia napoletano e dall’altra ciociaro. E’ facile abusare del nome di De Sica malgrado il suo nome negli anni sia stato discretamente usato e non abusato a Sora, suo paese natale, dove è giusto onorare un illustre personaggio con una targa, una piazza a lui intitolata, un auditorium, una cineteca, dove stati esposti e proiettati i suoi capolavori. E comunque, a parte la petite querelle, ecco le sue origini. Vittorio De Sica è nato a Sora il 07 luglio del 1901 e morto in Neuilly-sur-Seine, (Francia) – 13 novembre 1974. Nacque nel piccolo centro ciociaro quasi Risultati immagini per vittorio de sica giovaneper caso, infatti i suoi genitori si trasferirono quando sua madre era all’ottavo mese di gravidanza, un mese o due di differenza e Vittorio De Sica sarebbe nato a Reggio Calabria e forse ci saremmo risparmiati tante inutili e sterili polemiche sul fatto che non avrebbe mai detto di essere nato a Sora. Suo padre Umberto a sua volta, benché di origini napoletane, era nato in Sardegna, a Cagliari e sua madre Teresa era invece romana. A Sora c’è rimasto così poco tempo che la sua vera giovinezza l’ha vissuta totalmente a Napoli, ma anche se viveva in via cittadella, in quegli anni il piccolo centro non era in provincia di Frosinone e non era nemmeno nel Lazio, bensì faceva parte della Campania la cosiddetta Terra del Lavoro.
Chiarito e sgombrato il campo dall’origine nativa, vado oltre dicendo che i motivi e le sollecitazioni di questo articolo a lui dedicato, sono altre. Discutere delle cosiddette origini lascia il tempo che trova (non hanno alcuna influenza), viceversa mettere alcuni punti sulla sua arte cinematografica, è quello che a noi più interessa. Perciò eccoci qua a scrivere il nostro modesto contributo critico e lo facciamo quest’anno (in anticipo di qualche mese) nel 45mo anniversario della sua morte. L’Ortica, attraverso il sottoscritto, estensore del presente articolo, intende fare il punto su questo grande maestro della Settima arte.
Dirò – tra le altre cose- come De Sica fu l’uomo che “inventò”, ad esempio, l’Oscar per il miglior film straniero, l’uomo della realtà in tutte le sue forme, come dire l’uomo di “Ieri, oggi e domani” (per parafrasare il titolo di un suo famoso film). L’artista che “obbligò” gli americani dell’Academy a creare un Oscar per il Miglior film straniero.
Ecco, appunto, si potrebbe dire, in effetti (e sarebbe più corretto) sostenere che Vittorio De Sica è stato l’uomo per il quale è stato inventato l’Oscar al miglior film straniero. Fu proprio per premiare Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1947) che l’Academy Award istituì dapprima quello che venne definito come “Oscar onorario”e che poi è diventato permanentemente il premio più ambito per la cinematografia extra- hollywoodiana, tornando di nuovo ad esaltare le qualità di De Sica nel 1960 col riconoscimentoRisultati immagini per loren de sica oscar

all’interpretazione di Sophia Loren ne La Ciociara (dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia). Diciamo la verità – e lo diciamo timidamente, sommessamente e senza clamore- non è il suo miglior film. Sappiamo quali sono i suoi capolavori neorealisti che lo resero famoso nel mondo. Anche se nel film (La Ciociara) come protagonista c’è una bravissima Sofia Loren e un convincente J. P. Belmondo. Dei film a colori che vennero dopo non parliamo, eccetto I Giardini dei Finzi Contini.
De Sica regista? attore? sicuramente meglio il primo
Le avventure, diciamo così libertine del maresciallo Carotenuto di “Pane, amore e fantasia”,non eccelso film di Luigi Comencini,1953, che vede De Sica di fronte e non dietro alla macchina da presa,o lo spiantato Conte Max (Mario Camerini,1957),o, ancora, il pomposo sindaco de Il vigile (Luigi Zampa,1960, entrambi in coppia con A. Sordi incontriamo, in altre parole, il De Sica farsesco, arguto, ironico forse più amato dal pubblico e non solo, a tal punto da saldarsi nell’immaginario collettivo che induce affermare a Indro Montanelli, intervistato a proposito della trasposizione cinematografica del suo Il generale Della Rovere(1959),quanto segue.
Ecco, a proposito di questo film cui l’attore/regista interpreta il ruolo del protagonista, Bertoni. Montanelli tuona: “Il film tradì completamente la figura di Della Rovere. Roberto Rossellini sbagliò, intanto, l’interprete: Vittorio De Sica. Io lo capii subito e lo dissi: De Sica, finché faceva il mariuolo e il frequentatore di bordelli, andava benissimo”. Ma non poteva fare il generale. Non era adatto”(1).
Ebbene alla luce (anche) delle parole di Montanelli (che non diamo molto peso: già come si espresse e con disprezzo sui ruoli di De Sica) a noi piace quest’anno ricordare soprattutto il regista (e meno l’attore ) in cui ricorrono i quarantacinque anni dalla sua scomparsa, attraverso qualche piccolo- grande aneddoto (e non solo) che hanno segnato una carriera per la quale nessuna definizione, nemmeno la più iperbolica, basterebbe. Lui rifiutò “sgarbatamente” di dirigere il film Don Camillo (*) tratto da Guareschi: De Sica se lo poteva permettere, poichè il cinema e gli autori d’allora non erano quelli d’oggi ovviamente…
Si è maestri anche attraverso il comportamento etico che si sfodera nel momento giusto, nella situazione adatta e non si capitola nemmeno di fronte allo strapotere e ai ricatti dei produttori. Ecco l’episodio che serve a comprendere la stazza e la statura di questo grande maestro del cinema. L’episodio risale al 1947 quando G. Guareschi cedette i diritti alla Rizzoli del suo “famoso” Don Camillo per farne una riduzione cinematografica. Anzi Angelo Rizzoli, patron dell’editoria e del cinema, interpello prima Frank Capra e poi Mario Camerini. Tra i candidati, infine, anche il regista ciociaro che, tuttavia, declinò fermamente, quasi sprezzante, scrivendo perfino una lettera a “L’Unità” al riguardo. Qualche anno più tardi

spiegherà, sinceramente,le ragioni del rifiuto: “Umberto D. fu prodotto da Angelo Rizzoli. Per la verità Rizzoli non ne voleva proprio sapere. Per un anno mi aveva offerto insistentemente la regia di Don Camillo, dicendo: “Guarda Vittorio, fammi prima Don Camillo e poi ti faccio fare Umberto D.” Mi offriva cento milioni per Don Camillo. Sa Dio quanto mi costasse rifiutarli. Replicai: “Concediti il lusso di fare Umberto D., così come da editore ti concedi di stampare un classico”. La spuntai” (2)

Vittorio De Sica e Il Realismo poetico – Il capolavoro del ’52 – Il tandem con Cesare Zavattini
Come già accennato nel mio secondo articolo scritto per questo settimanale qualche mese fa (parlando appunto del suo capolavoro Umberto D. alla luce della esegesi estetico- filosofica di Gilles Deleuze) lo stesso De Sica ebbe a dire: “Fu un’opera difficile e forse un poco ingrata”. Ma noi affermiamo che fu molto, molto amata da lui che la difese senza sconti da censure e polemiche e da chi aveva e la sensibilità e il senso etico- morale per capire un’opera così alta.
La più celebre quella costruita da Giulio Andreotti che accusò il film, in una lettera aperta, di…ledere l’immagine del Paese…mettendo in piazza…. “i panni sporchi degli italiani…” attraverso l’amara parabola di un vecchio pensionato che cerca e non riesce a sopravvivere con le magre 18.000 lire al mese della propria pensione statale. Ebbene, al di là degli episodi agiografici (veri o supposti tali) narrati dai giornalisti che dovrebbero fare in “altro modo” e seriamente il proprio mestiere,non essere servili, nè… “Gazzettieri paralitici su sedie a rotelle..”.(**) proni, obbedienti all’editore e al potere di turno. Cos’altro dire su Umberto D.? Ci sono tante cose ancora da dire…
E’ un film duro e problematico, commovente e discreto così ebbe a dire il regista che di fatto stona negli anni del boom economico.
E noi diciamo che è un film triste, un’opera complessa, un film sull’amicizia tra un uomo e un cane in cui, si può notare come l’attrito tra l’incapacità di dare e quella di chiedere, sia ciò che a suo modo di vedere sta all’origine del dramma di Umberto D. Tra l’animale e l’uomo c’è un’umanità non certo malvagia ma normale, media, ovvero anche mediocre, la luce di speranza è rappresentata dalla servetta.
Eppure, cosa c’è di diverso in Umberto D. Ferrari rispetto ai precedenti sciuscià costretti a scontare una pena brutale, o dall’umiliante peregrinazione di un padre in cerca della propria bicicletta rubata, unico mezzo per garantirsi lavoro e sostentamento, piegato dall’indifferenza fino alla spietata decisione di rubarne, a sua volta, una, sotto lo sguardo innocente e già offeso dalla vita del figlio? Lo stesso sguardo candido del piccolo Pricò, il bambino ostaggio del fallimento del matrimonio dei genitori ne I bambini ci guardano (1943) … Cosa c’è, dunque, di diverso? C’è l’avversità dei tempi, c’è la volontà, non solo politica, di screditare la validità e la grandezza artistica di quella stagione culturale italiana del secondo dopoguerra conosciuta come Neorealismo, o Realismo poetico tendenziosamente arruolata dalla sinistra come propria bandiera artistica e, di conseguenza, contrastata e attaccata dopo che le elezioni del 18 aprile 1948 avevano decretato la sconfitta delle forze progressiste e libertarie nella nuova Italia democratica e repubblicana.
Se prima di quella data l’approfondimento psicologico della realtà, “la realtà- come diceva Cesare Zavattini- che rompe tutti gli schemi, respinge tutti i canoni che non sono altro in sostanza che codificazione di limiti” (che di tutti i film succitati fu lo sceneggiatore, l’alter ego letterario di De Sica, formando con questi un tandem di eccezionale spessore); se la realtà, come si diceva, nell’immediato dopoguerra sembrava essere l’unico strumento di redenzione dal passato, già all’inizio degli anni ’50 il vento è cambiato, la società ha voglia di dimenticare e ricominciare a sognare le favole e i miracoli a Milano, come quello di Totò Golisano a cavallo di una scopa.

Risultati immagini per vittorio de sica giovane
Diciamo che sulle altre operazioni fatte da De Sica bisogna essere sinceri e dire quello che davvero si pensa… E visto che io qua sono- non a tutti i costi- “difensore” – non strenuo- ma solo amante di un certo tipo di cinema, non solo dei capolavori, ma di un cinema di qualità; consapevole che il cinema- come settima arte- contempla quella parte di spettacolo connaturato dirò, comunque, che il De Sica del cosiddetto disimpegno degli anni ‘60 post- Ciociara, ci piace poco. Da qui in poi eccetto Il giudizio universale e Il giardino dei Finzi… la tendenza era quella di fare film più commerciali per il grosso pubblico.
Noi pensiamo che lo spettatore mediamente colto, quello normale, va al cinema per “capire”, avere un’idea del mondo, e “interpretare”un poco…- almeno nei ’90 o ‘120 – la realtà che lo circonda. Siamo d’accordo che all’epoca la gente aveva l’esigenza di dimenticare, di iniziare una nuova, diversa vita, di sognare favole, e non arrovellarsi la mente pensando alla guerra e al Dopoguerra, e che urgeva l’esigenza di “distensione”, di abbandono ed anche (un pochino) di “accumulazione”!. Noi, viceversa, sosteniamo che ci si debba sforzare a “ridere” anche di noi, delle nostre miserie, della nostra condizione esistenziale del momento (non solo a cinema) ma, diciamo, bisogna… farlo con… intelligenza e ironia e non portare il nostro cervello ad accettare cose indigeste. Anche se talvolta si va al cinema per vedere la realtà altrui e dimenticare delle tristezze della propria.
Insomma a tutto c’è un limite e, per quanto ci riguarda, noi diciamo che la “prostituzione” artistica, l’espressione estetizzante dell’idea e il successo a tutti i costi trova poco albergo in noi: tuteliamo l’alta, l’autentica espressione artistica nel suo farsi e realizzarsi.
Ebbene…per quanto concerne poi il fruire l’arte e il fatto artistico in generale, siamo – a dire il vero-non molto flessibili. Pertanto, “poco” rispettiamo (e ancor meno tolleriamo) gli eclettismi di una personalità divisa tra impegno e disimpegno, anche se tra la profondità della riflessione sulla realtà e la superficialità dei tavoli da gioco, amiamo-comunque- la grande passione del De Sica uomo, finemente portata anche sullo schermo nell’episodio del sublime I giocatori contenuto ne L’oro di Napoli (1954) di cui firmò anche la regia, perfetta separazione tra temperamento artistico e. “umano” temperamento.
L’amore che noi nutriamo per un certo tipo di cinema lo affidiamo(sempre)e ancor più in questo caso, all’intelligenza e alla sensibilità dei lettori e sosteniamo che, di fronte ai compiaciuti, estetizzanti giudizi, a noi piace condividere ed esaltare l’Umano, solo l’ umano, infinitamente umano attraverso la settima arte e il modo particolare di fare cinema di Vittorio De Sica, quello di cui tutti ricordano il sorriso, quella “faccia sorridente perché ama la vita” come Zavattini descrisse Umberto D. nel soggetto del film.

Nella nostra mente, dunque, resteranno soprattutto i quattro grandi capolavori del primo De Sica: Sciuscià, Ladri di Biciclette, Miracolo a Milano, Umberto D. ed anche I bambini ci guardano (1942-43) e, infine, -come già detto Il Giudizio Universale e un poco I giardini dei Finzi Contini.

Note bibliografiche e. cinematografiche

(*) A Pasolini che girò un episodio tratto da La rabbia, (e qui si sviluppò anche la rabbia dello stesso Pasolini) al quale il produttore gli “contrappose” un episodio di Guareschi (1963). I cinegiornali Mondo Libero di Gastone Ferranti e i materiali reperiti in Cecoslovacchia, Unione Sovietica e Inghilterra diventano, per Pier Paolo Pasolini, la base per dare vita ad un’analisi lirica e polemica dei fenomeni e dei conflitti sociali e politici del mondo moderno, dalla Guerra Fredda al Miracolo economico, con un commento diviso fra una “voce in poesia” (Giorgio Bassani) ed una “voce in prosa” (Renato Guttuso) (a). Mentre Pasolini è al lavoro in moviola, il produttore, forse per scrupoli politici o forse per motivazioni commerciali, decide di trasformare il film in un’opera a quattro mani, affidandone una parte a Giovannino Guareschi, secondo lo schema giornalistico del “visto da destra visto da sinistra”. Pasolini reagì con irritazione a quella coabitazione forzata, ma alla fine accettò e rinunciò alla prima parte del suo film per lasciare spazio all’episodio di Guareschi. Ma Pasolini, in tantissimi casi giustamente “intollerante”, questa volta si addolcì. (b)

(1) Franca Faldini, Goffredo Fofì: L’avventurosa storia del cinema italiano, Vol.1, Feltrinelli, Milano, 1979

(2) Intervista all’autore contenuta in: Indro Montanelli, Il generale Della Rovere, Bur, 2009

(a)….“Perchè la nostra vita è domata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra?”.
“Per rispondere a ciò ho scritto questo film, senza filo cronologico, forse neanche logico… Ma con le
mie ragioni politiche e col mio sentimento poetico”……Pier Paolo Pasolini

 

(b) La rabbia è un film di montaggio, un film – saggio politico, un film poetico. Meglio, un testo in poesia espresso per immagini, con la rabbia in corpo. La rabbia di Pier Paolo Pasolini. Contro il mondo borghese, contro la barbarie, contro l’intolleranza, contro i pregiudizi, la banalità, il perbenismo. Contro il Potere che, già da allora, inveiva contro di lui in modo persecutorio ….” Carlo Di Carlo

(**) C. Bene, in occasione delle “Giornate del Teatro contemporaneo “(Maggio- giugno 1978) che si svolsero al Teatro Argentina, dirette dal Prof. Ferruccio Marotti dell’università di Roma, rivolgendosi ai giornalisti li apostrofò con la frase riportata nell’articolo. In particolare si riferiva al giornalista de Il Messaggero Renzo Tian (citato in altre occasioni) il quale non accettava o, meglio, gli era difficile comprendere il concetto di teatro espresso dal grande salentino.