”Sire accettate la mia umile farsa”
L’allestimento del regista e interprete Vincenzo Ricotta, in scena alla Sala Gassman di Civitavecchia, ci propone una lettura in chiave di vaudeville francese, pur trattandosi di un’opera nata come comédie-ballet.”
Un’interpretazione che guarda alla tradizione comica della Commedia dell’Arte.
Si arriva così alla matura evoluzione di Feydeau, che perfeziona la struttura eliminando quasi del tutto le parti cantate e concentrandosi su ritmi serrati, dialoghi incalzanti, porte che sbattono e scambi di persona.”
Ma qui Ricotta non si ferma, “evolve” ancor più la commedia di Molière. Dunque, non è solo una commedia destinata a una festa di palazzo o di piazza a Versailles, ma una pièce comico-farsesca riadattata per il pubblico moderno.
Su queste basi il regista ha costruito la sua opera, esaltando l’eccesso recitativo in una sorta di atto plebeo e ‘osceno’ (peti, sciacquoni, evacuazioni). L’azione demolisce ciò che resta del teatro seicentesco, riportando alla ribalta il faceto, il brillante e il comico tipici degli Zanni.
Nel dramma della biografia arriva però il momento in cui anche il poeta si consegna alla morte. Se Shakespeare si congeda nella Tempesta, Molière affronta il suo destino direttamente sul palcoscenico. Questo non accade nella mise en scène di Ricotta, che si apre con il celebre monologo.
La scena ruota interamente attorno a un’unica protagonista: una poltrona in velluto (non verde) al centro del palco.
È qui che Argan giace, avvolto in un pigiama di lana, vestaglia, calzettoni e papalina. Con cadenza calabro-sicula, l’attore interpreta appieno lo spirito tardo-feydeauiano, invitando il pubblico a ridere del suo personaggio.
L’atto teatrale arriva come un’onda.
Tutto è ritmo nell’ampio odèion moderno: il movimento ruota intorno ad Argan e alle sue malattie immaginarie.
Sul lato destro del boccascena, quasi un ulteriore personaggio, spicca un carrello ricolmo di medicinali a simboleggiare la “medicina dei medici”.
Da qui prende vita una brillante girandola di personaggi.
Troviamo la saggia e ironica Toinette (Antonella Perondi). Si distinguono poi la falsa e voluttuosa Belina (Albertina Cotunno) e la devota Angelica (Giulia Precettiqui anche aiuto-regista) in un appariscente abito scarlatto. Completano il cast Martina Lucidi (Luisella) e Matteo Verticelli (Cleante). Infine, Andrea Piccolo è eccellente nel doppio ruolo (Prof. Fecis e Tommaso Cagherai) per le sue pose ingessate. Dalla verve clownerie, futurista e decadente, spicca la doppia performance di Fabrizio Fati (Prof. Cagherai e Notaio Bonafede), ammiccante nell’abito a sacco; vi è poi Beraldo, il fratello (Sergio Fulvio), in chemise casual, sicuro delle sue certezze sui medici e le loro falsità.
Resta il dubbio se sia Argan, alla fine, ad accettare la sua condizione di malato immaginario. Il regista propone la sua legittima interpretazione al pubblico, che l’accoglie tra risa e applausi. Ma cosa pensava davvero Molière prima della rappresentazione del 1673? E cosa pensò e realizzò Chaplin nel finale di Luci della ribalta? Finzione e realtà sul palco.
Tra sacro e profano, la musica unisce antico e moderno: dalle armonie di Lully alle melodie di P. di Capri, dal violino di Corelli alla voce di Aznavour, fino al Te Deum di Charpentier, interrotte dal fragore inaspettato di sciacquoni e flatulenze.
Tutti risero, ma agli adulti resterà un dubbio: l’ipocondria di Argan non è forse di grande attualità, specchio delle ossessioni e delle posture che la nostra società assume per scongiurare la morte?
Molière e l’anti –Molière
Trai personaggi primari di Molière, anche Argan costituisce uno scandolo ed è una figura double. Da un lato, con effetti comici, egli si rifiuta di vivere. Per Molière, infatti, l’esistenza è espressione di vitalità, mentre paradossalmente nel Malade imaginaire il protagonista è paralizzato dalla paura di tutte le malattie che lo abitano. Questa contraddizione suscita ilarità, tuttavia, è “tecnicamente”e strutturalmentecomica.
Eppure, nella sua vigliaccheria e nella tragica furbizia del falso malato, si consuma in Argan una profonda ribellione da eroe; egli è l’autentica e ultima reincarnazione di Sganarello. Se infatti accettasse di vivere da malato, se ascoltasse i suggerimenti di Toinette e del fratello Berardo, diventerebbe di colpo un uomo come tutti gli altri.
Argan, invece, è un estremista solitario. Mai accetterebbe un compromesso.»
Molière stesso lo era, condannato da una malattia incurabile.
Ma non è questa la misteriosa relazione che tiene incollati gli spettatori.
Argan e Molière sono due estremi scomodi ed ingombranti.
Infine è la reticenza di Argan a tradire Molière: è la malattia, non la salute, a produrre la realtà, qualunque essa sia.
di Michele Castiello






























































