LA COMUNICAZIONE PARADOSSALE

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comunicazione paradossale

ansia

 

La comunicazione paradossale si manifesta quando il verbale viene sconfermato dal non verbale. Esempio. La figlia dice alla madre sabato voglio uscire con la mia amica la madre risponde si va bene, esci con la tua amica, ma il tono di voce e l’espressione del viso dicono “ma mi lasci da sola/sono triste/mi abbandoni”. La sensazione della figlia è di confusione.

È importante, dopo questa premessa, ricordare che la comunicazione umana è formata da tre elementi:

1) il verbale, cioè il contenuto di ciò che viene detto,

2) il non verbale, ossia la posizione del corpo, l’espressione del viso, ecc,

3) il paraverbale, cioè il tono della voce, la velocità delle parole, ecc. Dei tre elementi quelli che ha minore importanza è il verbale.

Riprendiamo lo scambio tra madre e figlia di prima. Qualora i tre elementi della risposta della madre fossero stati allineati (ossia se il verbale, paraverbale e il non verbale avessero comunicato la felicità per l’uscita della figlia con l’amica) allora la comunicazione sarebbe stata coerente e la figlia non sentirebbe la sensazione di confusione. La comunicazione paradossale è stata studiata ed identificata originariamente nelle famiglie con una persona che aveva sviluppato la schizofrenia. Quindi questo tipo di comunicazione è patologica, poiché la persona è incastrata in scelte che sa che sono entrambe “sbagliate”. Riprendiamo l’esempio di prima: la ragazza si trova in confusione perchè immagina che se asseconda il suo desiderio (uscire con l’amica) la madre glielo farà pesare, mentre se asseconda il desiderio della madre (rimanere con la madre) ne uscirà insoddisfatta lei stessa.

Noi siamo circondati da messaggi paradossali e una risorsa importante che noi abbiamo è ascoltare le sensazioni che producono in noi certi tipi di comunicazioni o frasi. Facciamo l’esempio di comunicazioni paradossali nella coppia.
Lei dice “mi piacerebbe che prima o poi tu mi facessi una regalo a sorpresa” quando lui arriva col regalo lei risponde “non lo accetto perché te l’ho suggerito io”.
Oppure, racconti di coppie separate: quando il figlio è con il padre, la madre chiama spesso il figlio perché lo vuole sentire e vuole essere tranquilla o perché “mi manca”. Il figlio è sottoposto ad una comunicazione paradossale perché da una parte gli viene dato il permesso di stare con il padre, dall’altra sente la preoccupazione della madre; il risultato è che il figlio non sa cosa fare poiché se instaura un buon rapporto con il padre immagina di tradire la madre, se invece asseconda la madre si allontana dal padre con cui magari sta anche bene.
Altro esempio: a scuola un bambino A reagisce alle provocazioni del bambino B.
A racconta l’accaduto all’insegnante ma viene punito o come B o solo lui (A). Il bambino non sa più se reagire alle prossime provocazioni oppure subirle: in entrambi i casi il risultato è il malessere di A. Solitamente queste comunicazioni tendono non solo a cristallizzarsi ma ad ingigantirsi portando a formare un circolo comunicativo vizioso da cui è difficile uscirne. Sono anche alla base di una relazione violenta, fatta di momenti alterni di denigrazione e di estremo apprezzamento (solitamente qui è la donna che subisce).
Ancora più pericoloso quando è l’adulto di riferimento (genitore o insegnante) che manda questi messaggi ad un minore che non ha gli strumenti adeguati per leggere oltre il verbale e, soprattutto, l’adulto di riferimento è considerato un’autorità.

Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
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