INFINITO GIACOMO

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Recensione teatrale a cura di Mara Fux

Nell’assoluto silenzio di una sala ben conscia della “statura” di chi era per lei sul palco, la vita di Giacomo Leopardi ha preso forma giocosamente, dolcemente, intelligentemente nel meraviglioso racconto che Giuseppe Pambieri ha regalato al pubblico del Teatro Arcobaleno interpretando aneddoti e versi sapientemente amalgamati da Giuseppe Argirò, autore e regista di “Infinito Giacomo”.

Nulla di nulla ai lati, nulla finanche sul fondale. Niente Immagini, niente grafiche, niente ritratti solo la potenza dei versi a disegnar il grido di un poeta ossessionato dall’inceder della vita e dalla propria impossibilità di viverla. L’alternanza dei colori, i coni di luce e studiate ombre hanno fatto il resto confondendo i differenti sentimenti degli spettatori con selezionati brani musicali nel sottofondo. Nell’ascoltar Pambieri, come tutti d’altronde, mi sono ritrovata fanciulletta a ripassar in camera per ore con la memoria quel “Silvia rimembri ancor” che tanto pareva distante ad un’adolescente in erba golosa della vita. Negli occhi socchiusi della signora accanto ho visto scorrere il tempo dell’attesa “del dì di festa” percorrendo i vicoli di chissà quale paese mentre, adagiato comodamente sulla sua poltrona, un cinquantenne con impercettibile movimento delle labbra, accompagnava il volo del passero solitario.

Il coinvolgimento del pubblico presente nel suo silenzio intenso ed avvolgente, è stato totale e Pambieri lo ha avvertito emozionandosi nonostante siano oramai una decina d’anni che la rappresentazione replichi nelle piazze e nei teatri italiani.

“Infinito Giacomo” è uno di quei lavori teatrali che arricchisce lo spettatore sollecitando la memoria di un insegnamento scolastico “obbligatorio” filtrato dalla passione di chi, come Argirò, ha cercato di fare della letteratura la sua cifra, ben comprendendo che la rappresentazione scenica spesso avvicina all’anima quel che la “cattedra” talvolta rende ostile.