DAI FIGLI PER LA PATRIA AI FIGLI PER L’INPS

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figli per l'inps

Il rapporto Istat, Indicatori demografici – Anno 2025, che documenta il continuo calo della
natalità, elevata longevità e crescente ruolo delle migrazioni nella tenuta demografica, è
stata l’ennesima occasione per far ripartire il piagnisteo per la denatalità.
Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente è pari a 58,9 milioni, un numero stabile rispetto all’anno precedente.

Tale stabilità è il risultato di due tendenze opposte: se da una parte la popolazione italiana continua diminuire, dall’altra continua a crescere quella straniera. 5,5 milioni sono gli stranieri residenti con un aumento di circa 188 mila unità rispetto all’anno precedente, mentre gli italiani scendono a poco più di 53 milioni. Tuttavia il punto cruciale è la natalità ai minimi storici: nel 2025 sono nati 355 mila bambini, circa 15 mila in meno rispetto all’anno precedente, con una flessione del 3,9%, secondo un trend negativo che dura da anni.

Il numero medio di figli per donna scende a 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024. I decessi nel 2025 sono 652 mila, sostanzialmente stabili,
ma nettamente superiori alle nascite. Il quadro che emerge è quello di un Paese sempre più
anziano. Circa un quarto della popolazione è costituito dagli over 65 (la generazione
del baby boom), cresce il numero degli ultra ottantacinquenni, mentre si riduce il peso dei
giovani e della popolazione in età attiva.

Tenendo presente che il così detto “inverno demografico” è un problema strutturale che investe tutta l’Europa con un crollo che ha inizio nel 2020 (guarda tu il caso!), l’Italia è tra i paesi con tassi di fertilità più bassi con un crollo iniziato nel 2008 (e guarda tu ancora il caso) mentre la Francia è storicamente il paese UE con il più alto tasso di fertilità (circa 1,8 figli per donna).

In generale i paesi dell’Europa orientale e centrale tendono ad avere tassi di fertilità leggermente superiori rispetto a quelli del Sud Europa, sebbene la tendenza generale sia al calo per tutti. L’Italia inoltre è il Paese con l’età media più alta alla nascita del primo figlio: 31,9 anni. Questi i dati. Dati che indicano un rapporto stretto tra denatalità e politiche volte a deprimere economia, impresa, occupazione stabile e salari e conseguentemente la fiducia dei cittadini verso il proprio futuro, attraverso la fabbrica di una serie di emergenze di varia natura, finanziaria, sanitaria, climatica bellica, i cui costi ricadono sempre sui ceti medio bassi.
A fronte di queste crisi però alcuni paesi tengono meglio di altri rispetto alla natalità. Come mai? Da una parte perché hanno una pressione fiscale decisamente più bassa – come nel caso dell’Irlanda che registra costantemente tassi di fecondità totale superiori alla media europea – ma soprattutto meno precarietà del lavoro, salari più alti, tutele più
strutturate e politiche abitative sociali più forti, tassi di occupazione più elevati e migliori condizioni lavorative (nord e centro Europa), elevato tasso di occupazione femminile nonché forte sostegno alla genitorialità che si snoda su tre direttive:
lunghi congedi retribuiti, asili nido accessibili e politiche di parità di genere.

Nei paesi europei più evoluti, con tasso di occupazione femminile elevato, il congedo
parentale è paritario: si tratta di un modello di tutela che mira a equiparare i diritti e i doveri di madri e padri nell’assistenza ai figli, superando la tradizionale distinzione tra congedo di maternità (più lungo e obbligatorio) e di paternità.

In Svezia sono previsti 480 giorni retribuiti per figlio, utilizzabili fino a 9 anni. Ogni genitore ha diritto a 90 giorni non trasferibili, mentre i restanti sono condivisibili, incentivando i padri a prendere parte attiva alla cura. Ai genitori è consentito trasferire fino a 45 giorni del loro congedo retribuito a parenti o amici.

In Italia? La legge concede alle madri 5 mesi obbligatori e ai neopapà 10 giorni retribuiti al 100%, minimo previsto dalla direttiva Ue. Più uno facoltativo solo per i padri lavoratori
dipendenti, sia pubblici sia privati. Di recente le opposizioni avevano presentato alla
Camera una proposta di legge (prima firmataria la segretaria Pd, Elly Schlein) che prevedeva un congedo obbligatorio di 5 mesi per ciascun genitore con retribuzione al 100% dello stipendio, non trasferibile: i mesi che toccano a un genitore non possono essere ceduti all’altro.
La proposta però è stata bocciata: non ci sarebbero le coperture. Peccato che quando c’è la volontà politica, le coperture si trovano, come per il ponte sullo stretto di Messina, per non parlare dei miliardi buttati in armamenti e nella guerra all’Ucraina.
La ministra per la famiglia Eugenia Roccella per giustificare la bocciatura, furbescamente è ricorsa alla retorica della biologia: “Tra madre e padre c’è una differenza biologica e su questo non c’è parità che tenga: le donne hanno la gravidanza, il parto, l’allattamento, gli uomini no”. La biologia però riguarda gravidanza, parto e allattamento e non giustifica anni di penalizzazioni sul lavoro, stipendi più bassi e carriere bloccate.

Oggi le donne, proprio in quanto madri o potenziali madri, vengono discriminate già ai colloqui, escluse dalle opportunità e spinte ai margini, fino a essere ricondotte a un ruolo di cura non retribuita che limita la loro emancipazione economica e le rende dipendenti dagli uomini. Tutto ciò non è “natura”, ma una scelta culturale e politica precisa che accontenta logiche di potere maschile.

Il congedo paritario serve esattamente a rompere questo schema, ridistribuendo responsabilità in modo equo e non più procrastinabile.
Nei Paesi europei dove il congedo è obbligatorio anche per i padri, le madri non sono meno madri e non sono meno donne di noi: semplicemente non vengono lasciate sole a pagare il prezzo di un figlio per tutta la vita.
Riguardo all’ormai cronico quanto ipocrita lamento sulla “denatalità” e ai numerosi report che puntano l’attenzione esclusivamente sui tassi di fertilità femminile (come se la donna procreasse per partenogenesi), come ha messo in rilievo la filosofa Adriana Cavarero, esso appare animato da una logica implicitamente colpevolizzante nei confronti delle donne che non vogliono “sacrificarsi” gratis et amoris come le loro nonne e, al contempo, economicistica quasi come se fare figli, per le donne, fosse non una scelta libera e personale ma un dovere sociale onde garantire la tenuta del sistema pensionistico.

Dai figli per la patria siamo passati ai figli per l’Inps ma la cultura è la stessa, quella patriarcale che vorrebbe ancora usare le donne come corpi di servizio riproduttivo e di cura in nome di un presunto bene collettivo.

Miriam Alborghetti