Francesco Montanari: dal Libanese a Godot

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Il pubblico ancora lo ama per il ruolo di capo della Banda della Magliana in Romanzo criminale, ma Francesco Montanari è attore duttile, capace di passare disinvoltamente dal drammatico al comico, fino al teatro impegnato
di Felicia Caggianelli

Francesco Montanari è uno degli attori più duttili e poliedrici del panorama delle arti figurative. Con Romanzo Criminale spicca il volo verso la celebrità. Incarna alla perfezione il personaggio del Libanese, capo della Banda della Magliana, entrando nelle grazie del pubblico che a distanza di otto anni ancora lo ricorda ed esalta per quella interpretazione. Una carriera che parte da lontano. Ben presto si avvicina al cinema e al teatro dove porta in scena testi anche impegnativi. Ogni volta che lo incontriamo è come una prima volta. Non sai cosa aspettarti. Quello che è certo è che non delude mai. Di rappresentazione in rappresentazione arricchisce l’attore che è in lui con tasselli di un puzzle che regalano allo spettatore chiavi d’accesso per avvicinarli alla sua vera essenza. E così dal comico al drammatico approda al surrealismo di Bechett con la spasmodica ricerca dell’uomo di quella occasione che cambierà il corso della propria vita. In un andirivieni di dialoghi incalzanti Francesco Montanari trova la sua comfortable zone anche accostandosi al teatro dell’assurdo e controlla la scena con performance convincenti. Lo spettacolo Aspettando Godot per ora è nato come esperimento di sostegno ed inaugurazione al nuovo spazio dedicato alle arti rappresentative ovvero il teatro Diamante, rilevato da longobardi il direttore della Sala Umberto e Brancaccio. È uno spettacolo intenso e al tempo stesso emotivo e ha riscontrato il parere positivo di pubblico e critica. Piace, ma si sa ancora se alle sei date in programmazione se ne aggiungeranno delle altre. A questa domanda lo stesso Montanari ha risposto: per adesso non posso dire nulla, aspettiamo Godot.

Aspettando Godot è una metafora della vita. Spesso si vive aspettando un cambiamento esistenziale che non arriverà mai.  Quanto è attuale nel 2017 il capolavoro di Samuel Beckett?

“È  molto attuale. Beckett è stato un pioniere come tutti i grandi drammaturghi. Lui ha visto quello che  poteva succedere ed è successo. Una vita in attesa verso la felicità. Godot l’hanno chiamato Dio, società, felicità, politica. Per quanto mi riguarda credo che Godot  sia il procrastinare la presa di responsabilità della propria vita. Amleto diceva:essere o non essere. Oggi  è più un voglio essere… ma come si fa? Una difficoltà data dal fatto di non avere più delle regole effettive di gioco. Si distruggere senza sapere cosa e come ricostruire. E questo caos fa sì che siamo in balia del nonsense. Credo che a livello storico sia sempre accaduto un meccanismo del genere dove il giovane tende a distruggere i vecchi archetipi che esistono fermo restando poi di accorgersi che gli archetipi sono quelli. Nessuno ci ha mai insegnato come si rinasce”.

Qual è la sfida di questa messa in scena di Filippo Gigli?

“Quando ci ha contattato Gigli ci ha detto: io voglio fare una messa in scena realistica di un testo surrealista. Non siamo clown, siamo persone viventi e credibili e ci siamo accorti, sera dopo sera, di  quanto sia un testo realista. I protagonisti per procrastinare questa attesa, visto che sono ben 50 anni che si ritrovano in un determinato posto per aspettare Godot, una volta che hanno finito tutte le chance di attesa l’unica cosa che gli resta da fare per non morire cerebralmente è sviluppare il linguaggio. Ed ecco che iniziano a farsi domande, a darsi risposte, si contraddicono, si danno torto e subito dopo ragione. Un meccanismo di autodifesa prima che questa attesa si  trasformarsi in una inquietudine di fondo. A Gigli va anche il merito di aver saputo far crescere in noi il seme del dubbio ovvero chissà se i protagonisti vogliono veramente che arrivi Godot…Perché c’è anche questo da evidenziare. Quando arriverà il momento saranno pronti a cambiare qualcosa? Ad evolversi. Non avranno più scuse  per non attivarsi. Fermo restando che questa scelta non sarà possibile perché Godot… non arriverà.

 

Scorrendo la carriera di Francesco Montanari si scopre come a teatro ti sia confrontato con testi anche impegnativi, al cinema hai vestito diversi ruoli la tv ti ha regalato la fama.  Qual’è   il tuo vero amore artistico?

Amo tutti e tre i linguaggi. Il teatro mi attira perché posso fare ruoli che mi affascinano e dove tento di crescere artisticamente. È una palestra che tutte le sere ti permettere di  nascere  e morire. La serie tv è interessantissima perché hai talmente tanto tempo a disposizione che puoi fare un lavoro d’interpretazione infinito, un po’ come il teatro perché più rappresenti lo spettacolo più riesci ad andare a fondo nella cosa. Il cinema è bellissimo perché c’è un discorso d’immagine. Perché dietro la macchina da presa c’è un maestro che ti guida e che con grande maestria riesce a far entrare la macchina da presa nella vita di una persona che non deve avere minimamente la sensazione che c’è arte fazione. Tutto questo per me è interessantissimo. Amo il teatro perché vieni pagato per conoscere te stesso e questo è un vero lusso”.

Molti tuoi colleghi della fortunata serie Romanzo criminale hanno detto che vorrebbero affrancarsi dai personaggi della fiction per i quali vengono riconosciuti dal pubblico. Francesco Montanari si è tolto l’ombra del libanese o ci convive sereno?

“L’uomo è un animale pieno di pregiudizi. All’epoca della fiction, nessuno di era conosciuto. Siamo usciti con un prodotto così eccelso, così popolare che è stata anche la forza della serie perché nessuno conosceva Francesco Montanari ma grazie alla serie tv hanno iniziato ad associare al mio nome il personaggio del Libanese, e questo è un grandissimo vantaggio per lo spettatore. Tuttavia sono passati nove anni e tutto quello che ho realizzato mi ha permesso di portare in scena il surrealismo di Bechett al teatro Diamante. Sono qui fedele, orgoglioso ed onorato di aver fatto questa serie. Tra l’altro è anche stata la prima serie italiana menzionata nei libri di storia del cinema”.

Ci è capitato di vedere in spiaggia gente con la tua faccia tatuata sulla pelle; che effetto ti fa?

“Li ho visti anch’io. Mi ricordo la prima volta che è successo, ero in un supermercato quando mi si è avvicinato un signore, anche di una certa età, che mi ha detto: aspetta ti faccio vedere una cosa, e si è iniziato a sbottonare i pantaloni. Io imbarazzato ho cercato di fermarlo. Mi ha mostrato il tatuaggio della mia faccia sulla coscia. È stata una situazione spaesante. Chiaramente ero io, o meglio la faccia di un’icona che io avevo interpretato. Però è strano. Da una parte è lusinghiero perché capisci che sei entrato così tanto nella psiche emotiva di una persona che addirittura quella interpretazione gli ha lasciato qualcosa per cui si deve tatuare quasi come fosse un figlio. Dall’altra mi spaventa un po’. Dietro quel tatuaggio credo tuttavia ci sia un amore onesto altrimenti non  avresti fatto una cosa del genere. Credo che, in un modo o nell’altro, voglia dire che l’attore ha fatto bene il proprio lavoro ed è riuscito a comunicare emozioni. Dopotutto gli attori sono dei comunicatori”.

Sul palco in questo periodo sei insieme a Giorgio Colangeli. Come è lavorare con uno degli attori italiani più duttili in assoluto?

“Io ho conosciuto Giorgio  4 anni fa grazie a Alessandro Bardani, grande regista autore e  attore nonché mio grande amico. Abbiamo recitato insieme nel cortometraggio Ce l’hai un minuto? Io recitavo nei panni di un arabo che chiedeva informazioni su come raggiungere via Palestrina mentre lui capisce male e da via Nomentana mi spiega il percorso per raggiungere la Palestrina. Successivamente abbiamo recitato insieme nello spettacolo di Bardani e di Capua Il più bel sole della mia vita. C’è un bel feeling, c’è un innamoramento artistico profondo. Io sono onorato di recitare con lui perché ogni sera c’è da imparare. Giorgio poi è una persona veramente eccezionale. Siamo un padre ed un figlio artistico”.

Progetti futuri?

“A breve inizio una serie, ma non posso svelare niente, successivamente sarò impegnato al teatro Parioli con Poker  e poi parto con lo spettacolo teatrale intitolato Lo zio Vania, al fianco di  Vinicio Marchion,i ci incontriamo sull’arena lui dirigerà la regia e interpreterà zio Vania io vestirò i panni di  Astro il coprotagonista”.

Tu hai recitato anche su un testo scritto da Massimo Bonetti che non è mai uscito. Perché?

“Sì, ho fatto l’opera prima di Massimo Bonetti che non è mai uscita dal titolo  La settima onda.

C’ ero io, Alessandro Abel e Daniela Solarino. Si tratta di un film molto emotivo che  tuttavia non è riuscito a trovare un produttore. Le motivazioni so no sempre state felpate ovvero il film è bellissimo ma non  sappiamo in che mercato inserirlo. Bonetti ha scritto una sceneggiatura meravigliosa.. È un bel film che però rientra in quel  sottobosco di bei film che rimangono nel cassetto. Peccato. So che si sta adoperando per fare l’opera seconda vedremo”.

Secondo te qual è lo stato di salute attuale del teatro?

“Penso che siano anni molto importanti. Il botteghino è vuoto sì, però si stanno creando tutta una serie di situazioni in fermento per riuscire a capire il perché di questo stallo. In parte si è capita una cosa, che purtroppo o per fortuna, la qualità che vuol dire semplicemente non autoriale bensì un prodotto dignitoso di comunicazione effettiva che arriva al pubblico, che sia comico o drammatico, paga. È chiaro che si tratta di un processo lento. Soprattutto a Roma il pubblico del teatro è molto pigro quindi, c’è tanto bisogno di opere. Io per esperienza posso dire che lo spettacolo che ho fatto con Colangeli per tre anni di seguito ha avuto un successo stellare. Anche Americani lo spettacolo andato in scena all’Eliseo  con Sergio Rubini è andato bene, Aspettando Gogot è un caso a parte in quanto sono solo sei date poi chissà se avrà vita. Credo che da qui a tre anni ci sarà una ripresa, anche perché altrimenti si chiude tutto non solo lo spazio del teatro Diamante ma anche gli altri teatri e stessa sorte avrà il cinema. Quindi la situazione si sta necessariamente evolvendo”.