27 GENNAIO, GIORNATA DELLA MEMORIA

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Shoah

Si è parlato, scritto e rappresentato storie di morte, di amori, di coraggio e di ribellione, come riportato nel famoso libro “Auschwitz. Ero il numero 220543 ”, di Denis Avey.

di Flavia De Michetti

Giornata della Memoria. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisce il 27 Gennaio come data per commemorare le vittime della Shoah. Conosciuta come “Giornata della Memoria” proprio per fare in modo che non si ripetano gli orrori del passato, ricordando i terribili avvenimenti che hanno segnato questo oscuro periodo storico.

Nell’anno 1945 di questo stesso giorno le truppe sovietiche entrano ad Auschwitz rivelando il campo di concentramento e sterminio e liberandone i pochi superstiti. E’ proprio la scoperta di questo campo a portare a galla tutte le atrocità di quella realtà tramite i racconti di coloro che erano sopravvissuti allo spietato genocidio nazifascista. Al loro arrivo, ciò che colpisce le truppe, che precedentemente hanno già liberato i campi di Chelmno e Belzec, è proprio la caratteristica principale che riguarda la natura dei lager: si tratta di  veri e propri campi di sterminio. Parlando di Auschwitz, oggi conosciuto con diversi appellativi, il più comune è “il campo nazista della morte”. 

Si apre un mondo sugli strumenti utilizzati per torturare e uccidere l’essere umano; i deportati vengono gasati, ridotti alla fame e costretti a lavorare sotto qualunque sorta di intemperie atmosferiche, protetti da stracci di fortuna, scarpe spaiate e neanche dello stesso numero. Ebrei, ma non solo, sono i prigionieri che abitano questo Inferno. Nessuna regola da seguire per riuscire ad assicurarsi la sopravvivenza, solo paura e incertezza riguardo al mantenersi in vita anche solo per le prossime due ore o perire: di fame, stenti, percosse, malattie, infezioni. Ridotti a non essere più uomini, donne e bambini, ma solo numeri, tatuati sul loro avambraccio ( dettaglio che dovevano imparare a memoria e in tedesco, per essere in grado di ripeterlo e di riconoscerlo al momento degli appelli ).

Si è creato un mondo riguardo questo buio momento della storia dell’essere umano,  troviamo libri, film, storie di ogni tipo: da “Il diario di Anna Frank”, pubblicato grazie a suo padre, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia, alla splendida storia di Masha Rolnikaite, “Devo raccontare”, fino ad arrivate a libri inchieste, irrinunciabile “La banalità del male”, di Hannah Arendt ( brillante filosofa tedesca, che a causa delle persecuzioni contro gli ebrei, dal 1941 ha insegnato nelle più prestigiose università degli Stati Uniti ), un’inchiesta sull’indimenticabile processo ad Otto Adolf Eichmann, presumibilmente il braccio destro di Adolf Hitler, che, una volta catturato a Buenos Aires, in Israele si trovò a dover rispondere di ben quindici imputazioni per crimini contro il popolo ebraico, contro l’umanità e di guerra sotto il regime nazista, in particolare nel periodo che riguarda la Seconda Guerra Mondiale.

27 GENNAIO, GIORNATA DELLA MEMORIA

Shoah. Si è parlato, scritto e rappresentato storie di morte, di amori, di coraggio e di ribellione, come riportato nel famoso libro “Auschwitz. Ero il numero 220543 ”, di Denis Avey, prigioniero di guerra, deportato in Polonia nel campo di Monovitz (accanto al campo di Birkenau), in cui incontra il prigioniero ebreo Ernst Lobethal con il quale nacque un’importante amicizia, di cui quest’ultimo, sopravvissuto, più volte parlerà.

Toccante e incisiva è la storia intorno alla scritta crudelmente canzonatoria per coloro che mai più avrebbero rivisto la libertà, ma in perfetta linea con il modus operandi nazista, all’ingresso della fabbrica della morte di Auschwitz, “ ARBEIT MACHT FREI”, “Il lavoro rende liberi”. Sovrasta l’ingresso del lager quasi come un ghigno bestiale.

1940, Auschwitz (Polonia): un militare tedesco di nome Kurt Müller, fa eseguire l’ordine di realizzare una targa in ferro battuto all’ingresso del campo, ideata da lui stesso, con la scritta  Arbeit macht frei”, una frase ripresa e modificata da un passo del Vangelo secondo Giovanni,“ Wahrheit macht frei”, “ la verità rende liberi”. Primo Levi ne “ La tregua” (1963) scrisse : “le tre parole della derisione sulla porta della schiavitù”.

Jan Liwacz, precedentemente fabbro e ora prigioniero dissidente politico polacco non ebreo (numero 1010), viene incaricato della realizzazione dell’opera in questione. Al momento di dover saldare la B di Arbeit, compie un atto di ribellione: ribalta le pance della B, in modo tale che la pancia piccola si trovi sotto quella grande e non il contrario, come la grafica insegna. Una goccia in un oceano, una forma di ribellione quasi silente, eppure nel suo piccolo assume una forza importantissima: l’uomo innocente che si ribella e non rinuncia alla propria dignità che con ferocia provano a strappargli. Di questo gesto, che urla libertà e dignità, i nazisti non si accorgono mai.

Il giorno 27 Gennaio 1945, la Liberazione, le truppe sovietiche caricarono la scritta su un treno che si dirigeva verso Est, ma un ex prigioniero, comprendendo l’importanza storica e simbolica di quella scritta, la scambia con un soldato per una bottiglia di vodka. Verrà donata, in seguito, al Museo di Auschwitz.

Non esiste maniera migliore di ricordare, se non citando l’incipit dell’opera “Se questo è un uomo”, di Primo Levi, pubblicata per la prima volta nel 1947. Shoah.

“ Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case; voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo di pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d’inverno.   

Meditate che questo è stato […] ”

27 gennaio 2020