Evitare di fingere di non vedere, di aprire gli occhi su ciò che avviene
di Antonio Calicchio
Sotto l’ombrellone, sull’arenile, contrastando la canicola agostana, propongo la lettura del romanzo del premio Nobel José Saramago, Cecità, del 1995, il quale prende l’abbrivio con un uomo che, fermo al semaforo, diviene improvvisamente cieco; si tratta di una cecità non oscura, bensì “bianca”, come mare di latte che avvolge lo sguardo. Una epidemia investe la città, produce una quarantena, conduce a rinchiudere in un ex manicomio i primi affetti dal morbo.

Ma qua dentro la convivenza degenera ben presto in violenza, sporcizia e sopraffazione. Un gruppo di “ciechi malvagi” assume il controllo delle poche razioni di cibo, arrivando ad esigere oggetti di valore e prestazioni di ogni genere.
In un simile contesto infernale, l’unica a mantenere la vista è la moglie del medico che finge di essere cieca per seguire il marito: sarà lei a guidare un piccolo gruppo di sopravvissuti mediante l’orrore, divenendo testimone di rari atti di solidarietà.
Tutta la narrazione rappresenta una allegoria della nostra società, attinta dal vero morbo più che della cecità fisica, di quella morale e spirituale.
L’autore suggerisce che siamo “ciechi che vedono, ma non guardano”, incapaci di individuare l’umanità dell’altro. Il libro risulta come un urlo profetico di allarme in ordine alla vulnerabilità della nostra civiltà. Privata del senso della vista, cioè della tangibile visione delle cose, oltre che delle norme civili, tende ad involvere allo “stato di natura” hobbesiano, in cui prevale la legge del più forte. Nello stile espressivo di Saramago, i personaggi non hanno nomi propri – il medico, sua moglie, la ragazza con gli occhiali scuri – né la città appare identificata.
Ciascuno può riconoscersi in essi. Come non cogliere l’attualità di tale provocazione, rimasta, di fatto, lettera morta? Come non accostarla ad un racconto assai più risalente e paradigmatico, della prima parte del Vangelo di Giovanni, il c.d. “libro dei segni”? La storia del cieco nato, guarito da Cristo (Gv 9, 1-41) che costituisce un aneddoto simbolico. Esistono, quindi, svariate cecità, ad avviso di Giovanni: quella fisica, quella spirituale, di colui che non vede o non vuole vedere la realtà ovvero si arresta ad essa senza andare oltre.
Il discorso per l’autore del IV vangelo si mostra indissociabile: vale tanto per il rapporto con Cristo, quanto per noi stessi e per le relazioni con le cose e le persone.
La fragilità del mondo e della vita, mai quanto in questa curva della storia umana, implica uno sforzo convinto: evitare di fingere di non vedere, di aprire gli occhi su ciò che si sta verificando.
Non solo nell’amara allegoria di Saramago, ma anche nell’esposizione giovannea la questione di fondo consiste nella possibilità di un vedere autentico che si sostanzia nel riconoscimento di chi è l’uomo, di cosa può compiere, di cosa le Scritture possono trasmettere alla umanità debole, apatica e, talvolta, supponente.
Dal libro di Saramago residua una affermazione che riferisce della sfida dell’essere cristiano oggi: “Cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza!”. Per noi, non può essere così!





































































