“Noi, gli uomini di Falcone” oggi alle 17 nella sala consiliare di Cerveteri

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Oggi è in programma la presentazione del libro “Noi, gli uomini di Falcone”  alle ore 17.00 presso l’Aula Consiliare del Granarone a Cerveteri. In occasione dell’evento, pubblichiamo l’intervista all’autore, il Generale dei Carabinieri in pensione, Angiolo Pellegrini,  comandante della sezione antimafia di Palermo, che ci racconta i cruenti fatti di mafia che negli anni ottanta misero in pericolo la democraziadi Felicia Caggianelli

Lo spaccato storico degli anni ‘80 è ignorato da molti. Ci sono fatti che hanno segnato un’epoca che non si conoscono così come si ignorano i nomi, a parte quelli famosi saliti alla ribalta delle cronache del tempo come Falcone e Borsellino, di chi è stato protagonista in prima linea facendo il proprio lavoro. La lotta alla mafia, le storie, i volti, il lavoro, la fedeltà allo stato degli uomini che hanno lavorato al fianco  del giudice Giovanni Falcone spiegate nel libro “Noi, gli uomini di Falcone”, scritto dal Generale Angiolo Pellegrini, all’epoca dei fatti, comandante della sezione antimafia di Palermo. Pellegrini, è stato uno degli uomini più fidati del magistrato Giovanni Falcone, ha deciso di ripercorrere e raccontare i fatti più importanti e i retroscena meno noti di quella terribile stagione della storia italiana: dall’interrogatorio di Tommaso Buscetta in Brasile al maxiprocesso nell’Aula – bunker di Palermo nel 1986. C’è stato un periodo in cui la nostra libertà è stata in pericolo. In pochi parlano, infatti, di due fenomeni che negli anni 80 hanno messo in crisi la democrazia. La nostra repubblica, che quest’ anno compie 71 anni, è stata contrassegnata da fatti gravissimi quali il terrorismo e la criminalità organizzata. E mentre il terrorismo è stato sconfitto perché le forze politiche hanno voluto eliminarlo. La criminalità organizzata è ancora lì. A un certo punto le forze dell’ordine avrebbero potuto vincere la guerra contro la mafia ma gli è stato impedito. “Conoscere questi fatti è fondamentale. È importantissimo -ha sottolineato il generale Pellegrini-  perché non si ripetano  errori del passato”. È giusto che i giovani conoscano questi fatti perché toccherà a loro proseguire questa battaglia, a combattere. E’ nostro compito alimentare la memoria collettiva, soprattutto nelle generazioni che, per ragioni anagrafiche, non li hanno conosciuti. Io ho finito. Io ho fatto il mio dovere. Ero un ufficiale dei carabinieri e il mio dovere a Palermo era quello di combattere la mafia. Non ho fatto nulla di più. Sono stato anche fortunato perché posso  ancora raccontarlo. Tanti miei colleghi non possono più farlo perché hanno lasciato la vita”. Attraverso immagini, fotografie e frasi il Generale Pellegrini ci ha resi partecipi della sua esperienza soffermandosi sull’importante tema della legalità. Una legalità che rende liberi. Per meglio addentrarci nel delicato tema al Generale Angiolo Pellegrini abbiamo chiesto: È  passato un quarto di secolo dal tragico attentato al giudice Giovanni Falcone. A che punto è la lotta tra Stato e Mafia? “Si è fatto molto perché soprattutto dopo l’omicidio Falcone c’è stata una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica che ha cominciato a aborrire la mafia. Si sono infatti create varie associazioni serie facenti capo ai parenti delle vittime della mafia.” I giovani l’ascoltano con grande interesse. Quanto è importante parlare di legalità nelle scuole? “ È essenziale in quanto, ai nostri tempi, nessuno ci ha mai parlato di legalità. Non se ne parlava perché non si sentiva il fenomeno; eppure la mafia esisteva. Basti pensare  che negli anni 70 la mafia calabrese faceva già i summit a Montalto in cui decideva qual’era la linea politica da seguire. Quindi era già importante. Io mi ricordo quando nel  75 sono andato a Reggio Calabria nel periodo delle elezioni , già allora c’era un giro di candidati che andava a bussare alle porte dei mafiosi”.  La mafia si sta trasformando. I figli dei mafiosi oggi vanno a scuola, parlano le lingue. Cosa sta cambiando? “I mafiosi iniziano a capire che continuare a percorrere questa strada  vuol dire distruggere la propria famiglia. Ci sono alcuni appelli di mafiosi che riportano queste testuali parole: i miei figli li voglio tirare fuori.  A riprova che c’è una sorta di presa di coscienza rivolta a proteggere i propri cari. Si tratta di una svolta  importantissima, anche se coinvolge oggi solo una piccola fetta di mafiosi. Stanno iniziando a capire che se  continuano a fare entrare i  figli ed i parenti nella mafia alimentano un meccanismo che ne farà persone non più libere”.  Anche i mafiosi dunque hanno un cuore? “Se i mafiosi  abbiano un cuore non lo so. Forse è blindato. Però nei confronti della famiglia hanno un grande senso di rispetto e quindi a questo punto probabilmente molti ma non tutti, anzi pochi, si creeranno il problema di salvaguardare la famiglia. Perché mio figlio deve fare la mia fine?  Perché deve finire in carcere? Perché mio figlio deve abbandonare i propri figli? Una presa di consapevolezza dovuta anche da una  repressione costante e capillare  delle forze dell’ordine nei confronti dei mafiosi. Bisogna che la pena sia certa e far capire che se vai a finire in galera per mafia non esci più”.  Lei ha operato in varie regioni del sud Italia per combattere la criminalità organizzata. Esiste un filo invisibile che lega mafia, ndrangheta e camorra? “Certo che c’è un filo conduttore. Ci sono stati latitanti siciliani che facevano la latitanza in Calabria. Quando Badalamenti Gaetano ha corso il rischio di essere ammazzato è corso in Calabria a cercare protezione. Naturalmente i calabresi che sono intelligenti, sapendo che i corleonesi erano la fazione vincente se ne sono lavati le mani consigliandogli di andare a cercare aiuto da qualcun altro.”  Il carcere è visto spesso come un vivaio di nuove amicizie, di nuovi contatti. Lei che ne pensa? “ C’è il 41 bis, il temuto articolo che sancisce il carcere duro per i mafiosi con tanto di isolamento. Articolo che hanno promulgato dopo la morte di falcone. Non a caso la legge anti mafia è uscita dopo la morte di La Torre e Dalla Chiesa. Per la figura del commissario antimafia con i poteri speciali, che chiedeva Dalla Chiesa, abbiamo dovuto aspettare che il Generale Dalla Chiesa morisse. E il 41 bis, che era stato proposto prima, è stato votato solo dopo la morte di Falcone. La Dia l’ha istituita  Falcone,  ed è andata avanti grazie alla memoria di Falcone, poi l’hanno mezza demolita a riprova che come sempre accade in Italia le cose buone si fanno quando ci scappa il morto”.