UN TRUFFATORE ALLA BOCCETTA

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STORIA DI UN IMBROGLIONE CHE APPROFITTÒ DELL’INGENUITÀ DEI “CERVETRANI”

di Angelo Alfani

Là dove il fiasco si allarga, proprio nel punto in cui via Agyllina si apre alla Boccetta, una bottega, spesso sfitta, ha visto per non molti mesi “operare” il sor Renato. Fine ebanista, spuntò in Paese in un momento di relativa calma ma di certa prosperità. Come per tutti i personaggi divenuti poi mito, date ed avvenimenti sono avvolti da una nebbia impalpabile.

Rari ebbero il privilegio di conoscerne il cognome, meglio quelli che si attribuiva, nessuno lo ebbe in memoria. Renato conquistò in breve tempo la fiducia dei cervetrani, tanto da essere ricevuto in diverse case, ospite atteso e conteso. Sempre più spesso, non richiesti, gli pervenivano, ancora caldi, carciofi fritti, gnocchi al pomodoro, cinghiale in umido, puntarelle e cicoria ripassata. I ciambelloni erano tanti al punto di sprecarsi. Una gara non simbolica avveniva ogni mattina al bar per offrirgli cappuccino e cornetto. L’accumulo di credito fu così profondo e ricco che per tutti divenne affettuosamente Renatino. In questo mare di credulità i rari dubbiosi si sentivano addirittura intimoriti nel dimostrarsi tali. Eppure a pensarci bene segnali che potevano far riflettere ce ne furono: quando si parlava di Napoli lui diceva di essere stato alcuni anni a lavorare a Poggioreale, se si saliva al nord lui metteva in risalto l’esperienza avuta in una bottega di San Vittore. Insomma le frequentazioni del sor Renato erano avvenute in quartieri in cui erano presenti antiche e nobili carceri giudiziarie.

Una mattina dei primi d’agosto del 1976, mentre la comunità era presa dalla oramai imminente Sagra dell’uva, apparve sul portone della bottega un cartello con la scritta a mano: Chiuso per ferie. Le attese per la riapertura furono vane. Sempre più spesso malcapitati increduli sbirciavano “appecoronati” attraverso lo spioncino nella vana speranza di vedere riapparire il comò, la spalliera del letto, la sedia, il portaombrelli, il quadro di un non meglio precisato pittore francese (Monet? Bobet?) di cui il sor Renato aveva garantito il restauro, con cornice dorata. Le vaghe e soffuse dicerie iniziali divennero ben presto agghiacciante realtà. La scomparsa di mobili, compresi due antichi tavoli di noce del Direttore del Santo Spirito e di Matteo, i consistenti anticipi per lavori da eseguire, il buffo di un milione e mezzo per un “brillocco” preso da Neno negli ultimissimi giorni da regalare alla nipote prossima sposa, materiali per la costruzione di una villa nelle montagne della Marsica elargiti dalla signora Filomena, frigo e televisore e corredo furono gli argomenti sulla bocca di tutti. Gli assegni che iniziarono a raffica ad andare a vuoto dominarono le settimane che seguirono.

Processioni sempre più silenziose e colme di non rasserenata rabbia si susseguirono lungo via Agyllina con sosta prolungata nella speranza vana di vederlo apparire ed abbracciarlo. Nessuno voleva arrendersi all’evidenza, perfino di fronte alle testimonianze di chi, affacciato alla finestra per l’insonnia dovuta alla calura, aveva visto un camion, carico all’inverosimile, traballare sui sampietrini del centro e prendere la discesa verso l’Aurelia. Nemmeno una splendida Sagra e fantasiosi carri riuscirono a sottacere il dramma collettivo Poi un silenzio marmoreo sovrastò questa vicenda ed in seguito, come accade, “dei morti non si parla che bene”, finché anche il terribile truffatore divenne una icona della quale sorridere.