SINA SEBASTIANI: L’ATTRICE DELLA PORTA ACCANTO

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Intervista a cura di Mara Fux.

Educata già in famiglia alla fruizione della cultura, la poliedrica attrice romana, classe 1982, calca le scene già dall’età adolescenziale rincorrendo ruoli e personaggi in netta contrapposizione l’uno con l’altro nonché sperimentando le grandi doti che la Natura le ha donato dalla voce alla delicatezza del volto, dalla grazia della gestualità alla fortissima memoria.

Che significa per te “fare l’attrice”?

La prima volta che ho giocato a fare l’attrice avevo 6 anni più o meno. La mia Mamma e il mio Papà mi portarono a vedere “Forza venite gente”. Mi ricordo come fosse oggi l’effetto che ebbe su di me Silvio Spaccesi, che interpretava il ruolo di Bernardone: ero rapita, ammaliata, divertita, incantata. E, senza rendermene conto, stavo immagazzinando ogni piccolo dettaglio del suo recitare, tanto che imparai a memoria tutte le battute, i gesti, gli sguardi, le pause. Nel salone di casa poi, insieme a mia sorella, giocavo a “Facciamo finta che …”. Era divertente, stimolante, avventuroso! Credo di aver costruito la mia idea di attrice proprio in quei pomeriggi casalinghi. Da allora non ho mai smesso e nulla è cambiato: fare l’attrice per me è prima di tutto un gioco. Negli anni della mia formazione, poi, sotto la guida di Giovanni Nardoni, ho compreso in modo più lucido e maturo il potere incredibile del “raccontare”, il legame profondo che esiste tra chi narra e chi ascolta. E mi sono innamorata ancor di più del mio mestiere.

E’ più importante essere “famose” o essere “brave”?

Le mie scelte professionali mi hanno sempre portata a prediligere progetti di qualità. Anche la mia vita privata è stata la bussola di tante decisioni: sono diventata Mamma molto presto, ruolo a cui per molti anni ho dato la priorità, precludendomi molto di ciò che il nostro mondo poteva darmi. Ho rifiutato in un paio di occasioni offerte di lavoro che mi avrebbero dato più notorietà. L’ho fatto di istinto, probabilmente senza rendermi conto davvero delle conseguenze. Adesso, a posteriori, vivo sulla mia pelle gli effetti di quelle scelte, nel bene e nel male. Ma posso affermare senza ombra di dubbio che i frutti che ho raccolto lungo il cammino fino a questo momento sono quelli che sceglierei ancora oggi, senza grandi rimpianti. In un mondo che ci chiede di essere veloci, produttivi, competitivi e accaniti, ho scelto una ricetta diversa, fatta di ingredienti fuori moda, come la lentezza, l’osservazione, l’ascolto e lo studio. Non portano alla notorietà, ma ho la certezza che rendano migliore il mio lavoro.

In base a cosa scegli i ruoli da interpretare?

Per rispondere a questa tua domanda, ti faccio un esempio concreto che credo spieghi bene i miei criteri di scelta. L’anno scorso ho preso parte a un progetto di Vincenzo Zingaro, l’Adelchi, un testo complesso, poco fruibile all’apparenza per il pubblico di oggi. Quando Vincenzo mi telefonò, ci tenne a farmi sapere che il ruolo che mi proponeva era davvero piccolo, quasi scusandosi con me: si trattava di meno di dieci battute su uno spettacolo di più di due ore, racchiuse tutte in un’unica scena. Accettai. Con il sorriso. A occhi chiusi. La qualità dei giorni spesi in questo lavoro e le cose che ho imparato sono i motivi per cui sono grata di averne fatto parte.

La tua scelta professionale è stata agevolata oppure ostacolata dai tuoi genitori?

Agevolata. E sostenuta. Sempre. È grazie a loro che faccio l’attrice. Sono cresciuta con il teatro, con i concerti, con il cinema. I miei genitori mi hanno educata alla fruizione della cultura. Quando ho espresso il desiderio di diventare parte del mondo del teatro, il terreno era già seminato. Sembrava la cosa più naturale del mondo!

Il personaggio interpretato che ti è rimasto di più nel cuore?

Impossibile scegliere, davvero. Alcuni personaggi sono stati delle rivelazioni istantanee, altri si sono fatti desiderare, sembravano quasi irraggiungibili per me. Altri ancora li ho creati dentro la mia pelle da zero: un esempio su tutti è Rosetta, donna romana di borgata, ispirata alle figure femminili di Franca Rame e del suo teatro sociale, un personaggio creato da Paolo Vanacore per me, in uno spettacolo di teatro canzone dal titolo “… E sempre allegri bisogna stare!”, la cui partitura musicale raccoglie canzoni di Gaber, Jannacci e altri grandi autori italiani, ma anche magnifici brani inediti scritti dal Maestro Alessandro Panatteri.

Sei nel cast di “7 minuti”: lo reputi uno spettacolo di teatro sociale?

Assolutamente sì. Uno spettacolo necessario. Una di quelle storie che appartiene a ognuno di noi. Ha il potere di “mettere in discussione”. È attuale, intimo e collettivo allo stesso tempo. Il testo di Stefano Massini si ispira a una storia vera, accaduta nel nord della Francia nei primi anni Duemila.

Che ruolo interpreti nello spettacolo?

Siamo undici donne in scena. Undici lavoratrici di una fabbrica tessile. Ognuna di noi ha una vita costellata di difficoltà, una vita in cui il lavoro è l’unico ponte che può portare a migliorare la propria condizione, ma allo stesso tempo rappresenta un sistema di compromessi che spesso ledono la dignità e la libera scelta. Io sono Loredana, una ragazza che sogna cose che dovrebbero essere semplici da ottenere: una famiglia, una casa in affitto, un ragazzo che le voglia bene.

La notorietà del film ha influito sull’afflusso del pubblico?

In parte credo di sì. Anche se credo che ci voglia molto coraggio a proporre a teatro un progetto così complesso, un tema così delicato, come i diritti sul lavoro. Questo coraggio lo hanno avuto Viviana Toniolo, direttrice artistica del Teatro Vittoria di Roma e Claudio Boccaccini, regista della pièce; prima di tutto perché, a differenza di quanto si fa ahimè quotidianamente al giorno d’oggi, per la ricerca delle interpreti hanno escluso a priori il bacino di volti noti della televisione e del cinema prediligendo professioniste del teatro.

E sulla distribuzione dello spettacolo?

Sarei felice se venisse proposto ai giovani delle scuole, delle università. In questo senso credo che “7 minuti” sia uno spettacolo necessario: è una storia capace di muovere in modo sano una coscienza sociale comune.

Un testo che vorresti interpretare di nuovo?

L’opera da tre soldi, di Bertold Brecht. A quindici anni interpretai Jenny dei Pirati; è uno dei ricordi più emozionanti che ho.

Prossimi progetti teatrali?

Tra aprile e maggio sarò in scena con “Il misantropo” di Molière, una messa in scena completamente nuova di Vincenzo Zingaro. Non vedo l’ora!