VOLONTARI ARVAS, GLI ANGELI DELLE CORSIE

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In questo momento poco positivo è più che mai necessario far conoscere realtà virtuose presenti nel territorio.

Pochi forse conoscono i volontari A.R.V.A.S. ( Associazione Regionale Volontari Assistenza Sanitaria), eppure, insieme all’intero personale medico, sono conosciuti come “gli angeli delle corsie”. Non sono medici, non sono infermieri, ma cercano ugualmente di dare una mano, nei limiti delle loro possibilità.                               Un’Associazione nata intorno agli ’70, i difficili anni degli scioperi come insurrezioni contro lo Stato, presso l’ospedale di San Giovanni (Roma). Oggi la loro presenza è importante in diverse strutture ospedaliere: San Camillo, Santo Spirito, Istituto nazionale di tumori Regina Elena (IFO) e molti altri.

Parlando con una giovane ragazza, ex volontaria che all’epoca aveva solo 23 anni, e ha prestato servizio nei reparti di Chirurgia d’Urgenza, Medicina Generale, Cardiologia e Ortopedia, impariamo a conoscere meglio questo mondo

Quale preparazione avete per assistere i pazienti in corsia? “Tutti gli aspiranti volontari devono seguire un corso di formazione teorica e pratica di circa cinque mesi, presso la struttura ospedaliera a cui poi vengono assegnati. Per quanto riguarda la parte teorica viene data un’infarinatura generale sull’anatomia del corpo umano, sintomi di malattie, interventi di primo soccorso (cosa fare, ad esempio, in caso di ustioni gravi), importanti norme di igiene e sicurezza per noi e soprattutto per il paziente e, l’aspetto forse più importante di tutti, la psicologia del paziente. Quando iniziai a fare l’inserimento pratico parlai per la prima volta con un paziente affetto da Alzheimer, che continuava a chiamare il nome della moglie e mi pregava di accomodarmi per un caffè, come se fossi andata a trovarlo per un saluto nella sua casa. Il primo istinto fu quello di assecondarlo, ma il tutor volontario, che mi era stato assegnato per l’inserimento pratico in corsia, mi disse che le persone colpite da questa patologia andavano riportate alla realtà e così feci e, tornato in sé momentaneamente, il paziente mi prese la mano e con gli occhi umidi mi chiese scusa. E’ stato molto forte, l’unica cosa che fui in grado di dirgli fu che non si doveva scusare di nulla”

Quali sono le vostre mansioni? “Prima di tutto portare un po’ di conforto e di compagnia a chi sta passando un momento buio, aiutare il sempre più impegnato e sovraccaricato staff medico, ad esempio nell’indicare se una sacca del drenaggio vada cambiata, una flebo terminata o dare da mangiare a un paziente che non ha nessuno e autonomamente non è in grado; in corsia capitano numerose persone in difficoltà che non hanno neanche un pigiama o un paio di pantofole e noi provvediamo a procurare loro tutto ciò di cui hanno bisogno, con la collaborazione di tutti i volontari e non.                                                                                                                                Alcuni ci offrono doni o soldi per aver aiutato qualche parente, ma non è questo lo spirito del volontariato in sé, in particolare di quello sanitario, quindi non accettiamo assolutamente nulla, sembra retorico dirlo, ma in queste situazioni è veramente sufficiente il pensiero di essere stati utili al prossimo, non ci sono soldi o regali che possano tenere il confronto, io stessa l’ho capito solo provando in prima persona”.

Quali sono le reazioni dei pazienti quando vedono i volontari? “Le reazioni sono le più svariate e tutte diverse fra loro. Una delle prime cose che ci insegnano è quella di presentarci con il nostro nome di battesimo appena entriamo in ogni stanza. Per via del camice bianco che indossiamo molti ci scambiano per il personale medico vero e proprio, in questi casi dobbiamo spiegare chi siamo, di quale associazione facciamo parte e mostrare il tesserino che teniamo sempre appuntato all’altezza del petto. Avendo a che fare con persone che soffrono bisogna capire che non tutti hanno voglia, in quel momento, di parlare ed è necessario rispettarli, rimanendo però sempre a disposizione e nei paraggi. Alcuni di loro sono contenti di mostrarci le foto dei figli, dei nipoti e di raccontarci tanti aneddoti personali.                                                                                                                                                                                          Per quanto riguarda la mia esperienza personale, ho visto moltissimi casi, uno in particolare, risale a quando mi trovai alla mia prima esperienza nel reparto di Chirurgia d’Urgenza e vidi una giovane signora seduta a forza con la schiena poggiata alla spalliera del letto, mi avvicinai, ma era evidente che non mi volesse intorno, non mi rispondeva ed era sfuggente nelle occhiate e non aveva intenzione di mangiare nulla. Decisi di lasciar perdere e rivolgermi ad un altro letto per lasciarla riposare, quando, alle mie spalle sentii singhiozzare e, nel momento in cui mi girai, vidi  la signora che mi guardava e piangeva in silenzio. Andai a chiamare un infermiere, che, dolcissimo, le somministrò altro antidolorifico e ci lasciò da sole. Piano piano la donna iniziò a parlarmi e a raccontarmi vicende personali e per quale motivo si trovasse lì, con poco il suo umore era cambiato, non voleva stare sola”.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Riprenderesti a prestare servizio di volontariato? “Ho interrompere per impegni universitari e familiari, non potevo più garantire una continuità, ma sarei felice di riprendere l’attività di volontariato. Sono esperienze che arricchiscono molto, fanno capire quanto siamo fortunati quando abbiamo affetti, salute, possibilità di scelta. Ci possiamo permettere il lusso di essere indecisi su come impiegare il nostro tempo libero: dove andare a cena, che film andare a vedere al cinema. Spesso i pazienti chiamano gli operatori A.R.V.A.S. “gli angeli delle corsie”, e ci ringraziano per il tempo che dedichiamo loro, ma in effetti siamo noi che ringraziamo loro: il volontario dedica qualche ora del suo tempo per rendersi utile, ma loro ci regalano esperienze e insegnamenti che ci cambiano solo in bene e per la vita. Anziché essere indecisi e sbuffare annoiati, dovremmo ad esempio prendere un film e guardarlo con una persona che non può uscire dalla sua stanza, e non dico portargli via il dolore, ma portarlo in due, renderlo meno gravoso. Anche per i loro parenti e la loro quotidianità è una grande forma di aiuto”.

L’ex volontaria conclude la conversazione raccontando un ultimo episodio: “ Un signore si sorreggeva con le mani alla spalliera ai piedi del letto, con la testa china e un tubo del drenaggio collegato al ventre. Era sofferente e non riusciva a muoversi, mi parlò di cosa lo tormentasse, di vari problemi, fino a quando iniziò a parlare della sua nipotina con gli occhi che gli brillavano: non è stato mai un uomo attento alla salute, ma per vedere la sua nipotina crescere e starle accanto era disposto a sopportare tutto. Mi raccontò aneddoti, mi fece vedere foto, video. Me ne andai che, con le guance rosa, passeggiava per la stanza”.

Questa è una piccola parentesi sul lavoro dei volontari A.R.V.A.S., la cui presenza accende  un faro su uno degli aspetti più importante del mondo ospedaliero: l’umanizzazione della degenza, il paziente non più identificato come malattia, ma come essere umano e di questo aspetto l’Associazione ne fa il suo slogan.

Flavia De Michetti