Chi percorre oggi la via Aurelia, poco dopo il chilometro 58,200, difficilmente immagina che tra l’asfalto e il mare si nasconda una storia lunga più di duemila anni. Eppure, proprio lì, affacciata su un tratto di costa ancora suggestivo, sorgono le rovine della villa romana delle Grottacce, una delle tante grandi dimore marittime che in età romana punteggiavano il litorale tirrenico.

Oggi restano muri spezzati e ambienti semisepolti, ma in antico questo luogo doveva apparire molto diverso. Il mare arrivava più lontano, il paesaggio era ordinato e vivo, e la villa faceva parte di un sistema costiero strategico. Non a caso, diversi studiosi ritengono che quest’area possa coincidere con l’antico porto di Panapione, citato dalle fonti storiche: un approdo, un punto di passaggio, un luogo di scambi e di incontri.

La villa non era soltanto una residenza elegante affacciata sul mare. Era un organismo complesso, progettato per vivere in simbiosi con l’acqua. Accanto agli ambienti abitativi, infatti, esisteva un articolato impianto per l’allevamento di pesci e molluschi, la peschiera, insieme a un lungo molo di ormeggio. Oggi queste strutture sono in gran parte sommerse, ma in origine costituivano il cuore produttivo del complesso, testimonianza di come il mare fosse una risorsa economica oltre che scenografica.
Già nel secolo scorso, quando il sito cominciò ad attirare l’attenzione degli studiosi, apparve chiaro che ci si trovava di fronte a un complesso di grande importanza. A partire dal 1952, la Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale avviò scavi e restauri in alcune aree della villa, riportando alla luce strutture che per secoli erano rimaste nascoste o dimenticate.

Quello che oggi possiamo vedere è soprattutto la parte “nascosta” della villa, quella che un tempo lavorava nell’ombra. Si tratta della basis, la struttura inferiore dell’edificio: un intricato sistema di sotterranei, corridoi, magazzini, ambienti di servizio e cisterne, destinati alle attività quotidiane e produttive. Sopra queste strutture dovevano innalzarsi gli ambienti residenziali, affacciati sul mare e probabilmente riccamente decorati. Ma quella parte è andata perduta, consumata lentamente dall’erosione marina, dal tempo e dal riutilizzo dei materiali da costruzione.
Nonostante le perdite, il sito conserva ancora un forte impatto visivo. Sono ben riconoscibili i resti di un criptoportico e di diversi ambienti coperti da volte a botte; due di questi erano probabilmente cisterne, collegate alla superficie da pozzi circolari che permettevano l’approvvigionamento dell’acqua. Le murature, osservate con attenzione, raccontano una storia lunga e complessa, fatta di trasformazioni e adattamenti, che ebbe inizio nel I secolo a.C..
I reperti rinvenuti durante gli scavi, insieme ai materiali ceramici recuperati nello specchio d’acqua davanti alla villa, parlano di una frequentazione continua del sito, durata fino al V-VI secolo d.C.. Per secoli, quindi, la villa delle Grottacce rimase un luogo vissuto, abitato, produttivo, attraversando profondi cambiamenti storici senza perdere la propria funzione.
Oggi, camminando tra questi resti affacciati sul mare, si ha la sensazione di trovarsi in un luogo sospeso tra terra e acqua, tra passato e presente. La villa delle Grottacce non è solo un sito archeologico: è una testimonianza concreta del modo in cui gli antichi Romani abitavano la costa, sfruttavano le risorse marine e costruivano il loro rapporto con il paesaggio.
Per Santa Marinella, questo luogo rappresenta un patrimonio di valore straordinario. La sua storia, la sua posizione e il suo potenziale culturale meritano una maggiore tutela e valorizzazione, affinché la villa possa tornare a raccontare la propria storia non solo agli studiosi, ma anche a chi, passando lungo la strada, è disposto a fermarsi, guardare il mare e immaginare ciò che qui esisteva duemila anni fa. Un nuovo studio del sito è in corso a cura del Polo Museale Civico di Santa Marinella diretto dall’archeologo Flavio Enei, in preparazione di un progetto di recupero dell’area archeologica.
Gianluca Carletti (Gruppo Archeologico del Territorio Cerite)





































































