Dopo aver esposto per vent’anni un’intera generazione, quella dei nativi digitali, ai social media irresponsabilmente e scriteriatamente, dopo aver lasciato bambini e adolescenti per anni davanti agli schermi digitali e averli resi dei tossicodipendenti da smartphone, e, conseguentemente, ansiosi, depressi, sradicati dalla realtà, con disturbi del sonno, danni cognitivi, deficit di attenzione, riduzione del pensiero critico e ritardi nel linguaggio, dopo aver incentivato la iper-digitalizzazione della scuola e persino della didattica, allorché il disastro provocato dalla nuova droga 2.0 ha assunto proporzioni tali da non poter più essere tenuto nascosto né minimizzato (il 77, 5% degli adolescenti italiani dichiara di sentirsi dipendente dai device), ecco che si tenta di correre ai ripari.
Ma il rischio è che il “rimedio” che si intende adottare sia peggiore della “malattia” che si vorrebbe curare, un’ennesima fregatura per i minori a tutto vantaggio delle stesse Big tech. La fregatura diventa evidente di fronte a proposte di legge che vanno unicamente nella direzione del divieto di accesso ai social per i minori ricorrendo alla verifica dell’età attraverso un sistema di identificazione digitale, Cie, Spid o Id, che apre le porte alla schedatura di massa, lasciando per giunta le piattaforme libere nella gestione degli algoritmi.
Sentenze recenti negli USA hanno confermato che tali algoritmi sono progettati per massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma, dunque per creare dipendenza, dipendenza da cui peraltro non sono esenti gli adulti. Secondo Amnesty International «un divieto semplicemente lascia le piattaforme libere da ogni responsabilità, senza affrontare i problemi che i giovani continueranno a dover affrontare in futuro, molto probabilmente in segreto, poiché molti troveranno il modo di aggirare le restrizioni, esponendosi a rischi ancora maggiori». In una lettera aperta pubblicata il 2 marzo 2026 centinaia di ricercatori in sicurezza e privacy sostengono che le tecnologie di verifica dell’età sono facili da aggirare e prive di garanzie di privacy e sicurezza, aumentando il controllo e la raccolta dati. La verifica dell’età di fatto si configura come uno strumento per implementare e normalizzare la sorveglianza digitale, consegnare i dati personali nelle mani di infrastrutture centralizzate, e creare barriere di accesso che penalizzano utenti senza documenti digitali.
A dicembre 2025 l’Australia ha vietato l’accesso ai social agli under 16 attraverso sistemi di verifica dell’età. A febbraio 2025 la Francia ha approvato in via provvisoria un disegno di legge per limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni e rafforzare la protezione online. Il Parlamento europeo, con una risoluzione approvata a larga maggioranza, ha chiesto di fissare a 16 anni l’età minima per accedere alle piattaforme social e la presidente Von der Leyen lo scorso aprile ha annunciato un’app per la verifica dell’età. La nuova app è già operativa, anche se sarà ulteriormente perfezionata e integrata nel futuro portafoglio di identità digitale europeo, l’EUDI Wallet, che conterrà – proprio come un portafoglio – tutte le informazioni, le credenziali e i documenti necessari per accedere a diversi servizi. Von der Leyen, ha detto che l’architettura dell’app per la verifica dell’età riprende il modello del certificato Covid digitale (green pass) utilizzato durante la pandemia: si scarica l’app, la si configura con il passaporto o la carta d’identità e si dimostra la propria età per accedere ai servizi online.
L’app è basata su un codice open source (approccio informatico che rende il codice sorgente di un software accessibile a chiunque). Il prototipo è stato lanciato nel luglio 2025 e testato inizialmente in cinque Stati membri: Italia, Francia, Spagna, Grecia e Danimarca, a cui si sono aggiunti successivamente Cipro e Irlanda. Nel Parlamento italiano ci sono ben quattro disegni di legge pendenti prodotti da maggioranza e opposizione.
Il nuovo governatore del Veneto, il giovane Alberto Stefani, a inizio aprile ha lanciato un disegno di legge per vietare i social agli under 14 invece che agli under 16. Una proposta siffatta sembra mirare più a tutelare gli interessi delle piattaforme social che la sicurezza dei minori: abbassare il divieto ai 14 anni significa anticipare l’età di ingresso nei social, regalando alle piattaforme milioni di accessi (in Italia sono 4 milioni i minori tra i 14 e i 16 anni).
“Il punto centrale è che il modello social network partorito dalla Silicn Valley è un modello fallato, compromesso alla radice principalmente perché si basa sulla gestione algoritmica. Stanno uscendo dei social alternativi, come Monnet, che invece prevedono l’ingresso dalla maggiore età, e questa, secondo me, potrebbe essere una mossa molto sensata che prevede l’esclusione dell’intelligenza artificiale, l’esclusione della gestione algoritmica” ha detto il giornalista Maurizio Martucci, direttore di Disconnessi su 100 Giorni da Leoni, programma diretto da Riccardo Rocchesso. Monnet Social ha come filosofia di base quella di essere “al 100% umano”, quindi niente post generati dall’intelligenza artificiale, e “al 100% basato sugli amici”, quindi completamente privo di un algoritmo di raccomandazione.
“Se veramente la politica dal Veneto ad altre Regioni al governo centrale vuole veramente prendere seriamente la questione in mano – ha proseguito Martucci – deve uscire da una serie di conflitti d’interessi che si hanno con Big tech, coi grandi potenti della Silicon Valley, soprattutto non creare un pezza peggiore del buco, perché, attenzione. se con la scusa di combattere gli effetti collaterali dei social network sui nativi digitali si arriva a consegnare il registro dei dati dei nostri figli nelle mani dei vari Musk, Thiel e Zuckerberg, si sta commettendo un ennesimo clamoroso errore”.
Davvero qualcuno è così ingenuo da credere che all’UE stia a cuore il benessere delle nuove generazioni? Se così fosse, investirebbe meno in digitale ed armi e più in istruzione, sanità e sociale. E aiuterebbe in primis i genitori a “disconnettersi” e a vivere più nella realtà che nel mondo virtuale. Un bambino che vive in un ambiente di drogati digitali, non potrà che esserlo o diventarlo anche lui.
Del progetto di verifica dell’età, la protezione dei minori costituisce l’alibi perfetto, non il fine. Il fine è un altro ed è quello che si era già palesato quando venne imposto il green pass con la scusa della salute: costringere la totalità della popolazione alla schedatura digitale, identificarsi con Id digitale o biometrica, condicio sine qua non della raccolta
dati, e quindi della tecnogabbia e della sorveglianza di massa.
di Miriam Alborghetti


































































