Via Poma, 28 anni di misteri

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L’omicidio di Simonetta Cesaroni rappresenta una delle pagine più confuse e controverse della giustizia italianadi Antonio Calicchio

Il delitto di via Poma è il nome con cui storicamente si evoca l’omicidio di Simonetta Cesaroni,  verificatosi nell’agosto 1990, presso un palazzo di via Carlo Poma, a Roma.

Nel corso degli anni, sono state effettuate numerose indagini ed ipotizzate non poche piste investigative, vedendo tre soggetti accusati del reato, tra il 1990 ed il 2011: dapprima, Pietrino Vanacore, portiere, dal 1986 al 1995, del palazzo teatro dell’omicidio, poi, Federico Valle, nipote dell’arch. Cesare Valle abitante del palazzo e, infine, Raniero Busco, all’epoca dei fatti fidanzato della vittima.

Delitto, questo, che si mostra all’opinione pubblica come un caso di cronaca nera in cui, per anni, non si è mai avuta certezza dell’identità dell’autore del fatto, né, tantomeno, del movente, dell’arma, dei presenti nel comprensorio di via Poma e dell’ora della morte. Si sarebbero dovuti – forse – nell’immediatezza approfondire alcuni elementi oggettivi, come, ad es., la natura del delitto, cioè passionale, attuato da qualcuno che Simonetta conosceva, oppure casuale, compiuto per ragioni istintive da qualcuno che non conosceva.

Simonetta Cesaroni era una ventenne ragazza romana, fidanzata, da qualche anno – come detto – con Raniero Busco. Dagli inizi del 1990, era impiegata, in qualità di segretaria contabile, presso uno studio professionale, il quale le aveva proposto di prestare lavoro a favore dell’A.I.A.G., i cui uffici erano ubicati in via Poma, nelle vicinanze di piazza Mazzini.

Va notato, in proposito, che gli inquirenti sono arrivati a stabilire che la ragazza, nel giorno dell’accaduto, è entrata in ufficio alle 16.00 o poco prima, ufficio che quel giorno, peraltro, è chiuso al pubblico. Alle 17.35, risale l’ultimo indizio che sia ancora viva, poiché riceve una telefonata di lavoro. Alle 18.20, avrebbe dovuto telefonare al titolare dello studio al fine di aggiornarlo in merito allo stato dei lavori, ma Simonetta non lo chiamerà. I familiari l’attendono per le 20.00 e, non vedendola rincasare, alle 20.30 si impensieriscono e danno inizio alle ricerche. Ed infatti, la sorella di Simonetta, accompagnata dal suo fidanzato, preleva il capoufficio Volponi, insieme a suo figlio, dalla loro abitazione, e i quattro si dirigono nello stabile di via Poma, in cui, alle 23.30 circa, si faranno aprire il portone degli uffici A.I.A.G. dalla moglie del portiere, rinvenendo il cadavere di Simonetta.

Dalle 16.00 alle 20.00, i portieri degli stabili di via Poma si riuniscono nel cortile a parlare e a mangiare cocomero, come riferiranno agli inquirenti, tutti concordi, del resto, nell’asserire che non hanno visto entrare alcuna persona dall’ingresso principale, in quell’orario. Dopo le 17.35 – ultimo contatto di Simonetta – comincia il dramma: secondo la ricostruzione svolta ad opera degli inquirenti, si trova, con ogni probabilità, un uomo negli uffici A.I.A.G., ed è pericoloso, dal momento che Simonetta gli sfugge, dalla stanza a destra dove lavora, fino a quella opposta a sinistra, in cui sarà ritrovata pugnalata. Alcuni abiti della vittima saranno portati via, unitamente a numerosi effetti personali che mai più saranno ritrovati e alle chiavi dell’ufficio. Viene lasciata spogliata, e su uno dei capezzoli si riscontra una ferita, che sembra un morso. Nella porta d’ingresso della stanza del delitto viene ritrovato del sangue sulla maniglia, che, analizzato, risulterà appartenere ad un uomo. Negli altri ambienti non vi sono tracce di colluttazione, tutto è ordinato e non si individua alcun segno che possa far ritenere che il corpo sia stato trascinato nel luogo in cui si trova. Gli inquirenti reputano che nella stanza, dove Simonetta viene trovata, si sia consumato il delitto. Viene, comunque, rilevata una minima traccia ematica pure nella camera di Simonetta, sulla tastiera del telefono. Sempre nella stanza di costei, viene rinvenuto, inoltre, un appunto, su un pezzo di carta, con la scritta “CE”, con un pupazzetto a forma di margherita e con un’ulteriore scritta “DEAD OK”. A lungo, si speculerà su questo disegno e sul suo significato, finché il programma televisivo “Chi l’ha visto?” rivelerà che, a realizzare il disegno e a scrivere la frase DEAD OK, fu uno degli agenti di polizia che intervennero la notte del delitto ad eseguire il sopralluogo in via Poma; e, dopo aver disegnato e scritto sul foglio, l’agente dimenticò il pezzo di carta sulla scrivania dove era posizionato il computer da lavoro di Simonetta.

Il mattino successivo al delitto, la polizia sottopone ad interrogatorio i portieri, i quali, insieme ai loro familiari, assumono essere rimasti nel cortile per l’intero pomeriggio del giorno precedente, dalle 16.00 alle 20.00. Stante ciò, l’assassino non può essere entrato nella scala senza essere stato visto. I poliziotti invano setacciano il palazzo alla ricerca degli indumenti che mancano a Simonetta e, quindi, procedono alla ricostruzione dei fatti: dalle testimonianze si arguisce che Simonetta è sola in ufficio, nessuno è stato visto entrare nella scala e l’ultimo contatto risale alle 17.35, ora della telefonata di lavoro. Dalle voci raccolte dalla polizia, Pietrino Vanacore non era coi suoi colleghi nel cortile nell’orario che va dalle 17.30 alle 18.30, cioè in quello in cui Simonetta è stata uccisa. Vi è uno scontrino sospetto: Vanacore ha acquistato, dal negozio di ferramenta, alle 17.25, un frullino. E’ testimoniato che, alle 22.30, egli si è diretto a casa dell’arch. Valle, che si trova più su dell’ufficio incriminato, allo scopo di fornirgli assistenza. E Valle dichiara che il portiere è arrivato, a casa sua, alle 23.00.

Tale intervallo di mezz’ora fra le due testimonianze conduce gli investigatori ad appuntare i  sospetti sulla persona del portiere. In un paio di suoi calzoni, vengono trovate macchie di sangue. Nella scala, il pomeriggio del fatto, si trovano soltanto due persone, Cesare Valle e Simonetta Cesaroni. Nessun estraneo è stato visto entrare. Vanacore si assenta dalle 17.30 alle 18.30, orario dell’omicidio. Questa, ad avviso degli inquirenti, è la soluzione del caso. E Vanacore trascorre quasi un mese in carcere. Ad un esame approfondito, le tracce ematiche sui pantaloni si rivelano essere dello stesso Vanacore, che soffre di emorroidi. Viene sostenuta, altresì, la tesi che chiunque abbia pulito il sangue di Simonetta si sia sporcato gli abiti dello stesso. E, poiché Vanacore ha indossato gli stessi abiti per tre giorni continuativi ed essi sono esenti del sangue di Simonetta, allora non è il colpevole. Le circostanze assai sospette lo fanno rimanere, comunque, l’obiettivo numero uno della polizia, ma accertamenti sul DNA del sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato rinvenuto il corpo, lo scagioneranno ulteriormente.

Nel 2009, viene archiviata un’indagine della Procura di Roma a carico di Vanacore: ed infatti, i pm avevano supposto che qualcuno poteva essersi introdotto nell’appartamento del delitto (ad omicidio già avvenuto e successivamente alla fuga dell’assassino), inquinando inconsapevolmente la scena del crimine. I magistrati avevano aperto, dunque, un fascicolo su Vanacore e, l’anno precedente, avevano disposto una perquisizione domiciliare nella sua casa pugliese, alla ricerca di una sua agenda telefonica del 1990, perquisizione che non aveva sortito alcun risultato apprezzabile. Nel 2010, Vanacore è stato trovato morto in mare, lasciando una scritta su un cartello: “20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”. Tre giorni dopo, avrebbe dovuto deporre all’udienza del processo per l’omicidio della ragazza in cui compariva, quale unico indagato, l’ex fidanzato Raniero Busco. A seguito di un anno di indagini, la Procura di Taranto ha deciso di archiviare il fascicolo d’inchiesta (a carico di ignoti) in ordine all’ipotesi di reato di aiuto e di istigazione al suicidio relativamente alla morte di Vanacore, avendo l’inchiesta concluso che si uccise di sua spontanea volontà, in quanto non sopportava più l’invadenza del caso di via Poma nella sua vita privata. A febbraio 2005, viene prelevato il DNA su 30 persone, comprese in una lista di sospettati, tra cui anche Raniero Busco. DNA confrontato con la traccia biologica repertata dal corpetto e dal reggiseno di Simonetta. Un anno e mezzo dopo, vengono sottoposti ad analisi molteplici oggetti appartenuti alla vittima, oltre il quadro e il tavolo della stanza in cui fu commesso il delitto, un vetro dell’ascensore, trovato sporco di sangue, nel 1990. Il corpetto e il reggiseno daranno un risultato utile, ossia un DNA di sesso maschile, riscontrato su entrambi in tracce forse di saliva; però, non fu possibile stabilire, con esattezza, il tipo di liquido biologico. A gennaio 2007, su 30 sospettati, 29 vengono scartati alla prova del DNA. E le tracce di saliva trovate sul corpetto e il reggiseno di Simonetta – che indossava allorché fu uccisa – corrispondono solamente al DNA di Raniero Busco, il quale diviene ufficialmente un indiziato e, nel settembre dello stesso anno, viene iscritto nel registro degli indagati, con l’ipotesi di reato di omicidio volontario, divenendo formalmente un indagato. Nel 2008, la sorella di Simonetta dichiara agli inquirenti che quest’ultima aveva indossato indumenti intimi puliti il giorno in cui fu uccisa. La polizia scientifica sottopone, poi, ad analisi una traccia di sangue trovata sulla porta della stanza in cui fu ammazzata: si tratta di una commistione, nel senso che la traccia in questione contiene il sangue di Simonetta e quello (cui si è mischiato) di un soggetto di sesso maschile, dunque, dell’assassino. Nella quale traccia ematica, oggetto di analisi da parte della scientifica, emergono elementi coincidenti col DNA di Raniero Busco, misto a quello di Simonetta. E, all’esito degli atti di indagine, viene disposto il rinvio a giudizio di Raniero Busco, con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, attese anche le lacune evidenziate circa il suo alibi, accusa che è sfociata nella condanna di primo grado, a 24 anni di reclusione, nel 2011. L’anno successivo, al termine del processo d’appello, Busco viene prosciolto da ogni accusa “per non aver commesso il fatto”, con la motivazione secondo cui le tracce di DNA erano circostanziali e compatibili con residui che avrebbero potuto resistere a un lavaggio blando della biancheria (la madre di Simonetta dichiarò di lavare soprattutto a mano con sapone da bucato), il morso era un livido di altro tipo e l’alibi di Busco era valido. E, nel 2014, la Suprema Corte di Cassazione conferma l’esito assolutorio della sentenza di secondo grado.

Tuttavia, giova osservare, al riguardo, che non è mancato, nella vicenda, l’esame di piste alternative, quali quelle del Videotel, degli intrecci con la Banda della Magliana e i servizi segreti, piste che successivamente vennero gradatamente abbandonate, giacché le indagini non condussero a nulla di provato.

Pertanto, il caso appare essere, a tutt’oggi, ancora irrisolto. E’ pur vero che i processi per omicidio non debbono considerarsi mai chiusi, che essi non si prescrivono e che la giustizia deve continuare a indagare; ma è altrettanto certo che essi non debbono diventare anche un qualcosa di inquietante, un evento cosmico, senza costrutto, in cui non vi sono mai certezze, né assenze di certezze, non debbono, cioè diventare il castello kafkiano per eccellenza. E la giustizia italiana si rivela spesso essere questo castello kafkiano senza certezze: vale a dire una miscela in cui iniziano procedimenti che non finiscono mai, in cui non è agevole ottenere risarcimenti e in cui i processi hanno durata interminabile. Da ciò scaturisce quella deformità culturale che attanaglia il funzionamento del sistema della giustizia, specie di quella penale, nel nostro Paese, in cui forse si registra uno dei più alti tassi di illegalità in Europa e, al contempo, una clamorosa teatralità della giustizia – che sfuma dalla commedia alla tragedia e dalla tragedia alla commedia – ovverosia una cultura che è fusione di lassismo e di giustizialismo combinati insieme in maniera tale da destare, talvolta, grave preoccupazione.