“SONO STATI PROGETTATI PER CREARE DIPENDENZA NEI MINORI”.
Il VERDETTO POTREBBE COSTITUIRE UN PRECEDENTE PER UNA VALANGA DI RICHIESTE SI RISARCIMENTO MA ANCHE UN PRETESTO PER IMPLEMENTARE IL CARCERE DIGITALE
I social media sono stati progettati per creare dipendenza nei minori alimentando ansia, depressione, disturbi alimentari e del sonno? A questa domanda sono chiamati a rispondere i colossi del web, in un processo che è iniziato a fine gennaio 2026, a Los Angeles, e che coinvolge ben 1600 querelanti. Una sorta di maxi processo cruciale che è stato definito “spartiacque” per la Silicon Valley, un banco di prova decisivo per la responsabilità delle aziende “Big Tech”, paragonabile alle cause che vennero intentate contro l’industria del tabacco negli anni ’90 che smascherarono le tattiche di marketing rivolte ai giovani e confermarono che il tabacco è intrinsecamente dannoso e crea dipendenza.
L’azione legale è stata intentata da Kaley G.M., ragazza 19enne californiana che ha accusato i social di essere la causa dei suoi disturbi di ansia, depressione e pensieri suicidari. Secondo l’accusa la giovane è stata vittima di una dipendenza compulsiva provocata da algoritmi studiati per incrementare il tempo di permanenza sui social a discapito della salute mentale. Kaley G.M. sostiene di aver iniziato a usare Youtube all’età di 6 anni e Instagram all’età di 11 anni. Il procedimento non intende colpire un inadeguato controllo sui contenuti, di cui le aziende non sono responsabili poiché la legge statunitense (la Sezione 230 del Communication Act) garantisce alle piattaforme un’immunità quasi illimitata dalla responsabilità per i contenuti generati dagli utenti, bensì nel mirino ci sono il funzionamento degli algoritmi e la progettazione delle app.
La finalità del processo è dunque quella di stabilire se le piattaforme sono state consapevolmente ed intenzionalmente progettate per incoraggiare un consumo compulsivo da parte dei giovani. La difesa puntaa dimostrare come non ci siano prove scientifiche conclusive che lo scorrimento infinito su schermi touch, le raccomandazioni dell’algoritmo, le assillanti notifiche possano causare “tossicodipendenza”.
Il verdetto della giuria è atteso per la fine di marzo. Se i giurati dovessero stabilire che le piattaforme sono state progettate come prodotti per indurre dipendenza nei minori, si aprirebbe un precedente giuridico divenendo un caso pilota per altri procedimenti simili aperti in altre contee americane e, dunque, Meta e Google potrebbero dover affrontare una valanga di cause con risarcimenti da decine di miliardi di dollari. TikTok e Snapchat invece hanno patteggiato poco prima dell’avvio del processo in California ma i dettagli finanziari dell’accordo non sono stati resi pubblici, mentre Google (per YouTube) e Meta (per Instagram e Facebook) devono dimostrare di non aver spinto i più giovani verso un consumo compulsivo dei loro social.
Nei giorni scorsi, davanti a dodici giurati, ha testimoniato il 41enne Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Meta – di cui Facebook è uno dei suoi principali social network, insieme a Instagram, WhatsApp, Messenger – per rispondere all’accusa di aver intenzionalmente progettato le sue piattaforme per creare dipendenza nei minori.
In passato Zuckerberg, convocato dalla Commissione Giustizia del Congresso americano e incalzatodai senatori – che hanno accusato i colossi del web di avere “le mani sporche di sangue” per non aver fatto abbastanza contro la pedopornografia e il bullismo online – si è scusato con le famiglie presenti in aula per i loro figli vittime di abusi sui social: “Mi dispiace per tutto quello che avete passato. Nessuno dovrebbe passare attraverso le cose che le vostre famiglie hanno sofferto” aveva dichiarato. Ma se due anni fa si era detto dispiaciuto, rivolgendosi ai genitori delle vittime di abusi sui social, ora il CEO di Meta, che si è trovato per la prima volta a doversi difendere in un’aula di tribunale di fronte ad una giuria popolare contro l’accusa di danni concreti attribuiti ai suoi prodotti, non ha ammesso gli effetti negativi.
“Non abbiamo mai progettato i nostri prodotti per danneggiare i giovani” è stata la sua dichiarazione. Ciò per cui si è scusato Mark Zuckerberg è solo il malfunzionamento del filtro di Instagram che avrebbe dovuto bloccare l’accesso ai minori di 13 anni. Ma l’accusa, sulla base di documenti e mail interne aziendali, la pensa diversamente ritenendo che Facebook e Instagram abbiano costruito un sistema pensato per trattenere i minori sui social il più a lungo possibile.
Una domanda sorge spontanea: un meccanismo progettato per creare dipendenza nei minori, perché non dovrebbe provocarla pure negli adulti? Alcol, fumo e droga sono più nocivi per i bambini che per gli adulti, ma anche gli adulti sono a rischio dipendenza con queste stesse sostanze.
C’è una seconda riflessione che si impone, ancor più importante: è verosimile che questo processo contro i social, qualunque siano gli esiti, non cambierà di molto il meccanismo degli algoritmi ma piuttosto, vista la tempistica, fungerà da ottimo pretesto per l’UE per far passare regolamenti distopici ora in stallo come Chat control, azzerare la privacy on line e obbligare gli utenti di internet ad autenticarsi con l’identità digitale per accedere ai contenuti del web. Insomma un alibi perfetto per implementare la sorveglianza di massa, senza alcun vantaggio per la salute mentale delle persone. Comunque si concluda la causa che si sta dibattendo in queste settimane a Los Angeles, costituirà comunque un grande affare per le Big Tech, in quanto il tema centrale intorno a cui si dibatte potrà essere strumentalizzato per conferire una maschera moraleal carcere digitale in nome della salvaguardia dei minori.
Il capitalismo si nuove secondo modalità sistematiche: annusa l’aria che tira e la sfrutta a proprio vantaggio per ingabbiare, sorvegliare e lucrare. C’è aria di ambientalismo? E vai con il grande reset green, una poderosa manovra finanziaria che distrugge l’economia reale, svuota le tasche dei cittadini, li mette sotto sorveglianza e non salva l’ambiente. Tira aria di femminismo? Ed eccoti servite piattaforme come Only Fansper lucrare sull’immenso mercato della prostituzione e della pornografia e al contempo tenere sotto controllo clienti e schiave del sesso, spacciando tutto questo per libertà di mettere in vendita il proprio corpo, alla faccia dell’emancipazione femminile. Tira aria salutistaipocondriaca? Al via un TSO di massa a suon di prodotti a mRna venduti come vaccino e una struttura digitale di sorveglianza capillare come il green pass. Suona l’allerta sulla dipendenza digitale? E vai, con l’ID planetario per accedere ad internet, con buona pace del diritto alla privacy.
di Miriam Alborghetti































































