Un civitavecchiese in aereo sulla Manica nel 1751

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Una “Fake news” del passato?

di Francesco Vizioli

Calais, Les Baraques, domenica 25 luglio 1909, ore 4 e 35 del mattino, l’aereo di Louis Blériot decolla e si dirige verso nord, nella nebbia; un volo senza bussolaorologi né cartine. Dopo dieci minuti di volo perde ogni riferimento, non vede nient’altro che la superficie del mare, un centinaio di metri sotto di sé. Altri dieci minuti ed avvista la costa inglese, corregge la rotta. Dal Castello di Dover sventola una bandiera francese, per indicargli dove atterrare. Spento il motore (come era la prassi del tempo), Blériot plana verso il suolo, schiantandosi a terra in un atterraggio piuttosto brusco, che manda in frantumi elica e carrello, senza danni al pilota. Il volo è durato 36 minuti, ad una velocità media di 64 km/h. Una traversata in volo sulla Manica fatta per la prima volta da un mezzo “più pesante dell’aria”. Per la stampa mondiale è un avvenimento straordinario; non poteva mancare di certo uno strascico di esumazioni storiche. 

Il giornale francese “Matin” aveva riesumato dei documenti per dimostrare che l’impresa di Blériot era stata preceduta, circa due secoli prima, da un monaco civitavecchiese, Andrea Grimaldi, con un aeroplano di sua invenzione, ben descritto in una lettera risalente al 1751, inviata da Londra in Italia. Alla Curia e al Comune di Civitavecchia non vi era nessuna traccia del Grimaldi, così come in Inghilterra. Solo il giornalista dr. Locatelli sembra avesse trovato la lettera. Poi l’oblio. La cosa mi ha intrigato. 

Ritornando nel ‘700, la prima notizia sull’avventura del frate Andrea Grimaldi appare sul quotidiano londinese “Whitehall Evening Post” del 3-5 ottobre 1751. L’articolo racconta di questo ex monaco di Civita Vecchia, Stato della Chiesa, di circa 50 anni di età, che aveva trascorso più di 20 anni nelle Indie Orientali, dove negli intervalli dei suoi doveri religiosi, si era dedicato per 14 anni a perfezionare la costruzione di una macchina volante.  Arrivato a Londra nell’ottobre del 1751, il monaco riferisce che con tale macchina ha attraversato in volo la Manica tra Calais e Dover.

La descrizione del manufatto è dettagliata. In sintesi, ha la forma di un uccello, misura 22 piedi da un’estremità all’altra; la testa somiglia a quella di un’aquila, con gli occhi di vetro e il rostro; le ali, che si piegano in tre giunture, sono fatte di budella di gatto e ossa di balena e ricoperte di velluto e piume; il corpo è composto da pezzi di sughero saldamente uniti da fili, coperti di pergamena e piume; al suo interno vi sono contenute 30 ruote di singolare fattura, con due globi di ottone e piccole catene che alternativamente annaspano un contrappeso e con l’aiuto di sei vasi di ottone pieni di una tal quantità di mercurio (in alcuni testi è stato riportato come, improbabile, “argento vivo”), che scorrono in alcune scannellature divise tra loro. È diretta e guidata da una coda lunga sette palmi, collegata con strisce di cuoia alle ginocchia ed ai piedi del conduttore. Sfruttando i venti, può restare in aria per circa tre ore, volando appena più alto degli alberi, ad una velocità di circa 15 miglia l’ora. 

Tutto l’articolo viene poi riproposto nella già citata, fantomatica lettera inviata da Londra il 18 ottobre 1751 in Italia e conservata presumibilmente nella Biblioteca Civica di Bergamo (Gabinetto A.IV.,5). In diversi testi dell’epoca ritroviamo quasi lo stesso particolareggiato racconto dell’evento: negli “Annali d’Italia” di Ludovico Antonio Muratori, Tomo XII, Parte I, Edizione 1789; nelle “Memorie degli Architetti Antichi e Moderni” di Francesco Milizia, Tomo II, Edizione 1785. 

Nelle varie storie dell’Aeronautica pubblicate tra il 1912 e il 1954, tra cui quella di Giuseppe Mormino del 1940 e Rodolfo Gentile del 1954, la notizia del volo effettuato nel 1751 dal monaco è stata sempre liquidata come falsa e paradossale. 

Nell’incrociar dei miei appunti, però, un piccolo dettaglio mi ha incuriosito. Nella “Istoria Politica Ecclesiastica e Militare” del Secolo XVIII, Volume II, Edizione 1796 dell’Abate Francesco Becattini, ho letto che a Londra, dopo che il pubblico, finito di ammirare la straordinaria macchina, si era allontanato, un ricco commerciante giamaicano, Gualtiero Laurens (probabilmente doveva trattarsi di Walter Lawrence, erroneamente tradotto) “…corre voce che ne facesse acquisto sborsando una buona somma di Ghinee”. 

Interessante questo Laurens che dopo averlo lasciato a Londra nell’ottobre del 1751, lo ritrovo in Giamaica nei primi giorni di gennaio 1789 a volare su un ornitottero identico nella descrizione a quello del Grimaldi. La notizia è riportata a pagina 39 dell’unico gazzettino di Genova, il “Foglio di notizie e avvisi diversi” n.5 del 31 gennaio 1789: “… un certo Sig. Gualtiero Laurens che dopo 5 anni di lavoro è pervenuto a innalzarsi nell’aria senza rarefazione, e senza gaz, con l’ajuto del solo meccanismo. La sua figura esterna somiglia a quella di un’aquila…”; una notizia forse ripresa dalla “Gazzetta Universate” n.8 del 27 gennaio 1789, o se non addirittura dal quotidiano della Giamaica “The Royal Gazette” (all’epoca colonia Britannica). Nel mio rovistare tra i secoli non ho trovato alcuno che abbia accostato tale evento a quello del 1751. 

Non voglio perdermi nel fantasticare anche su eventuali somiglianze dello studio della macchina del Grimaldi con similari disegni di aeromobili (vimana) a combustione di mercurio, riportati nei testi indiani intorno all’anno 1000, (ricordo che Grimaldi era stato 20 anni in India); né che tra il 1938 e 1939 studiosi tedeschi dell’Ahnenerbe, avendo realizzato una spedizione nelle terre del Tibet e dell’India, per ricerche sulle razze, non disdegnarono di cercare anche della documentazione su antichi studi sulle mitiche macchine volanti a getto di mercurio.  

Concludo con le stesse parole con cui Ludovico Antonio Muratore, nel 1789, chiuse il suo, citato, scritto sul monaco …”se poi mi si volesse contendere la verità del fatto, non me l’avrò a male per niente affatto dopo, che tanti in Italia l’hanno creduto vero, cosa, che io non dico di aver fatto finora.” 

Francesco Vizioli