TEMPO LIBERO: NELLA VALLE DEL MANGANELLO

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Valle del Manganello

UNA PASSEGGIATA SENZA RISCHIO DI CONTATTI RAVVICINATI.

di Angelo Alfani

Considerato che la situazione di quarantena collettiva, impostaci dal male globalizzato, ci terrà sotto botta per molto ancora, suggerisco un’altra passeggiata che potrà permetterci di uscire di casa, quantomeno con la fantasia, senza rischio di contatti ravvicinati con altri umani. Nella certezza che, con la fine della quaresima savonaroliana, la separazione dal resto del mondo, da coloro che si amano, dalle proprie abitudini termini e che si possa ritornare a passeggiare.

Raggiungere la Valle del Manganello è un viaggio a ritroso nel tempo: lo scorrere dell’omonimo fosso che la percorre, tiene insieme epoche lontane e presenti. Allontanatisi dall’inquietante simulacro che sovrasta i gabinetti pubblici, si aggira l’ultimo torrione medievale, il più basso quello da secoli sotto osservazione per paventato rischio collasso, si prende una strada in forte discesa. È via del Lavatore che, come accade a Cerveteri, è un toponimo del cui oggetto, il lavare i panni in vasche costruite all’uopo, non è rimasta traccia: tra non molto se ne perderà perfino la memoria. Resterà il bozzetto che ne fece Lawrence, attratto più dal sensuale ritmo delle gambe della lavandaie cervetrane che dal profumo che emanavano le lenzuola stese ad asciugare al venticello che percorre la valle.

Fatti un centinaio di passi tra il costone di tufo su cui si innalza il palazzo Ruspoli che ha come dirimpettaia la ex casa del popolo incartata a panforte, simile ad una opera dell’artista Christo, si sbatte contro una barriera Jersey che ostacola dal precipitare in una forra gonfia di monnezza. Lasciato il dismesso Mattatoio, allungando il passo si fiancheggia il fosso del Manganello, sacro agli Etruschi come ogni altra fonte di vita, costretto tra sambuchi e rovi, e canneti gocciolanti per l’umidità che li avvolge come in un bicchiere di anice.Sul lato sinistro parecchi cancelletti, costruiti con legname raccattato e reti di letti, segnalano la presenza di orti e canili, mentre, sul lato opposto, alla roulotte di Osvi se n’è da poco aggiunta un’altra. Fino agli anni sessanta c’erano ‘gallinari’ e ricoveri per maiali.Da quando ricchezza e miseria si sono ampliate, le ruberie sono esponenzialmente aumentate, costringendo a mollare prima i maiali, poi le galline. Coperte da ficone selvatiche e alti sambuchi due vecchie strutture in tufo, oramai completamente fatiscenti e pericolose, sono da tempo rifugio di quelli che un tempo venivano chiamati extracomunitari, ma comunitari quanto noi. La loro silenziosa presenza è segnalata da bottiglie adagiate ai lati degli ingressi fatti con pallet e da giubboni e panni appesi alle canne a gocciolare l’acqua di cui sono gonfi. Emblematiche due bandiere legate con un fil di ferro a delle canne: il tricolore e la bandiera statunitense.

valle del manganello

La struttura più grande veniva utilizzata, fino a metà del secolo scorso, per lavorarci la pelle delle vacche, tanto che, ancora oggi, è conosciuta dai cervetrani come il “pellaro”.Insorgenze di enormi massi di tufo staccatisi dalle due greppe, macchie inestricabili di rovi e rose selvatiche, rendono bene la irrefrenabile riconquista di questi luoghi da parte della natura. Poi, d’improvviso, ci si trova in uno slargo:proseguendo sulla sinistra, tra splendide querce, si arriva fino ad una cascatella proprio nel punto in cui il corso d’acqua, proveniente dalla Bufolareccia, interseca la via degli Inferi; sulla destra invece si raggiunge la strada che porta al nuovo cimitero dei Vignali.In mezzo, a dividere i due impervi sentieri, su una altura il piccolo Tempio di Hera, o Santuario del Manganello.

Valle del Manganello

Qui, quando ero ragazzino, vi si trovava di tutto: ex voto in terracotta che raffiguravano piedi, fegati, peni e pubi, milze e orecchie, dita. Bastava arrampicarcisi sopra che da sotto le mani senza neanche “sgarufare” scappava ogni ex voto dei nostri avi.La reverenza non ci apparteneva, molto spesso gli imploranti desiderata erano oggetto di lancio: “to’ becchete sta piedata!” Ci vuole uno spirito particolare per lasciarsi prendere da quanto ti avvolge. Per chi come me vi ha trascorso da ragazzino molti pomeriggi viene naturale lasciarsi andare ai ricordi. Il percorso allora era ben segnato perché erano in molti a farlo. Si partiva in gruppo cercando ogni volta percorsi nuovi e sempre più arditi. A ridosso del costone di tufo, su cui venne poi costruito il quartiere dei Frati, profonde grotte erano rifugio di centinaia di pipistrelli che vi attendevano la notte foriera di cibo. Una fonte d’acqua, incanalata certamente dagli agyllesi, veniva utilizzata da uccellatori per piazzarci sopra, sostenuta da bastoni e pertiche, le reti per catturare verdoni e cardellini che poi rivendevano per renderli schiavi in galere di legno.

Nascosti tra ampie fenditure del tufo e gli alberi si costruivano fortini, ad estrema difesa dalle incursioni di bande rivali. La fuga precipitosa veniva assicurata dalla presenza di altissimi buzzarachi sui quali ci si arrampicava per raggiungere, con salti da capra, il pianoro della Necropoli del laghetto. Dalla sommità del Tempio, tra ginestre ed asparicine, spaziando tra splendidi lecci si intravvede, alla fine del canalone, la barriera di palazzi. Lontana, grazie a Dio.