Come riconoscerla e prevenirla.
Prendersi cura del fegato significa prendersi cura della nostra sopravvivenza. È un organo fondamentale: filtra il sangue che arriva dall’intestino, regola il metabolismo degli zuccheri e dei grassi, produce proteine, sintetizza la bile per la digestione,metabolizza farmaci e sostanze tossiche. In pratica è una grande centrale metabolica che lavora instancabilmente per mantenere l’equilibrio dell’organismo.
Proprio per questo sorprende quanto poco ci pensiamo finché un giorno, magari durante una semplice ecografia di controllo, compare una frase: steatosi epatica, il cosiddetto “fegato grasso”. Si tratta dell’accumulo di goccioline di trigliceridi all’interno delle cellule del fegato. Questa condizione interessa circa una persona su quattro nella popolazione adulta, ed è diventata la malattia epatica più diffusa nei paesi occidentali. Purtroppo viene diagnosticata sempre più spesso anche nei bambini e negli adolescenti, soprattutto quando è presente sovrappeso.
A livello intuitivo si potrebbe pensare che la causa principale sia mangiare troppi grassi. In realtà l’insulino-resistenza è il vero terreno su cui la steatosi si sviluppa, non a caso la troviamo associata a diabete 2, sovrappeso, sindrome metabolica, alterazioni dei lipidi nel sangue, sindrome dell’ ovaio policistico e perfino nelle patologie da apnee del sonno.
Naturalmente anche l’eccesso di grassi nella dieta può contribuire,in particolare se si tratta di grassi di scarsa qualità come quelli definiti trans o saturi, ma sono soprattutto gli zuccheri la vera causa. Un ruolo particolare lo gioca il fruttosio, oggi molto presente nelle bevande zuccherate e nei prodotti industriali. A differenza del glucosio, il fruttosio viene metabolizzato quasi esclusivamente dal fegato e può essere rapidamente trasformato direttamente in grasso attraverso un processo chiamato lipogenesi epatica.
Altre possibili cause di steatosi sono il consumo di alcol, alcuni farmaci (come corticosteroidi, alcuni antitumorali come il tamoxifene e anticonvulsionanti), ipotiroidismo, ipogonadismo maschile con diminuzione dei livelli di testosterone o eccesso di cortisolo e predisposizioni genetiche. Negli ultimi anni la ricerca ha evidenziato un altro protagonista: l’asse intestino-fegato. Il fegato riceve gran parte del sangue proveniente dall’intestino attraverso la vena porta. Quando il microbiota intestinale è alterato sostanze infiammatorie e tossine batteriche possono raggiungere il fegato e contribuire allo sviluppo della steatosi.In questo contesto si inserisce anche una curiosa condizione descritta in letteratura come “sindrome dei bevitori di birra”: alcune fermentazioni intestinali possono produrre piccole quantità di alcol endogeno che, nel tempo, contribuiscono al sovraccarico metabolico epatico.
La steatosi è nella maggior parte dei casi una patologia silenziosa, in cui anche le transaminasi possono essere normali. Talvolta l’unico sintomo può essere una vaga astenia o senso di peso nell’ ipocondrio destro. La diagnosi di steatosi è relativamente semplice e viene fatta con l’ecografia epatica, che va consigliata nei soggetti con fattori di rischio: diabete, sindrome metabolica, alterazioni delle transaminasi, problemi cardiovascolari, aumento dei trigliceridi, dislipidemie e insulino resistenza o familiarità per patologie epatiche. Una volta individuata, esistono algoritmi clinici, come lo score FIB-4, che permettono di stimare il rischio che il fegato possa andare incontro a fibrosi.
Per molto tempo il fegato grasso è stato considerato una condizione quasi innocua. Oggi sappiamo che non è sempre così. La steatosi è infatti strettamente collegata alla sindrome metabolica e si associa spesso a un aumento del rischio cardiovascolare. In alcuni casi, se l’infiammazione persiste negli anni, il fegato può andare incontro a forme più evolute di malattia, fino alla fibrosi e alla cirrosi.
La buona notizia è cheil fegato ha una grande capacità di recupero.
La vera terapia, ancora prima dei farmaci, rimane lo stile di vita: migliorare l’alimentazione, ridurre gli zuccheri nascosti nella dieta, controllare il peso corporeo e muoversi di più. Anche una perdita di peso modesta (7-10% del peso in 6-12 mesi) può ridurre significativamente il grasso nel fegato.La ricerca farmacologica sta comunque facendo passi avanti. Sono in studio nuove molecole, come il resmetirom, e si stanno valutando farmaci già utilizzati per il diabete come gli agonisti del GLP-1 o il pioglitazone. Tra gli integratori la vitamina Ealla dose di 800 UI al di per due anni è risultata la più efficace per ridurre la necroinfiammazione epatica, anche la silibina presente nel cardo mariano ha mostrato risultati incoraggianti.
Al momento nessuna terapia sostituisce il ruolo fondamentale dello stile di vita.Nella steatosi epatica la prima vera terapia siamo noi: le nostre scelte quotidiane, ciò che mettiamo nel piatto e quanto ci muoviamo. Il fegato ha una straordinaria capacità rigenerativa ma ha bisogno che iniziamo a collaborare con lui.
di Carola Cimarelli

Carola Cimarelli
C.f. Specialista in Medicina Generale
Esperta in nutrizione – M.m.g. ASL Roma 4
Master Universitario secondo livello in Dietetica e Nutrizione

































































