SOCIAL ALLA SBARRA: PRIMO STORICO PROCESSO IN EUROPA

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A MILANO CLASS ACTION CONTRO META E TIKTOK A TUTELA DEI MINORI. MA I RISCHI SANITARI DEL WIRELESS CONTINUANO AD ESSERE IGNORATI.

di Miriam Alborghetti

La bufera giudiziaria che si è scatenata negli USA contro i social, accusati di causare dipendenza e condannati con sentenze storiche, non poteva non arrivare anche in Europa: il 14 maggio 2026 il Tribunale delle Imprese di Milano ha aperto la prima udienza della prima class action inibitoria europea contro Meta (Facebook, Instagram) e TikTok.

A promuoverla è stato il Moige – Movimento Italiano Genitori  insieme con lo studio legale Ambrosio & Commodo di Torino e un gruppo di famiglie, con l’obiettivo di tutelare minori nel digitale. “[..] il fenomeno dei social ha assunto una dimensione tale ed una pervasività, con palese impatto negativo sulla vita e lo sviluppo degli adolescenti ed addirittura dei bambini, da potersi parlare giustificatamente di epidemia digitale. E non si può stare con le mani in mano a fronte di tale evidenza!” dice Il Moige. “[..] i genitori credono di fare il bene dei loro figli, accettando o addirittura consentendo loro una continua connessione digitale, spesso accompagnata dal rilievo di vederli più tranquilli, chiusi magari nella loro stanza ma tranquilli, dall’altro c’è lo strano approccio dei legislatori e delle Autorities che dovrebbero regolare e far applicare le normativa, ma nulla fanno perdendo tempi in discussione [..].

In tale quadro si inserisce l’attività delle piattaforme social con il loro spregiudicato obiettivo di privilegiare ad ogni costo il proprio profitto, che è direttamente collegato al tempo trascorso dai giovani utenti sulle loro piattaforme, a discapito della salute dei minori ed indirettamente a danno delle loro famiglie: genitori, fratelli, nonni…”.

Nonostante la legge italiana ed europea vieti l’iscrizione ai social ai minori di 14 anni, si stima che 3,5 milioni di bambini tra i 7 e i 14 anni siano attivi su Meta e TikTok. Tre sono le richieste della class action: verifica reale dell’età e rispetto del divieto per i minori di 14 anni; eliminazione dei meccanismi che creano dipendenza; obbligo di informazione chiara e trasparente sui rischi.

“Le piattaforme social di Meta e TikTok fondano il loro funzionamento su algoritmi di profilazione che costruiscono una vera e propria ‘identità algoritmica’ di ciascun utente: tracciano non solo la navigazione, ma la durata precisa della fruizione di ogni singolo contenuto, al fine di proporre in modo continuo materiali sempre più personalizzati e coinvolgenti, rendendo progressivamente più difficile disconnettersi” sottolinea il Moige.

“Il meccanismo centrale di questa dipendenza è la dopamina, il neurotrasmettitore noto come ‘ormone del piacere’: ogni like, notifica e contenuto gratificante stimola il suo rilascio, legando l’utente alla piattaforma in modo simile a quanto avviene con le sostanze che creano dipendenza. Per un cervello adolescenziale ancora in pieno sviluppo [..]questo meccanismo può provocare danni neurologici permanenti, alterando i processi di attenzione, motivazione, controllo degli impulsi e regolazione emotiva”.

E ancora:  “L’insieme di queste tecniche rientra nella cosiddetta captologia (o ‘tecnologia persuasiva’): una disciplina scientifica che studia la progettazione di sistemi informatici capaci di modificare atteggiamenti e comportamenti degli utenti senza apparente coercizione, sfruttando l’intelligenza artificiale e i Big Data per influenzare i processi decisionali in modo occulto. L’azione chiede al Tribunale di ordinare la cessazione di questi meccanismi nei confronti dei minori, a partire dallo scroll infinito, dal sistema dei like compulsivi e dalla profilazione comportamentale occulta”.

Quanto all’obbligo di informazione sui rischi, Moige afferma che “così come i produttori di farmaci, tabacco e alcol sono tenuti per legge a informare i consumatori degli effetti avversi dei loro prodotti, anche le piattaforme social devono fornire un’informazione chiara, visibile e diffusa sui rischi derivanti dal loro utilizzo, in particolare per i minori”.

La correlazione tra l’esposizione prolungata ai social e una vasta gamma di disturbi è documentata dagli studi: disturbi alimentari, perdita del sonno, calo del rendimento scolastico, depressione, comportamenti impulsivi, accettazione di sfide pericolose, atti autolesivi e pensieri suicidari. L’azione legale chiede che questa informazione venga resa obbligatoria sul modello del ‘bugiardino’ farmaceutico. Qualunque persona di buon senso non potrà non accogliere con favore questo genere di iniziative volte alla tutela dei minori.

Al contempo però occorre aprire delle riflessioni. La prima: vietare i social ai minori 14 anni è del tutto insufficiente, in quanto il rischio di danno biologico permanente non si ferma a 14 anni, ma coinvolge i giovani fino all’età di 23/25 anni. Come sottolinea lo stesso Moige: “la corteccia prefrontale raggiunge la completa maturazione in età adulta (intorno ai 25 anni)” e allora è forte il rischio di danni permanenti alla salute mentale.

Inoltre la dipendenza dai social può essere sviluppata a qualunque età e sono proprio gli adulti ad avere lo sguardo incollato per ore sul cellulare. Che capacità educativa possono avere dei genitori drogati di social?

La seconda riflessione riguarda la verifica dell’età on line attraverso un sistema di identificazione digitale come raccomandato dalla stessa Commissione europea, su cui pesa un forte dubbio: la salute dei minori è l’obiettivo vero di tale progetto o piuttosto l’alibi perfetto per implementare e normalizzare la sorveglianza digitale, nonché consegnare i dati personali nelle mani di infrastrutture centralizzate?

Un dubbio rafforzato dall’amara constatazione che le stesse istituzioni che promuovono la verifica dell’età in nome della salute dei minori, se ne fregano bellamente dei rischi sanitari delle radiazioni wireless al punto da consentire l’installazione di antenne di telefonia ovunque, persino in prossimità di scuole ed ospedali.

Il fatto che il nostro governo, nel silenzio assenso dell’opposizione, si adoperi alacremente per innalzare i limiti soglia dell’inquinamento elettromagnetico per assecondare i desiderata delle compagnie di telefonia, la dice lunga su quanto poco la salute dei minori stia a cuore. E non gli basta l’innalzamento a 15 V/m introdotto nel 2024, ora Iliad col piano “Più veloci” propone di arrivare a 61 V/m entro il 1° gennaio 2030.

Una  proposta oscena, qualificata come “irricevibile” dal giornalista Maurizio Martucci, direttore di Disconnessi: “Le evidenze dei danni alla salute ci sono, servono studi epidemiologici per mappare gli effetti dell’elettrosmog sulla popolazione italiana irradiata notte e giorno senza soluzione di continuità”.